La modern dance. Teorie e protagonisti, Elena RandiProf.ssa Elena Randi, Lei è autrice del libro La modern dance. Teorie e protagonisti edito da Carocci: a cosa si fa riferimento con il termine «modern dance»?
La definizione modern dance oggi è utilizzata per una quantità di forme coreiche disparate, il che crea non poca confusione terminologica. Personalmente, ho voluto limitarne il significato all’arte dei coreografi e dei danzatori statunitensi attivi tra l’inizio del XX secolo e il 1950 circa la cui opera si propone come più innovativa rispetto al balletto, utilizzando sostanzialmente l’espressione nel senso impiegato da un influente critico americano dell’epoca come John Martin. Nel 1933 Martin aveva intitolato infatti The Modern Dance un suo noto volume. Aveva tuttavia avvertito subito che il «termine “modern”» era inidoneo, osservando come l’aggettivo potesse funzionare solo in riferimento al periodo in cui lui stava scrivendo, non agli anni successivi. Senonché, la definizione si è, per così dire, cristallizzata, trasformandosi nei decenni in una sorta di titolo d’un movimento, al modo di espressionismo, di surrealismo o di art nouveau. Per questo, ho scelto di farla anche mia. Ne ho però allargato un po’ i confini segnati da Martin per il semplicissimo motivo che lui scrive nel 1933 e però il movimento, che ha tratti a mio parere riconoscibilissimi, prosegue anche oltre quella data. Per farla breve, nella modern dance includo, per non citare che i nomi più importanti, Isadora Duncan, Ruth Saint Denis e Ted Shawn; Martha Graham, Doris Humphrey, Charles Weidman e Hanya Holm; José Limòn ed Erick Hawkins.

Chi sono i fondatori della modern dance?
Se Isadora Duncan ne è sicuramente una fondatrice, nel libro attribuisco un peso molto forte al ruolo svolto dalla Denishawn School, ossia dall’istituzione fondata da Ruth Saint Denis e da Ted Shawn, nella quale si formano tre dei più grandi coreografi della seconda generazione, ossia Martha Graham, Doris Humphrey e Charles Weidman.

Come dimostra un libro importante di Ted Shawn intitolato Every Little Movement (in italiano: Ogni più piccolo movimento. François Delsarte e la danza), la Denishawn School è fondamentale nella trasmissione di un aspetto che diventa chiave nell’avanguardia americana: la tensione al superamento di un corpo “spezzato” le cui sezioni agiscono l’una indipendentemente dall’altra come nel balletto, al raggiungimento di un corpo in grado di lavorare unitariamente, come organismo dalle parti interdipendenti. Detto altrimenti, la modern dance mira alla conquista di un corpo “totale”. Ciò non costituisce un banale fine tecnico. Alle sue spalle sta qualcosa di più: l’incubo, proprio dell’uomo moderno, della frantumazione dell’io, della schizofrenia, della perdita di un centro. Il tentativo di riedificare un corpo che sia davvero un organismo e non una mera somma di parti, riflette l’anelito a ritrovare, grazie al gesto artistico, una dimensione interiore non spezzata né in frantumi. Di qui la ricerca di una struttura anatomica unitariamente concepita, dalla quale il movimento si irradi lungo tutti i muscoli, tutte le articolazioni, tutti i nervi, esprimendo in primis la dinamica intima, dove il termine “intima” può assumere significati abbastanza diversi. Inseguire questo corpo dotato di Grazia significa ricercare la complessione unitaria, ora perduta, che l’io aveva prima di Cartesio e, secondo alcuni, persino la sua comunione con l’anima mundi.

In questo contesto la categoria cinetica delle successioni diviene centrale. Costituisce infatti una tipologia di movimento esemplare, il modello di dinamica corporea che rappresenta nel modo più puro l’ottenimento di un organismo totale, integro, unitario, oltre che, secondo alcuni coreografi, perfetto riflesso della dinamica “spirituale” anziché meccanismo da essa scollato.

Qual è l’importanza di Martha Graham in questo percorso di ricerca?
Direi che la cifra distintiva di Martha Graham è di ritenere che la danza (la sua danza) sia in grado di disvelare i segreti più reconditi dell’inconscio collettivo, della cui esistenza è una convinta sostenitrice. Va da sé che Martha Graham è una seguace del pensiero junghiano.

Quali specificità introducono Doris Humphrey e Charles Weidman?
Credo che Doris Humphrey condivida con François Delsarte, cioè con un autore il cui pensiero era ampiamente studiato dagli allievi della Denishawn School e dunque anche da lei, il proposito di ritrovare un movimento corporeo che viene prima delle aggiunte, delle revisioni e delle storture storiche, e dunque nient’affatto quotidiano (o, forse, di una quotidianità di un tempo remotissimo e che non è più appartenente al nostro mondo). Per entrambi si tratta di ritrovare la dinamica cinetica naturale. Nel primo caso, però, l’accento cade sull’elemento espressivo: naturale è, per Delsarte, il gesto che riflette, senza mediazioni, lo status interiore; per Doris Humphrey, invece, tale qualità coincide con il fisiologico: lei non crede che il movimento racchiuda alla radice intenzioni espressive, ma che sia semplice azione fisica, e quella mira a ritrovare. Che poi quell’atto corporeo contenga anche ineluttabilmente un risvolto psicologico, questo, in prima battuta, non le interessa. In ogni caso, esso non è intenzionale nella danza della Humphrey.

Un po’ diverso il discorso per Charles Weidman, più legato a contaminazioni di natura “mimetica”, per quanto in modo piuttosto particolare.

Da chi è rappresentata la terza generazione della modern dance?
Dai massimi rappresentanti della seconda generazione escono almeno quattro coreografi di estrema importanza: Erick Hawkins e Merce Cunningham sono danzatori della Martha Graham Dance Company, Alwin Nikolais è allievo di Hanya Holm, mentre José Limòn si forma nella troupe Humphrey-Weidman. Mentre Cunningham e Nikolais deviano in maniera cospicua dai principi dei loro maestri e dunque da ciò che ritengo appartenga alla modern dance, Erick Hawkins e José Limòn, pur con le dovute varianti, si mantengono, a mio parere, dentro al solco scavato dai loro predecessori. Sono loro a costituire la terza generazione della modern dance, almeno nella mia prospettiva.

Erick Hawkins è stato per me una sorpresa. Senza conoscerlo a fondo, avevo ingenuamente pensato che fosse una specie di derivazione della Graham, della quale era stato anche il giovane e bel marito. Invece, con grande meraviglia, ne ho scoperto la straordinaria raffinatezza di pensiero. Consiglio a tutti la lettura del suo The Body is a Clear Place. Un gran libro.

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