La passione della letteratura, Luigi SampietroProf. Luigi Sampietro, Lei è autore del libro La passione della letteratura edito da Nino Aragno che riunisce circa centocinquanta articoli, scritti nell’arco di venticinque anni, per il supplemento culturale domenicale del «Sole 24 Ore»: quale filo rosso li lega?
Direi che sono due i fili. Il primo è da ravvisare in una sostenuta e convinta apologia della letteratura, che negli insegnamenti universitari è ormai intesa come una componente subordinata dei cosiddetti studi culturali. Il secondo filo è un rinforzo del primo ed è un richiamo a valutare i libri per quel che sono – opere d’arte – e non in base a quel che si crede essere la loro sostanza ed è spesso invece soltanto il tema. I moralisti della critica – marxisti, cattolici, massoni, genderisti, ecologisti e buonisti, peraltro oggi tutti quanti sopravanzati dai mozzorecchi del politically correct – da sempre girano attorno ai testi, in senso orario e antiorario, senza però dare una risposta al lettore o allo studente che non sa mai da che parte voltarsi quando sente parlare di autori conclamati, come Pound, Céline o Neruda, le cui affermazioni di natura ideologica sono esecrate da tutti, ma di cui si dice anche che sono grandi scrittori.
Ma ormai è più il tempo che i professori passano nelle diverse sale riunione che in biblioteca. E agli studenti si è perlopiù deciso di mostrare quale sia la funzione e l’impatto che la letteratura ha nella società. Come del resto fanno i giornali. E non si accorgono, gli uni e gli altri, che lo smitizzare e il decostruire per mostrare il sicuro inganno che si nasconde in quella trappola verbale che è l’opera d’arte può essere una lodevole profilassi se si è convinti di avere a che fare con un minaccioso nemico – il Tiranno, il Padre, il Potere, il sessantottesco Sistema – ma è un sintomo di paura. E vuole dire sempre mettersi sulla difensiva: in condizione di non sospendere l’incredulità. Laddove, secondo me, i libri, le opere d’arte, la cultura e la stessa critica sarebbe meglio che fossero intese come facenti parte di un atto di elevazione della mente di chi studia o semplicemente legge (e non è detto che questo atto di elevazione consista nel pensar male).
Ne consegue comunque che, alla domanda: “A che cosa serve la letteratura – l’arte – se non serve a una causa?”, la risposta più persuasiva non può essere che di carattere “effettuale”, per dirla con Machiavelli: “Serve ai critici e agli accademici per fare carriera, e agli editori per fare soldi”. Il che è anche vero, ma non è tutto, dato che i libri continuano a esistere perché c’è chi li compra e li legge.

L’affermazione ormai proverbiale di W. H. Auden, secondo il quale la poesia – e, dunque, la letteratura – “makes nothing happen”, è paradossale soltanto in apparenza. Richiama l’attenzione sulla natura intima, cioè spirituale, della letteratura stessa, e avverte che, pur essendo sovente chiamata a soccorso delle più nobili cause, non ha di per sé – cioè, per definizione – né la potenza né l’autorità per incidere sui rapporti di forza del mondo reale. I poeti – gli artisti –, al pari dei cortigiani di un tempo, possono illudersi di essere ascoltati dai politici che usano le loro opere come un occasionale corpo contundente, ma in realtà non detengono alcun potere. Né deve essere, questa, una lagnanza, dato che è tutt’altro l’ambito delle arti.
Le parole di Eugenio Montale nel discorso di accettazione del Nobel (1975) sono da prendere infatti alla lettera: “Io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione, una malattia assolutamente endemica e incurabile”. Per cui leggerla e giudicarla in funzione di un messaggio prestabilito – vorrei aggiungere da parte mia – significa ignorare la ragione stessa per cui esiste. La fruizione di un’opera è infatti sempre paragonabile a un viaggio, che – come diceva un antico filosofo – è in sé sempre più probante della sua destinazione. Il valore della poesia e della letteratura ha poco a che vedere con l’importanza del padrone di cui certi autori si ritengono al servizio.

Ciò non significa, ovviamente, e per tornare a parlar di libri, che la qualità letteraria – il suo valore estetico – sia da cercare nella mera eleganza dello stile piuttosto che nella potenza della visione, nella efficacia espressiva e in quell’impossibile miraggio che sarebbe, secondo alcuni, la nozione stessa di autenticità in un mondo inautentico. Un esempio probante può essere quello di Harold Bloom. Populista dichiarato, ma avverso a ogni forma di volgarizzazione, in Anatomia dell’influenza (2011) Bloom propugna una lettura estetica dell’opera d’arte. E, ricorrendo al protagonista di Marius, the Epicurean di Walter Pater (1885), ricorda che il termine «aesthetes» – a differenza di come lo intendevano i filosofi tedeschi del Settecento – vuole dire in greco «colui che percepisce», ovvero colui che vede dentro le cose in quei momenti privilegiati di un’opera d’arte che lo Stephen Dedalus di Joyce chiama, dal canto suo, «epifanie». Manifestazioni che portano alla illuminazione. Ed è, questo, un criterio di giudizio che, privilegiando la qualità rispetto all’uso che si fa di un’opera, non si applica solo ai poeti e ai romanzieri, ma ai violinisti e alle sarte, ai cuochi e ai muratori. Tra gli artigiani e gli artisti, così come nello sport, ci sono e ci saranno sempre, infatti, i campioni e i comprimari, e non conta il distintivo che portano all’occhiello o il colore della maglia che indossano.

Che cosa rende immortali i classici?  
Il fatto che continuano a essere letti decenni o secoli dopo che sono stati scritti. In qualche caso – è accaduto a Dante e a Shakespeare – anche i classici subiscono una eclissi, cioè non incontrano il gusto di un certo periodo, ma poi ritornano a brillare. In qualche altro caso – come è capitato alle poesie della Dickinson e al Moby Dick di Melville – vengono riscoperti dai posteri dopo essere stati ignorati o scomunicati dai contemporanei. Ma proprio il fatto che sopravvivono vuol dire che sono in grado di parlare in maniera significativa al lettore – alla sua umanità, ovvero alla sua anima eterna – indipendentemente dalle preoccupazioni del momento e come se rispondessero a un bisogno di andare oltre l’effimero. Ci sono classici che si continuano a ristampare perché i professori li mettono in programma perché, al pari delle bistecche, sono utili per la crescita dello studente; e ci sono classici come il Finnegans Wake di Joyce, definito da Emilio Cecchi “una Babilonia filologica”, che nessuno ha mai letto, a parte i correttori di bozze, ma che fa fino mostrare di averli sullo scaffale.

Bisogna perciò essere avvertiti che, quando critica e lettori si dividono – sempreché si tratti di letteratura di un certo spessore, e non di page-turner da sala d’aspetto – bisogna drizzare le orecchie. L’istinto del lettore avverte, perché lo sente, come se lo fiutasse, quello di cui talora non si accorge l’intelligenza del critico con tutto l’armamentario ermeneutico-scientifico dei suoi pre-giudizi dichiarati e consapevoli, e sa arrivare al cuore di un problema o di una storia per la via più breve, senza ricorrere a discorsi che si avvoltolano su sè stessi e salgono troppo in alto, come fa il fumo. Sicché, capovolgendo un concetto che Shakespeare fa dire a un personaggio dell’Amleto, possiamo concludere che nel lettore comune non c’è follia perché non c’è metodo.

Ma poiché è anche l’anonima massa di chi legge, a rendere certe opere immortali attraverso un responso che si perpetua nel tempo, trovo opportuno ricordare l’insegnamento di quel grande professore di letteratura inglese che è stato Jorge Luis Borges all’Università di Buenos Aires: “Se un libro per voi è noioso, lasciatelo, anche se si tratta del Paradiso perduto o del Chisciotte, che per me non sono noiosi. Ma se per voi un libro è noioso, non leggetelo; significa che quel libro non è stato scritto per voi”. Oneste parole, alle quali mi sentirei di aggiungere una considerazione personale. Le lezioni di Borges, pubblicate da Einaudi come La biblioteca inglese, sono del 1966. In quell’anno ero ancora studente e mi viene da sorridere se penso che all’inizio dell’altro secolo mio nonno era emigrato in Argentina e che dunque avrei potuto essere tra gli allievi di Borges. Non sono però sicuro che all’epoca tutti quegli autori non li avrei trovati noiosi. Le mie preferenze andavano alle cronache del «Guerin sportivo». Ricordo però di avere frequentato le lezioni di un grande professore, Ignazio Cazzaniga, molto tempo dopo avere superato gli esami di letteratura latina. Un giorno mi colpì una sua affermazione. Disse che Catullo – che noi amavamo, se non altro perché era pieno di baci – poteva essere una infatuazione giovanile ma che il punto di arrivo era Lucrezio, che noi pensavamo fosse un mattone. Non ho imparato in modo decente il latino ma so che «a egregie cose il forte animo accendono» non solo «le urne de’ forti», ma anche la personalità di un maestro di cui si ammirano l’intelligenza e la dottrina. È in quel momento che può prendere forma la domanda fatale: «Quanto allenamento ci vuole per riuscire ad apprezzare quello che oggi mi sembra lontano e irraggiungibile?».

Penso, perciò, che si può benissimo partire dal Codice da Vinci e un giorno ritrovarsi a leggere con profitto il Paradiso di Dante. Che, però – lo sappiamo –, è un classico scritto “in un’altra lingua”; e, al pari di Boccaccio o di Chaucer, del Roman de la rose o dello stesso Shakespeare ha bisogno di note. Chiede di essere studiato e non solo letto. Ciò non toglie che questi prodotti vintage non possano, alla fine, annoverarsi tra le letture amene. Il provincialismo, infatti, è spesso più storico che geografico e consiste nella incapacità di uscire dalla aiuola del proprio tempo, e dal suo modo di esprimersi. Se si ama viaggiare, una volta procurato l’adeguato equipaggio, l’espatrio in un secolo diverso dal proprio può essere fecondo e divertente come una avventura in un Paese esotico.

Perché abbiamo bisogno della letteratura?
In realtà non ne abbiamo bisogno, tant’è vero che moltissima gente vive e prospera facendone a meno. Ma, come diceva Montale a proposito della poesia, anche la letteratura ha i suoi titoli di nobiltà. E nobile – basta pensare ai metalli – è qualcosa che ha valore perché è raro, dunque prezioso, e non si ossida. Resiste alle circostanze. È vero che molte librerie chiudono, eppure concorsi letterari, fiere del libro e sagre della carta stampata resistono alla bufera, perché la letteratura ha una virtù che è insostituibile.

Si potrebbe paradossalmente anche pensare di smettere di scriver libri, dato che in biblioteca ce n’è una quantità che può bastare alle nostre letture fino alla fine dei tempi (sempreché qualcuno non provveda ad eliminarli dandoli alle fiamme come è avvenuto nell’antica Alessandria). È però importante ricordare che, chiuse in quello scrigno che è il volume cartaceo (e, oggi, il lettore di e-book), le parole rimangono ferme e sono i nostri occhi e il nostro pensiero a doverle inseguire nello spazio bianco della pagina. La quale, a sua volta, rappresenta il silenzio dell’assoluto da cui emergono.
Come ricorda Borges in Altre inquisizioni (1952), Thomas Carlyle sosteneva che «la storia universale è un infinito libro sacro che tutti gli uomini scrivono e leggono e cercano di capire, e nel quale sono scritti anch’essi». Sicché, parafrasando san Bonaventura – il Platone della filosofia scolastica, protagonista del Canto XII del Paradiso di Dante – si può dire che l’arte o è sacra o non è. E qui bisogna intendersi. Fondata sulla dottrina della luce interiore, questa affermazione, non sancisce necessariamente il primato dell’arte di contenuto religioso, ma mette in evidenza il fatto che le arti, tutte le arti, così come le scienze e ogni forma di conoscenza, sono promosse e illuminate da un impulso divino, e che l’antica volontà del fare – nel frastuono delle officine e delle botteghe, e nel silenzio delle biblioteche –, è da intendersi come una preghiera. Un atto di devozione che la vince sul tempo e si avvia a collocarsi sul piano dell’eternità perché permette di distinguere le grandi verità che contano dalle cose che non contano.

La storia dell’arte e dei suoi monumenti è fatta di oggetti effimeri, che però parlano a quel sublime e imperituro mistero che va sotto il nome di anima dell’uomo. Ed è, questa, la ragione per cui, quando osserviamo il trascorrere degli stili, ovvero la diversa maniera di fare le cose – dall’antico al moderno, dal romanico al gotico, dal rinascimentale al barocco, dal neoclassico al romantico, e così via –, ci rendiamo conto della fragilità delle nostre convinzioni estetiche ma allo stesso tempo rileviamo il perpetuarsi dell’impulso creativo nelle generazioni che si succedono. Lo stile è il riflesso della inafferrabile e labile sintonia che un artista e il pubblico hanno in comune in un certo periodo. Possiamo anche, come pure è avvenuto negli ultimi tre secoli, associarlo all’idea di gusto; sicché, quando subentra l’assuefazione nell’uno o nell’altro – nell’artista o nel suo pubblico –, è fatale che emerga l’esigenza di una nuova modalità di presentazione. La forma – le forme – infatti cambia perché possa resistere la sostanza del messaggio.

Le arti – tutte le arti, torno a ripetere – sono un veicolo e uno strumento, talora al servizio della religione o della politica, della morale o delle scienze, e così via; ma l’arte, ciascuna delle arti, non coincide con nessuna di queste cose e appartiene solo a se stessa. Cresce e si nutre non di astrazioni ma del sangue, per così dire, del proprio artefice, il quale trae a sua volta sostentamento dal grande libro del creato. E se la sua vera natura è quella di creare illusioni, l’arte non per questo mente mai e ciò che ci fa vedere è sempre il ritratto fedele di chi la realizza: il calco sull’impronta della sua anima. L’artefice può anche incaricarsi di una una missione, ma non è quest’ultima a determinarne il successo, bensì la perizia della sua mano.
Dal canto suo la letteratura, che è la nuda e cruda parola scritta, appartiene all’ambito della contemplazione e dell’avventura, e chi legge è un viandante che ogni tanto si ferma, con il dito tra le pagine, e guarda nel vuoto; parla con sè stesso; ripensa a quel che ha visto con gli occhi della mente, e riprende il cammino spinto dal desiderio di conoscere le vie del mondo, rimanendo seduto accanto a quella fonte di luce che è il libro che ha tra le mani.

Nel Suo libro, Lei dedica molta attenzione alle nuove voci della letteratura anglo-americana: quali sono a Suo avviso gli autori più importanti?
Diciamo “nuove” rispetto a quelle dei classici del Novecento, anche se sono autori piuttosto anziani. Sceglierei, negli Stati Uniti, tra i narratori, Cormac McCarthy e Marilynne Robinson, Alice McDermott e Richard Ford, oltre – naturalmente – a Philip Roth; e, tra i poeti, Charles Simic e Richard Wright. Tra gli australiani David Malouf; tra i canadesi, Alice Munro; e, tra i caraibici, V. S. Naipaul e Derek Walcott, che è recentemente scomparso. Come si vede, quasi tutti più vecchi di me. Diciamo che il mio mestiere è simile a quello di un broker che, in veste di insegnante o di critico, è tenuto a indicare il titolo sicuro al proprio lettore. Va da sé che, di volta in volta, prenda in considerazione anche le novità; ma oggi, in attesa di molte conferme, direi, a chi compra i libri pagando di tasca propria, che questi nomi sono la garanzia di un buon prodotto.

Qual è il valore della lettura?
La lettura di un libro penso che sia il momento in cui la parte più vera e profonda di noi si guarda allo specchio in maniera consapevole. E per quanto siano più efficaci e dirette, e persino meno faticose e più gratificanti, altre forme di fruizione di un testo – a teatro e al cinema sono infatti gli attori, insieme, talora, ai musicisti a dettare i tempi –; la lettura, che è un esercizio attivo dell’intelligenza, annulla o, almeno, attenua l’impatto delle circostanze e costringe a un confronto diretto con sè stessi. Se ci si annoia o non si riesce a rimanere attenti, non è questo necessariamente un giudizio sul libro che si sta leggendo. È solo il sintomo di una incompatibilità personale, ovvero della impossibilità di stabilire un’amicizia, così come avviene anche tra le persone.

Borges era un alunno di George Berkeley (1685-1753), ed era persuaso che senza una mente che lo percepisca il mondo non può esistere, e che pertanto i libri non solo parlano tra di loro ma si riproducono, per accoppiamento o per partenogenesi, nelle profondità abissali dell’anima di chi li legge. Sono fatti, i libri, di una materia viva che talora rimane sepolta dalla polvere sugli scaffali, ma che riprende significato quando incontra lo sguardo di chi la sa comprendere. I libri sono, come ebbe a dire John Milton nella sua Areopagitica, il discorso che indirizzò al Parlamento inglese «a favore della libertà di stampa, senza censura» (1644), degni del medesimo rispetto che si deve agli esseri umani; e come – anzi: più – degli esseri umani, i libri sono un riflesso della luce divina: «È quasi uguale uccidere un uomo che uccidere un buon libro: chi uccide un uomo uccide una creatura ragionevole, immagine di Dio; ma chi distrugge un libro uccide la ragione stessa, uccide l’immagine di Dio nella sua essenza».

Il tema conduttore dell’Areopagitica è la ricerca della verità, che, nella visione puritana di Milton è da considerarsi un punto d’arrivo, non un dato di partenza. Perché, se la verità delle Scritture è una guida alla quale attenersi in ogni momento – ed «è stata di questo mondo con il suo divino Maestro» – la verità vera gli uomini potranno conoscerla solo al ritorno di Gesù Cristo, quando avrà inizio il «Regno di Dio». Letterale o simbolica che si voglie ritenere questa affermazione, si intende che fino ad allora l’impegno di tutti sarà di procedere per approssimazione e per tentativi, in quanto – secondo Milton – alla verità si può arrivare attraverso l’errore, e perché essa verità è, su questa Terra, come il corpo di Osiride smembrato da Tifone in quattordici pezzi e gettato nel Nilo. In attesa che il Salvatore la ricomponga, nessun tentativo di recuperare il suo corpo dev’essere censurato. Ne consegue che anche «la Scienza, al pari della Virtù, non deve temere di sporcarsi le mani con la Realtà», e deve procedere libera insieme alle altre parziali verità via via emergenti dall’attività di ricerca.

Il discorso vale anche per letteratura d’invenzione, l’ambito per eccellenza in cui si muovono come fantasmi personaggi e cose che appartengono a una realtà che per definizione è falsa. Scriveva infatti V. S. Naipaul nel lontano 1975 che il destino del romanziere, come del poeta, è di rincorrere sempre un soggetto nel quale si possa rispecchiare. Perché è solo raccontando una storia – cioè, per dirla in maniera brutale, mentendo – che un narratore arriva a conoscere sè stesso e le proprie convinzioni. Anche se, paradossalmente la cosa non avviene nel momento in cui lo scrittore si confida o pensa di parlare direttamente di sé. Perché, concludeva Naipaul, uno scritto biografico può distorcere la verità riordinando i fatti, «but fiction never lies: it reveals the writer totally».
Un paradosso che può sembrare una battuta a effetto; ma poiché chi inventa una storia deve necessariamente seguire il flusso della propria immaginazione – ovvero ascoltare le voci di dentro, che qualcosa devono pure aver a che fare con l’inconscio, e poiché l’inconscio a quanto mi dicono non mente –, ecco che un prodotto della fantasia è da ritenersi veridico oltreché autentico. Assai più delle opere costruite a freddo, come possono essere talvolta le autobiografie e, sempre, le opere di invenzione costruite a freddo e secondo le formule collaudate e sicure, deliberate e coscienti, della narrativa un tanto al chilo.

Quando e come è nato in Lei l’amore per la letteratura?
Mio padre era ferroviere. Viaggiava tra Milano e le stazioni di Laveno, Como, Varese e Novara. A ogni fermata consegnava dal bagagliaio il pacco dei quotidiani che l’edicolante veniva a prendere. Non aveva fatto molte scuole, ma so che amava l’opera e aveva letto alcuni classici, forse sulla spinta di certi film interpretati dalle dive dell’epoca. Quando arrivava a casa rovistavo nella sua borsa, dove, insieme alla pinza per forare i biglietti c’era una trombetta d’ottone, e sempre tanti giornali con stampigliato in alto a destra la parola “omaggio” in inchiostro viola. Non ricordo che cosa leggessi. Dapprincipio probabilmente nulla, ma mi divertivo a guardare i caratteri di stampa, la forma degli articoli e le rare fotografie in bianco e nero, quasi sempre soltanto in prima pagina.

Quando cominciai le elementari, venne il momento dei soliti libri per bambini. Quelli che non mi avevano già letto ad alta voce. Ma un vero e proprio appassionato della letteratura, lo divenni andando a teatro con un paio di miei compagni delle superiori con i quali sono tuttora in contatto. Avevamo conosciuto il capo-claque del Nuovo, del Manzoni e dell’Odeon, che ci faceva entrare e che ci aveva insegnato la tecnica per non farci notare in mezzo al pubblico. Cominciammo con Goldoni, che però di solito lo davano al Piccolo o all’Olympia dove dovevamo pagare, e via via tutto quello che c’era in cartellone a Milano.
Poi venne Shakespeare, il cui nome figurava spesso in mezzo ad altri a me sconosciuti sulle pagine dei programmi del “Radiocorriere”: Conrad, Molière, Čechov, Cervantes e Thomas Mann … Avevo un cugino che abitava dall’altra parte della città in una casa piena di libri. Certe domeniche prendevo il tram e andavo da lui. Aveva tutto, e il primo che mi sedetti a leggere ricordo che fu La figlia di Iorio. L’avevo appena visto a teatro e mi aveva fatto impressione. Il resto credo che fosse scritto nel libro del destino.