La non violenza come riforma della religiosità cristiana, Antonino DragoProf. Antonino Drago, Lei è autore del libro La non violenza come riforma della religiosità cristiana, edito da Aracne: quando nasce il concetto di “non violenza”, intesa come “arma spirituale” applicata alle lotte sociali e a chi si deve la sua introduzione nelle Chiese cristiane?
La nascita avvenne, a sorpresa di Gandhi stesso, a Johannesburg l’11 settembre 1909 e poi si è fatta strada nella storia di quel tempo che molti caratterizzano come il secolo delle guerre mondiali, delle dittature e della violenza (della Bomba). Quindi la sua storia è di lotta anche nel farsi largo nella società. Come è avvenuto ad es. nella società USA, dove il razzismo era apartheid. Questa lotta straordinaria di M.L. King però non deve far dimenticare che nel panorama mondiale la sua non violenza fu più un’applicazione che una innovazione. Mentre invece in Italia molti sono stati i maestri della non violenza che l’hanno innovata, sia nella pratica sociale (D. Dolci, Don Zeno Saltini, Giorgio La Pira, Adriano Olivetti, Don Lorenzo Milani, don Tonino Bello) sia in una elaborazione teorica che è andata oltre il pensiero di Gandhi (Aldo Capitini e Lanza del Vasto). Quest’ultimo è stato decisivo nel far accettare la non violenza in occasione del Concilio della Chiesa cattolica. Il mio libro inizia con una trattazione sintetica, ma sistematica e ragionata del metodo non violento, di cui indica l’ampio spettro di significati ricevuti in Occidente; tra i quali quello “pragmatico” di Gene Sharp, che oggi è dominante. Il libro invece vuole sottolineare quel significato interiore della non violenza, che sa crescere, in piena coerenza, alla vita sociale e politica, così come è stato in Gandhi, che ha saputo rinnovare la vita di preghiera come la vita politica.

In che modo la non violenza può rinnovare radicalmente la vita spirituale e sociale?
Da umile laico, Gandhi ha compiuto una riforma della religiosità indù, in quanto 1) ha allargato la tradizionale ricerca indiana del proprio sé affiancandole la ragione; e 2) ha allargato il tradizionale insegnamento della ahimsa (non violenza) dall’ambito solo individuale alla vita sociale e ai suoi conflitti, anche politici. Da buon discepolo (cattolico) di Gandhi, Lanza del Vasto ha fatto crescere l’insegnamento gandhiano ad una concezione comparabile con quelle del mondo intellettuale occidentale. Con originali interpretazioni di quattro brani cruciali della Bibbia e con proprie analisi sociali, ha suggerito come il male, che ha origine nella persona umana, cresca a livelli sociali sempre più grandi, creando strutture istituzionali che poi, come flagelli sociali, vanno a dominare la vita dei popoli. La antica via al bene era quella del Decalogo; ma essa era stata accettata a livello personale, non a livello di strutture sociali. Per cui la missione di Cristo è stata quella di dare valore assoluto al “Non uccidere” finanche nel caso in cui si soccombe al male istituzionale. La novità era così impegnativa per chi lo avrebbe imitato, che il Cristo ha dato la sua vita per insegnarlo; e in più ha assicurato che in tutti i casi si risorgerà. Allora il Cristianesimo non è più l’aver ricevuto la salvezza grazie ad un benevolo dono del Cristo a tutti; ma è il proposito del seguace di Cristo di restare fedele al “Non uccidere” e alle altre “parole” del Decalogo del Padre nell’agire da figli di Dio nei conflitti, anche quelli sociali più estremi (ad es. guerre). Il Cristianesimo è una religione da obiettori di coscienza, i quali, più che essere fedeli a dogmi e alla obbedienza a priori al magistero, lavorano su di sé per affrontare con la non violenza i conflitti anche con le istituzioni sociali negative.

Come si articola la teoria della risoluzione dei conflitti?
Giustamente è sulla capacità di risolvere i conflitti che la non violenza dimostra la sua novità storica e intellettuale. La stessa parola non violenza rappresenta un salto intellettuale epocale, perché è una doppia negazione. Oggi sappiamo che l’uso delle doppie negazioni (spesso assieme a quello delle parole modali) rappresenta una nuova logica (anche matematica). Qui c’è la novità di una nuova razionalità, di tipo induttivo, invece che deduttivo. Questa è stata la forza intellettuale di Gandhi di fronte alla civiltà dei colonizzatori britannici, nella quale (come pure nella antecedente civiltà greco-romana) le doppie negazioni non avevano importanza. Allora appare evidente che la “non violenza” indù invita allo stesso atteggiamento di fondo indicato dall’altra doppia negazione, il “non uccidere” del Decalogo, salvo che la prima universalizza questo atteggiamento ad ogni occasione di conflitto. Quando si pensa secondo la doppia negazione della non violenza si esce dalla visione tradizionale di una opposizione frontale tra affermativo/negativo, verità/falsità, bene/male; allora un conflitto non è più un contrasto tra solo due, perché per induzione si passa al tre, che vuol dire aggiungere una apertura (non chiusura), un dialogo (non esclusivismo), una cooperazione; e con ciò si apre la porta alla soluzione che supera le posizioni iniziali. Gandhi, introducendo la non violenza nella vita sociale, ha compiuto un’altra riforma, quella dell’etica; l’esclusione di ogni violenza nei conflitti ha fondato per la prima volta una etica fiduciosa nella migliorabilità dell’uomo, contro ogni suggerimento machiavellico. In questa nuova etica un’ulteriore novità intellettuale è stata la prima definizione di conflitto (Galtung) come un evento tridimensionale: A, l’atteggiamento fondamentale, B (behavior) il comportamento, C la contraddizione interiore, dove il lavoro sulle A, tramite azioni (B) pacificanti la C, è fondamentale per giungere ad una soluzione cooperativa. Allora nasce anche un nuovo rapporto con Dio, perché Lo si riconosce come una Trinità che ha le medesime tre dimensioni; e per di più Lui, come Tri-Unità, sa arrivare dalle differenze all’unità; quindi può e sa risolvere ogni conflitto in maniera non violenta. Il Dio cristiano è l’unico che per sua essenza ha questa caratteristica di pacificatore.

Quale rinnovamento della dottrina sociale cattolica propugna nel Suo libro?
Quanto detto ha senso storico perché nei conflitti del secolo scorso l’indù Gandhi, con la sua lotta non violenta contro il dominio coloniale del grandioso Impero britannico, ci ha dato l’esempio di come compiere queste lotte e ha dimostrato che si può vincere collettivamente. Poi il centinaio di rivoluzioni non violente avvenute nel XX secolo hanno dimostrato che i popoli sanno lottare con questo metodo, tanto che hanno abbattuto le dittature più oppressive. In Europa le rivoluzioni non violente del 1989 sono state così importanti da cambiare l’atlante politico mondiale. Questa riforma della politica è la terza che Gandhi ha incominciato e che tuttora si sta realizzando a livello mondiale.

Ma ciò è avvenuto perché per primo Gandhi ha saputo far crescere la religiosità della gente indù fino a saper riconoscere i peccati strutturali nella società, quelli che coinvolgono la collettività; li ha saputi condannare e combattere spiritualmente. Questa riforma della religiosità, basata sulla razionalità della non violenza, fa entrare nella età spirituale adulta, perché porta alla piena coscienza della lotta tra Male e Bene non solo in se stesso, ma a tutti i livelli organizzativi del nostro “villaggio globale”. Oggi ogni religione, per reagire adeguatamente alla modernità, deve compiere una simile riforma della religiosità, arrivando alla piena coscienza della violenza sociale e infine impegnandosi in una politica ricostruttiva dal basso, attraverso movimenti sociali appositi. Questa riforma è quella che la Chiesa cattolica ha iniziato con il Concilio e che prosegue con papa Francesco (vedansi la condanna totale delle armi nucleari e il sostegno ai movimenti per la giustizia nel mondo). Però, per realizzarla compiutamente, la millenaria istituzione Chiesa cattolica dovrebbe organizzarsi, invece che in grandi strutture che facilmente diventano negative, in comunità (delle quali un esempio occidentale è quella dell’Arca, fondata da Lanza del Vasto).

Antonino Drago, è nato a Rimini nel 1938, sposato con quattro figli, laureato in Fisica nel 1961. Già professore associato di Storia della Fisica presso il Dipartimento di Scienze Fisiche dell’Università “Federico II” di Napoli (1973-2004). Dal 2001 docente a contratto presso il Corso di Scienze per la Pace dell’Università di Pisa per gli insegnamenti di Difesa Popolare Nonviolenta (2001-2012) e di Peacekeeping e Peacebuilding (2008-2013) e docente a contratto presso il corso di Operazioni di Pace dell’Università di Firenze di Storia e Tecniche della Nonviolenza dal 2004 al 2010 e (2012-2015) docente di Peacekeeping and Peacebuilding alla Università online Transcend di Johan Galtung (Basilea). Membro fondatore (1978) dell’Italian Peace Research Institute e membro della rete Transcend di Galtung, nel 2000 ha ricevuto il Premio Nazionale Cultura della Pace del Comune di Città di Castello. Ha scritto numerose pubblicazioni scientifiche di storia e fondamenti della scienza, come La riforma della meccanica di G.W. Leibniz, Hevelius, Benevento, 2003; Dalla Storia della Fisica ai Fondamenti della Scienza, Aracne, Roma, 2017; come pure numerose pubblicazioni nazionali e internazionali su obiezione di coscienza, nonviolenza, difesa popolare nonviolenta; i suoi ultimi libri sono Difesa Popolare Nonviolenta, EGA, Torino 2006, Il pensiero di Lanza del Vasto, Una risposta nonviolenta al secolo XX, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2010; Le rivoluzioni nonviolente del secolo XX, Nuova Cultura, Roma, 2010

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