La pace fredda. È davvero finita la guerra in Bosnia Erzegovina?, Luca Leone, Andrea CortesiDott. Luca Leone, Lei è autore con Andrea Cortesi del libro La pace fredda. È davvero finita la guerra in Bosnia Erzegovina? edito da Infinito edizioni: qual è la situazione attuale in Bosnia Erzegovina?
Esattamente quella fotografata dal titolo: è come se il Paese nell’ultimo quarto di secolo sia stato messo in un grosso congelatore da parte della comunità internazionale, con totale disinteresse per il destino di tre milioni e mezzo di cittadini bosniaco-erzegovesi e per un altro milione abbondante di persone che vivono all’estero, o per via della diaspora provocata dal conflitto del 1992-1995 o a causa della necessità di emigrare per cercare un lavoro e una speranza di futuro, destino che accomuna in particolare giovani di tutti i gruppi nazionali che compongono il mosaico umano bosniaco-erzegovese, senza distinzioni di sorta. E così, ecco che dopo aver sottoposto il Paese alla prova del sangue a quella del pane durante la guerra del 1992-1995, oggi la comunità internazionale e l’oligarchia politica corrotta, nepotista, nazionalista e mafiosa che governa quel Paese e la moltitudine di enti locali che lo compongono e lo spezzettano, sottopongono una manciata di milioni di innocenti dimenticati alla prova della pazienza e a un’umiliazione senza fine. I dati macroeconomici parlano chiaro, d’altronde: la disoccupazione ufficiale oscilla sempre intorno al 40 per cento e in passato si è spinta fin oltre il 50 per cento; la disoccupazione giovanile, unita all’inoccupazione, è molto più alta; oltre il 60 per cento del bilancio pubblico annuo viene usato per far funzionare un apparato statale elefantiaco che prevede, grazie agli Accordi di Dayton, tra livello nazionale e livelli locali, quattordici costituzioni, quattordici presidenze, quattordici premiership, oltre 250 ministri, quattordici parlamenti e parlamentini e una miriade di raccomandati della politica che occupano poltrone per le quali non sono neanche minimamente adatti (per non parlare delle denunce di brogli elettorali che accompagnano ogni elezione, sia nazionale che locale, col risultato che almeno la metà degli aventi diritto ormai non va nemmeno più a votare). La maggior parte delle pensioni di anzianità è al minimo, pari a circa 100 euro al mese, non sono stati riconosciuti dalla giustizia più di 900 degli oltre 25.000 (secondo alcune fonti, fino a 50.000) casi di stupro etnico perpetrati durante la guerra e i circa 8.000 bambini nati da quelle violenze, oggi più che maggiorenni, per le istituzioni non esistono. Si potrebbe dire ancora molto, ma il dato di fatto è che la Bosnia Erzegovina contemporanea, prigioniera di un’oligarchia politica violenta, corrotta e senza vergogna (oltre che senza freni), è stata dimenticata e di fatto per la maggior parte dei cittadini questo ha significato il prolungamento di altri 25 anni di un conflitto bellico devastante costato la vita a oltre 105.000 esseri umani e culminato nel genocidio di Srebrenica, un’ecatombe immane per la quale i responsabili politici non hanno mai chiesto scusa e gran parte di quelli materiali non ha mai pagato, e che anzi con alterigia e senza vergogna sia gli uni che gli altri continuano a negare vigliaccamente e violentemente.

Quali effetti hanno prodotto gli Accordi di Dayton?
Ne abbiamo già accennati alcuni sopra, ma senza dubbio il più grave è stato il riconoscimento de facto dell’esistenza di una creatura generata attraverso la pulizia etnica e l’odio quale la Repubblica serba di Bosnia, una delle due entità che in virtù degli Accordi di Dayton compongono la Bosnia Erzegovina. Il grave errore di Dayton, anzi l’errore-orrore di Dayton, è stato quello di accettare e riconoscere una suddivisione “etnica” della Bosnia Erzegovina in virtù prima dell’aggressione serba del 1992, poi di quella croata successiva, deflagrata in una guerra nella guerra in Erzegovina che ha mietuto vittime nel 1993 e fino alla primavera del 1994, o meglio alla firma degli Accordi di Washington. Il riconoscimento della Repubblica serba di Bosnia, e la suddivisione dell’altra entità, la Federazione di Bosnia Erzegovina, su base cantonale (qualcosa di assolutamente inedito e ingestibile per quei territori) sono stati due errori madornali che la Bosnia, i Balcani e purtroppo l’intera Europa sono destinati a pagare molto caro ancora per parecchi anni a venire. Un altro effetto che va assolutamente segnalato – e denunciato – è un… non effetto. Dayton, in sostanza, ha rappresentato una grande occasione perduta, perché Europa e Stati Uniti avrebbero dovuto imporre alle parti (e ne avevano la possibilità) la formazione di una commissione per la Verità e la Giustizia su modello di quella sudafricana presieduta da Desmond Tutu. La commissione – vista la composizione nazionale complessa del Paese – avrebbe potuto essere affidata a un nome di grande spessore internazionale – un Tadeusz Mazowiecki, una Carla Del Ponte, un Adolfo Pérez Esquivel, un Jorge Mario Bergoglio, per essere chiari – e avrebbe potuto fare tutti i conti col passato, restituendo ai bosniaco-erzegovesi onesti un Paese vivibile. Invece nessuno ha voluto fare un passo che, per assurdo e con mille complicazioni, il mondo potrebbe ancora essere in grado di fare, se vi fosse un interesse in proposito.

Un quarto di secolo dopo la fine del conflitto del 1992-1995, qual è la memoria di quella tragica guerra?
Non esiste una memoria condivisa di quella guerra. Esistono più memorie di parte e nessuna di queste memorie neanche lontanamente è in grado di rappresentare anche solo una parvenza di base per una memoria comune. Si sta lavorando molto di più sulla Memoria bosniaco-erzegovese fuori dalla Bosnia che non in Bosnia. Oggi continuano a esserci circa 55 scuole divise etnicamente nella Federazione di Bosnia Erzegovina, il che vuol dire bambini e ragazzi croati che ogni giorno studiano in classi croate con insegnanti croati e su libri croati, e bambini e ragazzi musulmano-bosniaci che ogni giorno studiano in classi musulmano-bosniaci con insegnanti musulmano-bosniaci e su libri musulmano-bosniaci; nella Repubblica serba di Bosnia il sistema scolastico ed educativo è basato sulla negazione e sull’indottrinamento, oltre che sul misconoscimento delle minoranze e i ragazzi di ogni ordine e grado studiano su libri diversi, stampati in Paesi diversi, che raccontano di tre letterature, grammatiche, storie, geografie diverse e spesso conflittuali. Ho scritto un intero saggio in materia, “Mister sei miliardi” (Infinito edizioni), purtroppo ancora oggi molto attuale. Questa vergogna avviene sotto gli occhi dell’Unione europea ed è diretta responsabilità (politica e umana) degli oligarchi nazionalisti locali e dei loro sostenitori internazionali, che a seconda del gruppo nazionale sono russi, statunitensi, francesi, tedeschi, britannici, turchi, sauditi eccetera.

Quali sono le difficoltà, le speranze e le delusioni della Bosnia Erzegovina, ma anche della Serbia, di oggi?
La principale è la mancanza di lavoro, ma anche l’assenza di una prospettiva in tal senso. Ma non è strano, perché la povertà, se adeguatamente usata e accompagnata dalla corruzione, rappresenta un bacino di voti e di potere immenso per i nazionalisti. L’inquinamento atmosferico, del suolo e delle acque comincia a essere preoccupante (Belgrado è una delle dieci città più inquinate al mondo, a Sarajevo in certe giornate lo smog impedisce di vedere il cielo) anche perché le poche associazioni ambientaliste esistenti cozzano contro una politica violenta, cieca e disinteressata verso tematiche ambientali, col risultato che spesso la risposta dei governanti ai cittadini che chiedono più attenzione per l’ambiente è un grasso dileggio. Altro dato allarmante è la giustizia. L’Unione europea ha miseramente fallito nell’imporre una seria riforma della giustizia sia alla Bosnia che alla Serbia, col risultato che la giustizia è molto politicizzata e fronte di polizie molto corrotte. A questo si aggiunga che la maggior parte dei criminali responsabili di fatti di sangue, incluso il genocidio di Srebrenica del luglio 1995, sono a piede libero, non sono mai stati arrestati e non di rado svolgono servizi di stampo paramilitare per questo o quel partito nazionalista al potere, fenomeno questo più preoccupante in Serbia che non in Bosnia. Poi ci sono le migliaia di donne stuprate che non hanno mai visto riconosciuto il loro dramma e il loro dolore. Ci sono le migliaia di figli dello stupro etnico. Ci sono ancora circa 14.000 desaparecidos le cui ossa giacciono chissà dove. Ma, soprattutto, sta tornando in auge il progetto di Grande Serbia, con il benestare di Mosca, il che rappresenta un pericolo enorme non solo per i Balcani ma per la stabilità della stessa Europa.

Quale futuro per la Bosnia Erzegovina?
Al momento, nessun futuro alle viste. E questa è una vera tragedia. Per bambini, donne, uomini onesti e per un Paese meraviglioso, che meriterebbe almeno un presente e un futuro decisamente migliori del passato tragico – anzi, dei passati tragici – fin qui vissuto. Ma forse usare il verbo “vivere” è eccessivo. Diciamo, piuttosto, e purtroppo, subìto.

Luca Leone, giornalista professionista, è laureato in Scienze politiche. È direttore editoriale e co-fondatore della casa editrice Infinito edizioni. Ha scritto per molte testate. Ha firmato una ventina di libri per più editori; tra questi, per Infinito edizioni, ama ricordare: Srebrenica. I giorni della vergogna (2005, quattro edizioni); Bosnia Express (2010); I bastardi di Sarajevo (2014); Srebrenica. La giustizia negata (2015, con Riccardo Noury); Eden. Il paradiso può uccidere (2016); Višegrad. L’odio, la morte, l’oblio (2017); Tre serbi, due musulmani, un lupo (2019, con Daniele Zanon); La pace fredda (2020, libro + documentario in DVD, con Andrea Cortesi). Ogni anno incontra migliaia di giovani nelle scuole e negli ultimi vent’anni ha partecipato a ben più di mille incontri pubblici, in modo particolare sulla Bosnia Erzegovina e i Balcani.

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