“La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo” di Roberta Biasillo, Marco Armiero e Wilko Graf von Hardenberg

Prof.ssa Roberta Biasillo, Lei è autrice con Marco Armiero e Wilko Graf von Hardenberg del libro La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo edito da Einaudi: quale rilevanza assunse, per le politiche del regime, l’ambiente?
La natura del duce. Una storia ambientale del fascismo, Roberta Biasillo, Marco Armiero, Wilko Graf von HardenbergTutte le società e tutti i regimi politici hanno fatto uso dell’ambiente e si sono relazionati con gli habitat in cui si sono trovati a operare. In alcuni casi gli usi della natura sono stati più visibili e in altri meno. Nel caso del fascismo, l’ambiente venne esplicitamente mobilitato a vari livelli: l’ambiente entrò nei luoghi di produzione di conoscenze scientifiche, nelle politiche demografiche ed economiche, nelle necessità belliche, nel rigenerare città, campagna e spazi coloniali, nel controllo della mobilità.

Il ruolo dell’ambiente durante il fascismo però andò oltre il legame diretto con specifiche politiche ed entrò nelle finalità complessive delle azioni del regime fascista sia a livello nazionale che internazionale: cioè da un lato la modernizzazione del paese e dall’altro il prestigio in politica estera. La sperimentazione nel settore agricolo e nell’allevamento procedette di pari passo allo sviluppo della industria chimica; il ruralismo e l’idea dello strapaese convissero con le ricerche nel campo della motorizzazione pubblica e privata; la creazione dei centri rurali di fondazione in Italia e Africa rappresentò uno strumento di nazionalizzazione insieme all’istituzione di parchi nazionali e alle esplorazioni geografiche. Questi usi apparentemente contraddittori fecero dell’ambiente un potente dispositivo nell’elaborazione e materializzazione della versione della modernità, alternativa e autoritaria, del fascismo italiano.

Infine la fascistizzazione dell’ambiente procedette in parallelo alla fascistizzazione dello stato. L’analisi della concettualizzazione e trasformazione dell’ambiente è utile a leggere il fascismo come insieme di pratiche, più che come ideologia astratta, e si aggiunge alle interpretazioni storiografiche che hanno guardato alla progressiva definizione di una Italia fascista nel corso degli anni Venti e Trenta.

Ovviamente il fascismo non inventò nessuno di questi usi dell’ambiente – alcuni dei quali furono trasversali a regimi diversi – ma li combinò tra loro, li legò alle disposizioni governative e se ne appropriò grazie alla violenza, alla mancanza di una opposizione aperta, alla persuasione della propaganda.

Di quali formazioni socioecologiche si servì, per il proprio progetto politico, il fascismo?
Le socionature che hanno caratterizzato il ventennio sono molte e solo alcune hanno trovato spazio nel volume. Tra quelle illustrate ricordo le formazioni legate all’autarchia che si fondavano sull’idea di una Italia povera di materie prime e che quindi aveva bisogno di ingegno, lavoro, fede fascista per emanciparsi dai percepiti limiti ambientali. Produrre energia per un paese povero di carbone e di petrolio, che proprio all’epoca cominciava a imporsi come fonte energetica, non poteva che dipendere dall’acqua e dai dislivelli orografici. Quindi una prima formazione socio-ecologica fascista furono i paesaggi dell’idroelettrico fatti di macchine, chiuse e strumenti di misurazioni ma anche di montagne da rimboschire e proteggere dai montanari.

Poi ci sono le socioecologie legate alla tutela. Dei cinque parchi nazionali storici italiani ben quattro vennero istituiti dopo il 1922 e i parchi del Circeo e dello Stelvio in particolare mostrano come la tutela della natura poco avesse a che fare con la conservazione di flora e fauna. La nascita e la gestione di queste aree protette evidenziano che di fronte alle esigenze scientifiche della tutela, il fascismo preferì quelle economiche e propagandistiche. Le cifre distintive delle ecologie della tutela furono crescente militarizzazione, uso della violenza e centralizzazione amministrativa.

L’ultimo gruppo di socioecologie che vorrei menzionare riguarda la costruzione dell’ambiente coloniale. Le direttive della colonizzazione agricola in Libia determinarono due tentativi di mettere a produzione la colonia nordafricana prima immaginandola come lo spazio per una bonifica a opera di privati e poi come lo spazio per una bonifica di stato pianificata nei minimi dettagli. L’ambiente dell’Africa Orientale diventò invece la terra dell’oro e del platino e il deposito di minerali utili allo sviluppo industriale italiano.

La separazione tra queste classificazioni non è netta: tutela, autarchia e colonizzazione furono motivi che si intrecciarono nelle formazioni socioecologiche. Inoltre, idroelettrico, parchi nazionali e colonie non furono invenzioni fasciste, ma il fascismo svolse un ruolo chiave nel loro sviluppo e le usò in modo strumentale.

Che rapporto ebbe, con la natura, Mussolini?
Nell’indagare questo aspetto il libro distingue tra due costruzioni del duce, quella del personaggio pubblico e quella di un individuo colto nella sua sfera privata. Il duce del fascismo è espressione innanzitutto della natura razzializzata: Mussolini assomma su di sé le caratteristiche migliori della razza italiana, dei suoi avi capitani del popolo di Bologna e della laboriosità romagnola. Con la natura, in senso stretto, il duce ebbe un rapporto mediato dalla necessità di rappresentarsi come il protettore di esseri inferiori – di piante, animali e anche di donne – o come dominatore di spazi o animali selvaggi. Anche il contatto con la montagna, durante il soggiorno del duce a Tolmezzo e attraverso l’esperienza della Grande guerra, viene riletto come una forma di addestramento ai valori dell’eroismo e della frugalità fascista.

Benito viene raccontato invece come una persona ossessionata dalla salute e dai rischi di contrarre malattie. Il rapporto quotidiano con la natura si consumava nel giardino della sua villa romana, dove Benito quasi collezionava animali per sé e la propria famiglia, e nella propria passione per il tiro al piccione.

Ciò che interessa è quanto questa relazione tra Mussolini e la natura fu in grado di esprimere i discorsi fascisti della natura.

Di quali trasformazioni ambientali si rese responsabile il regime fascista?
La trasformazione ambientale fascista per eccellenza è la bonifica integrale, che può essere spiegata anche come una guerra agli ambienti considerati economicamente improduttivi e non moderni. La bonifica venne interpretata come una guerra contro le paludi o contro il deserto e fu una guerra integrale perché riguardò la trasformazione di paesaggio, cultura e gruppi sociali di una determinata regione. I momenti più emblematici del ridisegno fascista del territorio arrivarono negli anni Trenta.

Un primo luogo chiave per comprendere la pervasività delle trasformazioni ambientali è l’Agro pontino. Negli anni che precedettero l’inizio dei lavori di bonifica l’area venne addirittura esclusa dalle mappe coeve del territorio e questa cancellazione della palude era funzionale alla retorica della creazione fascista di campi fertili, poderi ai contadini, infrastrutture imponenti e città di fondazione (Littoria, Pontina, Sabaudia, Aprilia e Pomezia) dove prima non c’era altro che un vasto vuoto disabitato.

La stessa retorica di creazione dal nulla la ritroviamo nelle colonie africane: dove c’era solo sabbia, Mussolini fece trovare l’acqua e rese fertile il suolo, costruì villaggi per le famiglie rurali italiane, lottizzò le aree costiere della Libia e vi introdusse colture europee. Il programma di colonizzazione di massa della Libia ebbe nello sbarco dei Ventimila del 1938 il culmine del progetto fascista di italianizzazione della Quarta sponda. Ai Ventimila seguirono gli Undicimila nel 1939. Nella rilettura fascista dell’esperienza di colonizzazione, l’arrivo degli umani doveva segnare l’ultima tappa di un processo di bonifica iniziato negli anni Venti. Di fatto, come si spiega nel libro, non ci fu continuità né pianificazione.

Quale bilancio è possibile tracciare degli usi e delle politiche ambientali del fascismo?
Sicuramente un bilancio degli effetti ambientali delle politiche fasciste si può trarre dalla recrudescenza di alcune forme di protesta, nonostante la repressione, il propagandato consenso o l’ordine corporativo. A livello ambientale, alcuni eventi drammatici legati alla produzione di energia idroelettrica segnarono gli anni del regime. Nel libro si ricordano il disastro di Gleno nelle Alpi Orobie nel 1923 dove almeno 350 persone persero la vita e quello della diga di Molare al confine tra Liguria e Piemonte dove, nel 1935, 115 persone morirono e altre migliaia videro in pochi minuti sparire tutto ciò che possedevano. Questi due disastri aprono alla continuità con il periodo repubblicano e rimandano alla tragedia del Vajont del 1963.

Le politiche coloniali fasciste furono un chiaro esempio di fallimento ecologico e di incapacità del regime di leggere gli ecosistemi desertici. Nonostante i limiti spaziali dell’intervento fascista nelle colonie, i paesaggi coloniali furono estremamente energivori e insostenibili sul breve e sul lungo periodo e determinarono effetti devastanti sulle comunità locali.

Bilanci e continuità rimandano a un’altra questione, quella dell’eredità del fascismo e del colonialismo nello spazio urbano. I paesaggi contemporanei mostrano una convivenza forzata e dimenticata con la retorica fascista pietrificata negli edifici, nei monumenti, nelle strutture urbanistiche, nell’odonomastica, nelle montagne. Ma mostrano anche la necessità di politicizzare gli spazi e comprendere gli usi politici del passato di quegli spazi.

Roberta Biasillo è una storica dell’ambiente e docente di Storia politica all’Università di Utrecht (Paesi Bassi). Ha svolto attività di ricerca postdottorato presso il Rachel Carson Center di Monaco di Baviera, il KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma e lo European University Institute di Firenze.

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