“La nuova Russia. Dal 1991 alla guerra ucraina” di Giovanni Codevilla e Stefano Caprio

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Prof.ri Giovanni Codevilla e Stefano Caprio, Voi siete autori del libro La nuova Russia. Dal 1991 alla guerra ucraina edito da Jaca Book: che ruolo svolge, l’Ortodossia, nella Russia di oggi?
La nuova Russia. Dal 1991 alla guerra ucraina, Giovanni Codevilla, Stefano CaprioL’Ortodossia si pone oggi come fondamentale elemento di stabilità del regime putiniano. In manifesto contrasto con il principio della sinfonia, ossia dell’armonica collaborazione tra Sacerdotium e Imperium enunciato nella Sesta novella di Giustiniano. Tale principio, mai rinnegato nella storia russa, ribadito anche nel documento Fondamenti della concezione sociale della Chiesa Ortodossa Russa approvato dal Concilio del 2000, viene da secoli interpretato in modo singolare e del tutto arbitrario a legittimare la subordinazione della Chiesa allo Stato.

Il rapporto di sudditanza della Chiesa si afferma già agli inizi del XVI secolo con il prevalere della tesi del monaco Iosif di Volokolamsk, opposta a quella di Nil Sorskij, che esalta il ruolo del sovrano e la necessità di instaurare con esso un solido legame. La Chiesa Ortodossa Russa, segnatamente a far tempo da Pietro il Grande, è stata costretta a svolgere una funzione ancillare al servizio dello Stato. Pietro, infatti, nel 1721 ha decapitato la struttura gerarchica della Chiesa, abolendo il Patriarcato e sostituendolo con il Santo Sinodo composto da esponenti ecclesiastici scelti dal lui, tra i quali i metropoliti di Kiev, Mosca, san Pietroburgo, l’esarca di Georgia e diretto da un laico nominato dal sovrano. In coerenza con questa visione, l’imperatore Paolo I (1786-1801) si è proclamato Capo della Chiesa e così faranno i sovrani a lui succeduti. Di fatto il Sinodo viene trasformato in una sorta di ministero per i culti che assicura la dipendenza della Chiesa dallo Stato e garantisce l‘unità tra l’autorità statale e quella ecclesiastica. Dall’abolizione del Patriarcato alla sua ricostituzione nel 1917 la storia della Chiesa russa è quella dello Stato. Dopo lo scontro tra lo Stato bolscevico e la Chiesa rappresentata dal nuovo Patriarca Tichon (Bellavin) il regime comunista avvia una spietata politica antireligiosa ed antiecclesiastica che vede il martirio di innumerevoli esponenti della Chiesa e che conosce una tregua solamente negli anni della Seconda guerra mondiale. Oggi l’Ortodossia, liberata dall’ateismo militante sovietico, si è trasformata nel migliore alleato del regime ed ottiene in cambio la protezione del suo territorio canonico che coincide con il territorio ideologico del mondo russo (Russkij mir), tutelato e protetto dalla stretta e inscindibile collaborazione tra Stato, Chiesa ed Esercito strettamente legati tra loro. Il risultato di questo innaturale connubio tra Imperium e Sacerdotium è la statalizzazione della Chiesa e la sacralizzazione o clericalizzazione dello Stato. Merita sottolineare che tutto ciò si pone in manifesto conflitto con il precetto costituzionale che afferma la laicità dello Stato e il principio separatista (art.14) e con quanto sancito al punto 2 del precedente articolo 13, nel quale si afferma perentoriamente che nessuna ideologia può essere stabilita in qualità di ideologia di Stato od obbligatoria.

Da parte sua la Chiesa, a seguito della guerra in Ucraina e del distacco da Mosca della maggiore tra le Chiese ortodosse ucraine, deve prendere atto della sua perdita di prestigio e abbandonare il vecchio sogno staliniano di dar vita a un Vaticano ortodosso o moscovita che poneva l’Ortodossia russa al di sopra di Roma e Costantinopoli.

Il ruolo della Chiesa Ortodossa assomiglia molto a quello dell’Islam negli Stati teocratici come l’Arabia Saudita, la Turchia o l’Iran, pur con sfumature diverse. Si tratta di un uso politico della religione, particolarmente singolare in un Paese come la Russia, che fino a trent’anni fa era il bastione della lotta mondiale alla religione. L’ateismo di Stato si è dimostrato di fatto anch’esso una religione, ed è stato sostituito senza troppa difficoltà dalla Chiesa portatrice della tradizione russa, come se fosse stata una sua variante “inversa”. La rinascita religiosa del post-comunismo è stata spontanea e sincera per i primi anni, ma poi è stata fagocitata dalla restaurazione di una Chiesa di Stato.

Cosa ha significato, per la politica russa, il ritorno dell’idea di Mosca Terza Roma?
Al di là delle ricostruzioni storiche non di rado farneticanti avanzate dal putinismo, l’idea delle Terza Roma è una costante, ben presente anche nell’era sovietica con la sua aspirazione realizzare il Paradiso in terra. Crollato l’impero sovietico, l’idea ritorna in una prospettiva nuova che si riallaccia all’antica: si vuole infatti ricostituire l’impero negli antichi confini, dar vita ad una sorta di nuova Unione Sovietica non più contro Dio ma con l’attiva collaborazione della Chiesa. Si può così comprendere l’affermazione ripetutamente ribadita da Putin secondo il quale la fine dell’URSS è stata la tragedia più grande del XX secolo, in quanto ha segnato la fine del sogno imperiale. La nuova Russia, rigettato il precedente ateismo militante imposto per decenni, si pone oggi come baluardo di moralità cristiana, affermando nella Costituzione la sacralità della vita coniugale, gli obblighi verso i figli e richiamando persino Dio, seppure come semplice nominatio Dei e non già come invocatio Dei.

In realtà, l’idea russa è una chimera che assume forme molto diverse, quella della “Terza Roma” ha rappresentato un sogno tardo-medievale che è stato poi sostituito da altre varianti, quella patriarcale e zarista a cominciare dal Seicento, poi diventata quella imperiale del Settecento e Ottocento con diverse versioni, e infine quella sovietica nel XX secolo. Si tratta di una percezione della Russia come di un Paese chiamato a svolgere una missione universale, difendendo i valori della “vera fede” nei confronti delle tentazioni diaboliche del mondo esterno, sia esso rappresentato dagli ottomani “agareni”, dai polacchi “gesuiti”, dagli svedesi o da Napoleone, dai rivoluzionari ottocenteschi o dai capitalisti del Novecento, per non parlare dei nazisti tedesco-ucraini evocati nella guerra di quest’anno.

In che modo, con l’elezione del patriarca Kirill, si è accentuata la sacralizzazione dell’identità nazionale russa?
L’attuale patriarca rappresenta un’ala molto “politica” dell’Ortodossia russa, che ai tempi sovietici collaborava con il regime comunista, quando lo stesso Kirill era solo un giovane collaboratore dei vertici del patriarcato. Negli anni delle aperture occidentali eltsiniane, Kirill era in prima fila nel dialogo con le altre Chiese, a cominciare da quella cattolica, ma con il rigurgito nazionalista putiniano si è poi riconvertito alla difesa dell’identità nazionale e religiosa. È il classico uomo per tutte le stagioni, e se il regime putiniano dovesse crollare, non avrebbe difficoltà a mostrarsi in prima fila nel dialogo con qualunque nuovo partner della Russia, sempre che non venga a sua volta sostituito.

Quali forme ha assunto la nuova visione storico-salvifica del cristianesimo russo?
La visione salvifica del cristianesimo russo è una diretta conseguenza dell’affermazione del principio di Mosca Terza Roma che non si limita al mondo religioso ma si estende anche quello laico. Si considerino in proposito le posizioni di due movimenti culturali dell’Ottocento: quello degli slavofili e quello degli occidentalisti. I primi vedono la Russia come popolo teoforo e quindi come nazione che salverà il mondo, i secondi vedono la Russia come portatore di una nuova felicità tutta terrena.

Da diversi anni, almeno dal 2007 con il famoso discorso di Berlino, Putin propone (o i suoi ispiratori suggeriscono) una rilettura dell’intera storia russa, riprendendo come capisaldi il Battesimo di Vladimir nel 988, la difesa dai teutonici di Aleksandr Nevskij nel 1240, la vittoria di Dmitrij Donskoj contro i tartari nel 1380 e così via, individuando in ogni secolo una “data sacra” della vittoria russa contro il male del mondo. In questo secolo la data celebrata è il 18 marzo del 2014, con l’annessione della Crimea e il grido di Putin sulla piazza Rossa “la Crimea è nostra!”, che significava “ci riprendiamo il mondo”, intendendo con questo proclama anche la rinascita di una grandezza perduta con la fine del comunismo. La Russia di Putin contesta l’ordine mondiale globalizzato, e afferma l’apertura di una nuova fase multipolare della storia universale, anche a costo di isolarsi dal resto della comunità internazionale.

Come va dunque interpretata la guerra preventiva della Russia contro l’Occidente?
La Russia è in guerra da sempre contro tutti, e “l’Occidente” rimane più che altro un concetto astratto, visto che in esso s’inglobano i Paesi più orientali della geopolitica mondiale come il Giappone e l’Australia, e gli Stati Uniti sono di fatto l’oriente della Russia, che dalla Kamčatka confina con l’Alaska. È una ricostruzione di modelli valoriali molto grossolana e superficiale, visto che in Russia la famiglia e il rispetto della vita, o dei generi sessuali, sono ancora eredi dell’assoluto relativismo sovietico e laicista, molto più che nello stesso Occidente “depravato”. La guerra della Russia è un’affermazione di sé stessa in una fase della storia in cui soffre del risentimento per essere stata messa da parte nel gioco delle potenze mondiali, e quindi crea artificiosamente una contrapposizione ideale e spirituale, per nascondere le proprie debolezze.

Quale futuro, a Vostro avviso, per la Russia del terzo millennio?
La Russia di Putin è stata una delle tante varianti fallite della grande “idea russa”, che si spinge sempre oltre le proprie possibilità, fino ad autodistruggersi. Il potere del regime putiniano è giunto ormai alla fase del suo esaurimento, non avendo altre carte da giocare oltre l’invasione dell’Ucraina; potrebbe replicare con la Moldavia o il Kazakhstan, ma non avrebbe certo lo stesso effetto. Putin potrebbe restare o essere sostituito, ma anche questo non ha più grande importanza. La Russia dovrà ricominciare tutto da capo, e non si sa chi sarà disponibile a ricostruire con essa le proprie relazioni; la prima a doverselo chiedere, per ragioni storiche, geografiche e culturali, sarà l’Europa, e un ruolo non indifferente potrà essere assunto dalla Chiesa Cattolica.

Giovanni Codevilla (1941) ha insegnato per 40 anni Diritto Ecclesiastico comparato nell’Universtà di Trieste. È autore di diverse monografie e di oltre cento contributi pubblicati in Italia e all’estero. L’opera più importante è la quadrilogia Storia della Chiesa russa e dei Paesi limitrofi: Chiesa e Impero pubblicata dalla Jaca Book nel 2016 e successive ristampe.

Stefano Caprio (1960), sacerdote missionario in Russia dal periodo di Gorbačëv a quello di Putin. Insegna al Pontiticio Istituto Orientale. Ha scritto V.I. Nesmelov e l’antropologia religiosa russa (Pontificio Istituto Orientale, Roma 2006), Lo zar di vetro. La Russia di Putin, pubblicato da Jaca Book nel 2020 e numerosi articoli sulla Russia. È autore di un ampio saggio sulla Russia contemporanea pubblicato nel volume di G. Codevilla, La Nuova Russia, Jaca Book 2022. Cura la rivista on line Mondo Russo edita dal Pime.

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