La nazione del miracolo. L'Italia e gli italiani tra Storia, memoria e immaginario (1963-1964), Marcello RavvedutoProf. Marcello Ravveduto, Lei è autore del libro La nazione del miracolo. L’Italia e gli italiani tra Storia, memoria e immaginario (1963-1964) edito da Castelvecchi: cosa ha significato il miracolo economico per la vita degli italiani?
Il miracolo economico, come altri momenti storici, ha per gli italiani diversi significati che variano a seconda della prospettiva con cui si guarda a quell’evento paradigmatico della storia repubblicana. Una fase che è stata chiamata boom e miracolo accostandola a un’esplosione e a un evento soprannaturale. Le parole non nascono per caso. Qualcosa significa se per tentare di dar forma e di dare un nome ad una cosa percepita come imprevista e impadroneggiabile, fascinosa e minacciosa insieme, si è fatto ricorso all’universo semantico della guerra e della religione. L’osservazione dello storico è spesso quella di chi vede un tumultuoso processo di crescita economica che stravolge le strutture sociali tradizionali e che provoca un cambio di passo della politica nel tentativo di mantenere il controllo di una società in cui entrano in campo le nuove generazioni protagoniste di un cambiamento culturale: i valori tradizionali della civiltà rurale sono messi in discussione dal benessere diffuso dal lavoro e dalla cultura di massa della produzione industriale. Ma se volgiamo lo sguardo ai sentimenti degli italiani ci rendiamo conto che questo popolo di famiglie vive il miracolo come una rinascita, come un sogno che – come canta Mondugno – non ritornerà mai più. Se la prima volta in cui gli italiani si sentono uniti è quando vestono una uniforme nelle trincee della prima guerra mondiale, la seconda volta in cui condividono un sentimento di riconoscimento reciproco, realizzando la forza dell’unità nazionale, è quando l’Italia lavora e ha lavoro. Il miracolo risveglia l’orgoglio nazionale di un paese che, dopo l’esperienza del fascismo e la sconfitta bellica, sembrava costretto a un destino di marginalità e povertà nel contesto internazionale. Ma il miracolo è proprio questo: la visione dei padri costituenti di realizzare una Repubblica fondata sul lavoro pare si stia realizzando. Una nuova unità imperniata sui consumi, sulla motorizzazione di massa, sulla diffusione dell’igiene pubblica e privata, ma anche su un’emancipazione collettiva trainata da due generazioni: quella dei nati alla metà degli anni Trenta e quella dei figli della guerra. È l’Italia delle autostrade; l’Italia quinta potenza industriale del mondo; l’Italia che guadagna il diritto di ospitare le Olimpiadi del 1960; l’Italia che celebra il Centenario rinnovando la retorica risorgimentale intesa come origine di un destino di successo.

Come cambia l’immaginario collettivo degli italiani negli anni del boom economico?
La nazione del miracolo è un tipico esempio di «comunità immaginata»: rifatta l’Italia bisogna rifare gli italiani, a cominciare dall’immaginario collettivo che non può essere più quello roboante della propaganda fascista e nemmeno quello dell’Italia povera e distrutta del neorealismo. Un immaginario che sia in grado di rispecchiare i progressi conseguiti e le aspettative da realizzare. Ovunque si girino gli italiani (cinema, Tv, romanzi, riviste, quotidiani, filmini amatoriali, fumetti ecc.) sono circondati dalle stesse immagini: fabbriche, palazzi, automobili, elettrodomestici, self service, oggetti di plastica, distributori di benzina, autostrade, cibi surgelati, abiti confezionati e così via. Ognuno, leggendo o guardando, sente di essere uguale al proprio vicino, di appartenere al ceto medio dilagante, di poter aspirare a una condizione borghese massificata acquistando abiti confezionati e prodotti di bellezza, guidando lo scooter o l’utilitaria, andando al mare o in montagna, guardando la televisione e tirando fuori il cibo dal frigorifero. Nasce con il miracolo la figura dell’italiano medio (brillantemente impersonato da Alberto Sordi) che si libera definitivamente dalla vergogna delle sue origini e dall’impaccio del dialetto, per entrare di slancio nella civiltà industriale. Certo il benessere non tocca tutti e anche quando arriva non è dello stesso tipo. Eppure l’immaginario determina una percezione del mutamento, molto più vasta di quello realmente goduto, che finisce con l’abbracciare ampie fette di popolazione che possono vederlo, sentirne parlare, immaginarlo. La circolazione delle informazioni e delle immagini – la travolgente esperienza della cultura di massa – produce essa stessa un cambiamento di mentalità anche dove la crescita dei redditi non è ancora avvenuta. Così, grazie all’immaginario il benessere coinvolge potenzialmente tutte le classi sociali secondo un duplice percorso distinguibile tra chi accede concretamente ai beni materiali e chi spera, prima o poi, di potervi accedere imitando atteggiamenti, comportamenti e stili di vita di quella parte di popolazione che già li possiede. Gli oggetti, in quanto status di benessere, sono esibiti ovunque e visibili per chiunque e conquistano nell’immaginario pubblico un valore unificante. Dunque l’immaginario (parole, immagini, canzoni e oggetti) mobilita il piano delle emozioni e una nazione può dirsi tale quando i suoi abitanti condividono non solo gli stessi confini geografici ma anche le stesse emozioni. Una nazione per esistere deve innanzitutto immaginarsi come tale e sentirsi partecipe nello stesso istante di un evento storico irripetibile che restituisce il senso di comunità. Una comunità in cui gli abitanti, pur rimanendo fisicamente dei singoli cittadini, vivono l’immagine del loro essere uniti. La simultaneità di consumi e media crea un immaginario collettivo al quale appartiene anche chi non si conosce ma che esiste e si comporta allo stesso modo, secondo una precisa idea di nazione, concepita come una solida comunità che si muove compatta lungo l’asse della storia. Un immaginario includente che inquadra il cittadino in un rito replicato da milioni di altri italiani, della cui presenza è certo ma della cui identità non ha la minima idea. Un rito che è stato chiamato «cetomedizzazione di massa» (De Rita). Consumi e media rappresentano, perciò, la convergenza di capitalismo, tecnologia e comunicazione che, unificati dalla lingua, danno forma ad una «comunità immaginata» la cui morfologia essenziale pone le basi della nazione moderna, la nazione del miracolo, appunto.

Quali dinamiche è possibile cogliere nel confronto tra le prospettive dei partiti e i desideri dei cittadini di quel periodo?
La nazione del miracolo è un continuo alternarsi di luci e ombre, di vecchio e nuovo, di popolo e governo, di resistenza e desistenza, di riformismo e moderatismo, di sviluppo e sottosviluppo, di crisi e opportunità, di etica e corruzione, di crescita e declino. Di fronte a questa complessità i partiti perdono la bussola e cominciano a inseguire i processi innescati dal boom economico. I consumi soprattutto sono da un lato accettati in quanto portatori di benessere, motori dello sviluppo economico, dall’altro criticati, se non demonizzati, in quanto eversori di un ordine valoriale e comportamentale tradizionale di cui i partiti si sentono i legittimi custodi. La classe politica interpreta, quindi, il miracolo come una crisi sociale e non come una rivoluzione nazionale. La crisi, però, è sempre un trauma, una situazione eccessiva, difficile da controllare: una mobilitazione dell’angoscia. Sigmund Freud diceva che l’angoscia è un segnale d’allarme di fronte ad un pericolo che necessita un cambiamento. Nelle fonti audiovisive di quel periodo si ripete spesso «L’Italia sta cambiando». Si sta evocando una catarsi collettiva per evitare un conflitto tra paese legale e paese reale? Il boom, in fondo, è una contesa tra desiderio popolare ed esigenze politiche. I partiti cercano un quadro di riferimento stabile che, nelle condizioni date, può essere unicamente il mantenimento dello status quo. Provano ad adeguarsi alle aspettative collettive, affrontando lo scompiglio dell’adolescenza repubblicana, sballottati tra momenti di incontenibile euforia e situazioni di cupo pessimismo. Alcuni esponenti politici vorrebbero razionalizzare lo sfruttamento delle risorse intervenendo sui consumi privati con una decisa azione riformista ma sono sbaragliati dal fiume in piena del benessere reale e immaginario. La sconfitta dei riformatori più che sul piano politico avviene nella trasformazione del contesto sociale che paradossalmente emerge nel biennio 1963-1964, cioè quando l’impatto della congiuntura materializza la percezione del benessere raggiunto paventando il rischio di un repentino ritorno al passato e quindi la fine di un sogno a cui non si vuol rinunciare. Un sogno in cui si coglie con nettezza la distanza tra le prospettive dei partiti e i desideri dei cittadini: mentre i primi si scontrano sulle riforme strutturali e sulle manovre congiunturali, dividendosi tra alfieri dello spontaneismo e paladini della programmazione; i secondi sono attratti da un’unica grande meta: il ceto medio come conquista materiale. Un’aspirazione che diventa visibilmente concreta attraverso l’immaginario prodotto dal boom economico: l’urbanesimo della speculazione edilizia e delle periferie dormitorio; i profili delle auto che mutano il paesaggio urbano; le ciminiere che lambiscono il cielo; la famiglia che modifica usi e costumi; i giovani e le donne che vogliono essere protagonisti della modernità; i braccianti che sciamano verso le città; gli operai che agognano il possesso della casa, dell’utilitaria, della televisione e degli elettrodomestici, senza dover rinunciare alla villeggiatura estiva. Il Miracolo è la storia di un’unificazione materiale in cui ognuno, grazie alla replicazione delle rappresentazioni e alla serialità degli oggetti di consumo, può identificarsi finalmente come cittadino di una nazione occidentale moderna in cui sono saltate tutte le vecchie gerarchie di potere dell’Italia rurale. Pertanto, l’unica riforma strutturale possibile è accettare la nuova realtà.

Come viene raccontato dai media il miracolo economico?
Negli anni del miracolo per la prima volta siamo di fronte ad una triangolazione tra musica, cinema e televisione che genera un mastodontico immaginario nazionale. Si crea un effetto “stanza degli specchi” in cui nessuna immagine riflessa elide la precedente concorrendo tutte insieme a immagazzinare un patrimonio crescente che diventa parte integrante del corredo mnemonico della nazione. I media, intersecandosi, si integrano l’uno con l’altro in un gioco di rimandi, citazioni e rifrazioni: un’eccedente autoreferenzialità che si impone sulla memoria collettiva delineando e intrecciando identità locali e contesto nazionale. Il flusso di parole, suoni e immagini, passando da un medium all’altro, si aggrega in una serie infinita di catene di significato che replicano espressioni, situazioni e condizioni individuali e collettive. Si creano, così, una sequela di figurazioni autonome, gli stereotipi, che si alimentano nella circolarità autoreferenziale dei media succhiando frammenti compatibili con la loro natura di interferenti “dominanti”. Più lo stereotipo si nutre, maggiore è la sua capacità di influenzare l’immaginario. Lo “stereotipo maturo” è scollegato dalla realtà e agisce autonomamente dentro la narrazione dei media: da un lato è un disciplinatore del senso comune che esemplifica l’immaginario di un contesto storico sociale molto complesso (il miracolo), rendendolo comprensibile alla massa; dall’altro influenza il racconto mediale, sintonizzandosi con le aspettative morali del pubblico: il Bruno Cortona de Il sorpasso e l’Edoardo Nottola de Le mani sulla città, il Giovanni Alberti de Il boom e il Mike Bongiorno di Lascia o Raddoppia?, i personaggi del Carosello e il Celentano del festival di Sanremo, il Luciano Bianciardi de La vita agra e il Pier Paolo Pasolini dei Comizi d’amore e poi degli Scritti corsari; ancora il riformismo della minoranza laica e il moderatismo dei dorotei, l’equilibrismo di Aldo Moro e il personalismo di Fanfani, il “non possumus” dei comunisti e il clientelismo dei democristiani, il capitalismo di Stato e l’assistenzialismo della Cassa del Mezzogiorno, la cultura del “fare” della piccola e media impresa e il triangolo industriale, il Piano Solo del generale De Lorenzo e il consumismo del ceto medio. Uomini in carne e ossa si mescolano a personaggi della fantasia, eventi memorabili si confondono con le loro stesse rappresentazioni: un vortice in cui reale e finzione partecipano egualmente alla costruzione di un unico immaginario. Così i fatti storici assumono la valenza di tòpoi che agitano le reminiscenze della memoria collettiva indeterminatamente: non finiscono, anzi possono essere inglobati nel presente aprendo il varco a interpretazioni originali dentro le quali si rinnova il processo addizionale/moltiplicatore della “stanza degli specchi”. Il boom economico è diventato, perciò, un evento mediale accolto con solennità sia per la rilevanza storica, sia per la capacità di sottolineare il passaggio di un’epoca e mostrare le possibilità di cambiamento a una nazione avvinta, in questo presente, dalla sindrome del declino. La “mediatizzazione del miracolo” costruisce un nuovo spazio della memoria con riferimenti temporali condivisi e legami, per almeno due generazioni, tra storia personale e collettiva. Il pubblico svolge, perciò, un ruolo strategico: è chiamato a celebrare la grandeur della nazione in opposizione alla crisi attuale. Il recupero di quel passato, con l’enfatizzazione della modernità, svolge una funzione riparatrice, presentando figure ed eventi paradigmatici intorno ai quali proporre la reintegrazione sociale. La retorica del miracolo, ponendosi al limite tra fiction e documentario, seduce come un racconto e convince come un reportage giornalistico. L’evento storico prende la forma dello spettacolo, in concorrenza con la scrittura della storia, trasmigrando nei discorsi pubblici e in tutta una serie di citazioni, rimandi e reinterpretazioni che si esprimono in film, documentari, fiction, trasmissioni televisive e radiofoniche, mostre fotografiche, siti web e gruppi social.