La «nazione indispensabile». Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump, Stefano LuconiProf. Stefano Luconi, Lei è autore del libro La «nazione indispensabile». Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump edito da Le Monnier Università: quali fattori hanno consentito agli Stati Uniti di assurgere alla primazia mondiale?
Soprattutto nel trentennio successivo alla conclusione della guerra civile (1861-65), gli Stati Uniti conobbero una vertiginosa crescita economica, grazie alla distesa di fertili terre coltivabili, all’ingente disponibilità di materie prime, a un ottimo sistema di infrastrutture (che avevano iniziato a realizzare già alla fine del secondo decennio dell’Ottocento), alla consistente iniezione di capitali europei (soprattutto inglesi) e all’abbondanza di forza lavoro a costo contenuto, alimentata da un massiccio flusso continuo di immigrati. Questi ultimi portarono non solo braccia per l’agricoltura e l’industria ma anche innovazione e creatività che permisero agli Stati Uniti di porsi all’avanguardia dello sviluppo tecnologico, per esempio con circa 440.000 brevetti rilasciati a inventori americani tra il 1860 e il 1890. Tali risorse assicurarono al Paese una condizione di supremazia sul resto del mondo e, conseguentemente, gli strumenti per conquistare una quota crescente dei mercati internazionali nel corso del Novecento e per affermarsi nelle due guerre mondiali (nella seconda, ad esempio, gli Stati Uniti produssero più aerei militari di Regno Unito, Germania e Giappone messi insieme). Però, al di là dei fattori economici tangibili, ad assicurare a Washington una primazia globale – che rasentò l’egemonia incontrastata nel decennio tra l’implosione dell’Unione Sovietica nel 1991 e gli attentati di al-Qaeda del 2001 – è stata soprattutto la capacità di elaborare un modello di società (articolato, nella sua formulazione più completa nel secondo dopoguerra, nei termini di democrazia liberale, liberismo economico e produzione di massa per un mercato di massa) che ha saputo ispirare gli altri Paesi a cercare di riprodurlo e ha indotto milioni di individui a tentare di goderne direttamente i benefici (benessere economico nonché libertà politica e religiosa) trasferendosi di persona negli Stati Uniti. Inoltre, la leadership di Washington è riuscita a consolidarsi perché, dalla seconda guerra mondiale, malgrado alcune significative eccezioni (rappresentate soprattutto dalla presidenza di George W. Bush e dall’attuale amministrazione Trump), gli Stati Uniti sono riusciti ad attribuirsi con successo l’immagine di una nazione che guida il sistema globale, ma non intende dominarlo. In altre parole, gli Stati Uniti si presentati come una potenza che esercita un’egemonia benevola e benigna, fondata sul principio che, se i suoi interlocutori ne riconoscono la leadership, Washington è disponibile a prestare ascolto alle richiese e a prendere in considerazione le esigenze dei suoi partner. La primazia americana o, comunque, la sua ricerca quasi costante nel tempo è stata infine alimentata dalla convinzione degli Stati Uniti che la diffusione del loro paradigma sociale, politico ed economico rispondeva a una missione universale che stavano compiendo a beneficio dell’umanità e, come tale, legittimava la conduzione del pianeta da parte di Washington.

Quali nuove sfide globali minano la leadership statunitense?
Fino a un paio di mesi addietro, la risposta avrebbe richiamato la progressiva scomposizione del sistema internazionale dopo l’11 settembre 2001 e la capacità di almeno due potenze, la Russia e la Repubblica Popolare Cinese, di incunearsi tra le maglie sempre più larghe di un mondo rimasto sostanzialmente privo di un centro di stabilità. La Russia decisa a ristabilire la vecchia influenza sovietica nell’Europa orientale; galvanizzata dall’essere riuscita a sfruttare il cavallo di Troia della guerra civile in Siria per tornare a contendere a Washington il primato nel Medio Oriente; e in grado di lanciare campagne di disinformazione per destabilizzare le democrazie occidentali, non ultimi gli stessi Stati Uniti, condizionandone elezioni consultazioni referendarie. La Repubblica Popolare Cinese pronta a minacciare i principali alleati di Washington in Estremo Oriente, Taiwan e il Giappone, con le sue rivendicazioni sul Mar della Cina Meridionale; ormai inseritasi stabilmente in un’area di tradizionale egemonia statunitense come l’America Latina, dove aveva investito mediamente dieci miliardi di dollari l’anno prima del rallentamento della propria economia nel 2015; preparata a ingaggiare guerre commerciali per conquistare nuove quote dei mercati globali attraverso la sottovalutazione artificiosa del renminbi; all’avanguardia tecnologica nel settore 5G; disposta rivaleggiare con Washington perfino sul terreno della finanza e delle infrastrutture con la creazione della Asian Infrastructure Investment Bank e la promozione del progetto della nuova via della seta. Adesso, invece, lo scenario si è arricchito di una ulteriore componente e la cronaca indica una nuova sfida. Con oltre 8.291 morti e 305.820 infettati dal covid-19 al 4 aprile, gli Stati Uniti sono diventati l’epicentro della pandemia e si trovano a un passo dallo sprofondare in una crisi economica. Oltre a evidenziare la debolezza strutturale del sistema sanitario statunitense e a richiamare l’attenzione sull’aspetto più inadeguato del modello americano, cioè la debolezza del welfare state, l’impreparazione dell’amministrazione Trump (che ha minimizzato l’emergenza fino a quando non è stato più possibile negare l’evidenza e per giorni ha prospettato la conclusione del lockout entro Pasqua, prima di tornare precipitosamente sulle sue precedenti dichiarazioni avventate) ha inferto un colpo aggiuntivo all’ambizione statunitense di ergersi a guida del pianeta in ragione della presunzione di saper compiere le scelte migliori per il bene della comunità mondiale. Se l’eventuale realizzazione di un vaccino potrà scompaginare i rapporti di forza in campo internazionale a vantaggio dello Stato in grado di produrlo, gli aiuti offerti da Pechino e da Mosca alle nazioni più colpite dal coronavirus rivestono già da oggi anche valenze geostrategiche e possono ridisegnare a vantaggio della Repubblica Popolare Cinese e della Russia i precari equilibri globali.

Gli Stati Uniti hanno a lungo ricoperto il ruolo di rappresentanti della democrazia e «gendarme del mondo»: quali cause hanno determinato il senso di stanchezza verso gli impegni internazionali, ribadito sotto l’amministrazione Trump?
Non mi limiterei a menzionare i rovesci che gli Stati Uniti hanno indubbiamente subito nella fase della pacificazione e nel tentativo di promuovere una democrazia di stampo occidentale sia in Afghanistan sia in Iraq dopo l’abbattimento dei regimi dei talebani e di Saddam Hussein, rispettivamente nel 2001 e nel 2003. Né farei riferimento soltanto al fatto che, dopo il discredito abbattutosi su Washington per le occupazioni militari di George H. Bush, gli Stati Uniti non sono riusciti a recuperare consenso in Medio Oriente neppure con il ricorso di Obama al soft power, un esito che ha rivalutato l’isolazionismo a fronte del fallimento di due strategie di intervento così diverse. Occorre considerare anche altro. A partire dallo scoppio della seconda guerra mondiale, quando le commesse militari assicurarono il pieno impiego e la fuoruscita dalla depressione economica degli anni Trenta, gli Stati Uniti sono stati spesso protagonisti di una forma virtuosa di keynesismo, per cui conflitti bellici, riarmo e coinvolgimento del Paese in ambito mondiale non hanno comportato sacrifici per la popolazione, ma hanno anzi contribuito ad assicurarne il benessere. Sulla convinzione della compatibilità tra burro e cannoni o addirittura sulla certezza che fossero i secondi a garantire il primo si è in parte retto il sostegno per l’internazionalismo di Washington a livello di opinione pubblica e di elettorato a partire dal secondo dopoguerra. Tale consenso è, invece, venuto meno nel contesto di fasi di recessione o in presenza di strozzature nei periodi di ripresa, quando gli impegni all’estero sono sembrati sottrarre risorse alla risoluzione dei problemi interni. È stato il caso della contestazione alla guerra del Vietnam alla fine degli anni Sessanta. La protesta scaturì non solo dal crescente numero di morti tra i militari statunitensi e dal diffondersi della persuasione che nel sud-est asiatico Washington stesse aiutando un efferato regime autoritario anziché un governo democratico, ma anche dalla coincidenza tra l’ultima fase del conflitto e le prime manifestazioni della deindustrializzazione, con la conseguente caduta dei livelli occupazionali. Qualcosa di simile è accaduto negli anni più recenti. La sconfessione politica dell’interventismo di George H. Bush, espressa dalla vittoria dei democratici nelle elezioni di metà mandato del 2006 e dalla successiva sconfitta nelle presidenziali del 2008 del repubblicano John McCain, che si era impegnato a mantenere le truppe in Iraq per cento anni se fosse stato necessario, maturò dopo che gli Stati Uniti erano stati investiti dalle scaturigini della grande recessione: la crisi dei subprime e l’esplosione della bolla del mercato immobiliare, cominciate nella seconda metà del 2006 e culminate con il fallimento della Lehman Brothers il 15 settembre 2008. Parimenti, la disomogeneità nella ripartizione dei benefici della ripresa economica negli anni della presidenza di Obama, che aveva di fatto accentuato la distanza tra benestanti e indigenti, ha rilanciato le tentazioni isolazionistiche di cui si fatto interprete Trump e ha legittimato le sue critiche alla sovraesposizione in campo internazionale quale fattore di distrazione di energie e fondi che avrebbero potuto essere più utilmente impiegati per aiutare gli statunitensi in difficoltà. Del resto, l’interventismo di George W. Bush era stato favorito dal fatto che il suo predecessore alla Casa Bianca, Bill Clinton, aveva chiuso il bilancio federale in pareggio nel 1997 e addirittura in attivo nel triennio 1998-2000. Invece, sotto Trump, con un indebitamento federale che correva verso i quasi 22 trilioni di dollari dell’inizio del 2019 sarebbe stato impossibile per gli Stati Uniti continuare a fare il “poliziotto globale”. Il rischio di una sovraesposizione finanziaria aveva, comunque, già indotto Obama a frenare gli interventi all’estero per risparmiare risorse da indirizzare su questioni che riteneva più importanti come la riforma sanitaria e il potenziamento dei sistemi di sfruttamento delle energie rinnovabili.

Su Barack Obama si sono focalizzate le attese e le aspirazioni del mondo intero, consacrate dal conferimento del Premio Nobel per la pace nel 2009: cosa ha significato per gli USA e per il mondo intero l’elezione del primo Presidente nero?
Ha significato un grande fraintendimento sia sul piano interno, sia a livello internazionale. Nella prima dimensione l’ingresso di Obama alla Casa Bianca è sembrato la chiusura della questione razziale, intendendo con questa espressione il divario tra bianchi e neri nella società statunitense. In questa prospettiva, il fatto che un afroamericano fosse asceso alla guida del Paese avrebbe rappresentato il superamento del razzismo. L’elezione di Obama ha certamente attestato in maniera incontrovertibile che l’ascendenza africana non costituisce più uno svantaggio insormontabile per i neri. Tuttavia, la distanza dell’afroamericano medio dalle condizioni generali dei bianchi continua a essere rilevante. Per esempio, rispetto ai bianchi, i neri hanno un tasso di disoccupazione che è circa il doppio, un reddito familiare annuo molto più basso (circa 38.000 dollari contro 64.000) e un’aspettativa di vita inferiore (mediamente 75 anni contro 78). Inoltre, gli anni dell’amministrazione Obama hanno visto una recrudescenza delle tensioni razziali. I conservatori hanno potuto declinare le loro critiche alla politica di Obama in termini razzisti. Basterebbe pensare alla rappresentazione caricaturale del presidente nelle vesti di uno stregone africano al momento del dibattito sulla contestatissima riforma sanitaria del 2010. Inoltre, la presenza di un capo dell’esecutivo nero non è riuscita ad arginare le violenze delle forze dell’ordine contro gli afroamericani, a tal punto da indurre lo scrittore e giornalista Ta-Nehisi Coates ad affermare, proprio nell’ultimo anno del mandato di Obama, che negli Stati Uniti del XXI secolo la pigmentazione scura della pelle continua a costituire una minaccia per l’incolumità personale degli individui di colore (Tra me e il mondo, 2016). Gli stessi afroamericani non si sono sentiti tutelati in modo adeguato da Obama e, spinti dalla disperazione, hanno finito per rispondere con sommosse velleitarie (la più devastante a Ferguson dopo la morte di Michael Brown il 9 agosto 2014) a numerosi episodi in cui giovani neri disarmati sono stati uccisi da agenti di polizia. Per paradosso, proprio sotto il primo presidente afroamericano è sorto un movimento, Black Lives Matter (le vite dei neri contano), per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla carcerazione di massa e sulla violenza della polizia a scapito degli afroamericani. Per quanto concerne la seconda parte della domanda, in politica estera, dopo i due mandati di George Bush, segnati dagli interventi militari unilaterali in Afghanistan e in Iraq nell’ambito della cosiddetta “guerra al terrorismo”, il mondo – soprattutto l’Europa occidentale – si era illuso di aver trovato un valido interlocutore e un presidente pacifista. Da questo punto di vista, come osservò al tempo un anonimo funzionario del ministero degli esteri cinese, conferire il Nobel per la Pace a Obama dopo pochi mesi alla Casa Bianca era come assegnare l’Oscar al trailer di un film. Obama ha cercato di rilanciare la concertazione con gli alleati e il multilateralismo. Ma, nonostante il ritiro delle truppe combattenti dall’Iraq e la diminuzione del numero di effettivi impegnati in zone di guerra da 150.000 a 14.000 nell’arco dei suoi due mandati, non ha certo rinunciato agli interventi militari. Tutt’altro. Lo aveva dichiarato fino dalla campagna elettorale del 2008, quando aveva contestato l’occupazione dell’Iraq in quanto obiettivo sbagliato di una guerra opportuna al terrorismo che intendeva proseguire concentrandosi sul bersaglio giusto, al-Qaeda, e sui suoi fiancheggiatori in Afghanistan. Lo aveva lasciato intendere anche alla folla di 200.000 persone accorse ad ascoltarlo a Berlino il 24 luglio 2008, quando aveva chiesto alla Germania di aumentare ulteriormente il numero dei militari impegnati in Afghanistan proprio nel giorno in cui Angela Merkel aveva annunciato l’ampliamento del contingente tedesco da 1.000 a 4.500 effettivi. Inoltre, nel discorso pronunciato alla consegna del Nobel, si prodigò in un elogio della guerra giusta. In effetti, pur cercando di evitare l’impiego di truppe sul terreno, grazie soprattutto all’utilizzazione dei droni, Obama ha addirittura rilanciato la war on terror, ampliando i teatri di coinvolgimento degli Stati Uniti che, oltre all’Afghanistan e all’Iraq, hanno annoverato anche la Siria, la Libia, la Somalia, lo Yemen e il Pakistan. Così, a pochi mesi dalla conclusione del suo secondo mandato, il 6 maggio 2016 Obama divenne il presidente che era stato più a lungo in guerra in tutta la storia degli Stati Uniti.

Cosa rimane oggi del modello americano?
Resta ben poco. Il fatto che, a causa dei meccanismi dell’elezione indiretta del presidente, Trump sieda nello Studio Ovale, pur avendo raccolto oltre tre milioni di voti popolari in meno di Hillary Clinton nel 2016, solleva perplessità sulle dinamiche della democrazia statunitense e sulla rispondenza delle istituzioni agli orientamenti della popolazione, anche alla luce del fatto che pochi anni prima, nel 2000, si era verificato un caso analogo, quando George W. Bush aveva sconfitto Al Gore nella corsa per la Casa Bianca, sebbene avesse ricevuto circa 600.000 voti popolari in meno. Pure un altro caposaldo del modello americano, il liberismo, è stato messo duramente alla prova: prima dagli interventi dell’amministrazione Bush per fronteggiare la grande recessione nel 2008 (l’acquisto di titoli tossici da parte dello Stato federale per 475 miliardi di dollari al fine di salvare gli istituti che li avevano emessi, la nazionalizzazione di due giganti dei prestiti ipotecari quali Fannie Mae e Freddie Mac, i prestiti erogati per garantire la sopravvivenza a compagnie di assicurazioni come l’American International Group e a banche come la Citicorp), in seguito dai 787 miliardi di dollari di aiuti per l’economia stanziati dell’amministrazione Obama (con prestiti all’industria automobilistica e l’acquisto della maggioranza del pacchetto azionario della General Motors da parte dello Stato federale), poi dal ritorno di Trump a politiche protezionistiche aggressive, infine dal pacchetto di 2.200 miliardi di dollari stanziati dal Congresso pochi giorni fa per fronteggiare la crisi economica causata dalla pandemia di coronavirus. In particolare, gli Stati Uniti sembrano aver smarrito il loro idealismo del passato e quel senso della diversità dal resto del mondo di cui si erano fatti quasi sempre vanto in precedenza per legittimare la propria aspirazione alla leadership globale. Significativo in proposito risulta il passo di un’intervista rilasciata da Trump il 6 febbraio 2017 a Bill O’Reilly di Fox News. Al giornalista che gli contestava l’ammirazione per Putin obiettando che il leader del Cremlino fosse un killer, il presidente rispose che c’erano molti assassini in giro e che il suo interlocutore non doveva illudersi che gli Stati Uniti fossero poi tanto innocenti.

Quale futuro, a Suo avviso, per gli USA?
Nessuno ha la sfera di cristallo, meno che mai gli storici. Gli Stati Uniti sono oggi soprattutto una superpotenza militare senza rivali. Spendono, infatti, più di qualsiasi altra nazione nel settore della difesa (quasi 649 miliardi di dollari nel 2018, una cifra superiore a quella combinata dei sette Paesi che seguono Washington nella classifica delle nazioni che stanziano più denaro per le forze armate, pari a poco meno di 609 miliardi di dollari in totale nello stesso anno), controllano una rete di centinaia di basi sparse per il mondo e hanno migliaia di effettivi dislocati in oltre 40 nazioni straniere. Ma la stanchezza per gli impegni internazionali si somma al freno rappresentato dal timore di non essere in grado di prevalere nelle guerre asimmetriche, che caratterizzano ormai il Terzo Millennio. La combinazione di questi due fattori finisce per disinnescare lo smisurato arsenale bellico dell’iperpotenza americana anche nella semplice sfera della deterrenza. Inoltre, la presidenza di Trump ha provocato una nuova crisi di credibilità degli Stati Uniti a livello internazionale. Come se non bastasse, in poche settimane la pandemia di covid-19 ha spazzato via gli indubbi risultati positivi dell’economia del primo triennio dell’amministrazione Trump, gettando fosche ombre sul futuro di una nazione dove in un solo mese la disoccupazione è salita al 4,4%, con una perdita di oltre 700.000 posti di lavoro a marzo, mentre alcune stime collocano il numero delle possibili vittime del coronavirus tra le 100.000 e le 200.000. E, come ho accennato prima, sarà proprio il modo con cui Washington gestirà l’emergenza del covid-19, finora quanto mai approssimativo e ai limiti del dilettantismo, a determinare la caratura degli Stati Uniti quando questa emergenza planetaria sarà superata.

Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America presso il Dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni più recenti comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (Le Monnier, 2020) e La corsa alla Casa Bianca. Come si elegge il presidente degli Stati Uniti, dalle primarie dei partiti al voto di novembre (goWare, 2020).

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