Andrea Marcolongo, Lei torna alla scrittura, dopo lo straordinario successo de La lingua geniale, con La misura eroica. Il mito degli Argonauti e il coraggio che spinge gli uomini ad amare. Un ritorno segnato dalla volontà, come scrive Lei stessa, di «provare a trovare le risposte», dopo essersi trovata, a trent’anni, «a bordo di una nave salpata da un porto che non conoscevo, quello della scrittura»: dove l’ha condotta il viaggio?
La misura eroica, Andrea MarcolongoDa sempre, fin da quando ho iniziato a scrivere, ringrazio i miei lettori, che sono la mia forza, la mia fiducia. Soprattutto i ragazzi. Se, grazie al primo libro, ho incontrato circa 300mila studenti di tutta Italia, con La Misura Eroica riparto ancora dalle scuole, con un tour che mi porterà da Aosta a Palermo. Ed è una mia precisa scelta, perché credo che il compito della letteratura non sia quello di dare risposte, ma di suscitare domande. In fondo, questo mio nuovo libro nasce proprio dalle domande che quelli che ormai chiamo “i miei ragazzi” mi hanno posto, non solo in Italia, ma fino all’ultimo villaggio del Perù o alla Sorbona, dove mi hanno portato le 21 edizioni estere. La Misura Eroica è proprio dedicato a loro, perché racconta una storia di formazione, di ricerca di se stessi e di felicità che resta costante in qualunque stagione della vita. Perché “maturo”, dal latino, non significa affatto superare un esame, ma sapersi mettere a frutto sempre, in ogni stagione della vita.
Scrivere La Misura Eroica è stato per me un vero viaggio. Sono salpata dal porto sicuro, quello di un best seller internazionale, rifiutando la comodità di sequel o di un libro simile rincorrendo operazioni di marketing o banalità. Di nuovo, ciò che conta, per me, è la fiducia dei miei lettori.

Nel Suo libro ha scelto di raccontare il viaggio degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro: come mai questa scelta?
Da sempre non so scrivere di ciò che non amo. E da sempre non riesco a pensare al presente se non attraverso la lezione degli antichi, questo è il mio modo di raccontare e la misura del mio nuovo libro. Del resto, i Greci dicevano che il futuro arriva alle nostre spalle, non viceversa: lo credo anch’io, soprattutto se guardo questo momento storico così confuso, smarrito e angosciato dal futuro. Talvolta, infelice.
La Misura Eroica è molto di più del mio primo libro: non parla di lingua greca o di mondo classico, utilizza però l’antico come fil rouge per dire di noi, oggi. Ci sono tre piani narrativi diversi, il mito degli Argonauti e di Giasone e Medea, il tema del viaggio come metafora del superamento della linea d’ombra che ognuno di noi si trova di fronte e poi ci sono io, nel racconto autobiografico del mio passaggio da ragazza a donna. Insieme, le tre voci del libro si intrecciano per non diventare mai lezione, bensì festa, inno alla bellezza e all’amore.

In che modo il mito di Medea e Giasone parla a noi, uomini del nostro tempo?
Gli antichi sapevano che l’amore richiede forza per essere scelto, ma tenerezza per essere vissuto. Deporre tutte le nostre armi e le nostre armature, non dover dimostrare più nulla, non fingere di essere diversi da chi siamo. Essere amati prima per le nostre debolezze, che poi diventano carezze, che sanno infine trasformarsi in morbidezze.
In quest’epoca di tirannia della prestazione, di tribunali della perfezione, di sentimenti ostentanti e di giudizi obbligatori, quanto svendiamo ogni giorno la delicatezza del nostro sentire? Quante profonde tristezze nascondiamo e quante false felicità sbandieriamo sorridendo tirati a lustro in una fotocamera, nella certezza che esiste comunque un filtro, interiore o digitale che sia, per rimuovere ogni malinconia dai nostri occhi sempre lucidi?

Cosa rappresenta per Lei il vello d’oro?
Il viaggio per mare degli Argonauti, la storia di Giasone e Medea ci ricordano che la vita non offre mai risposte, ma sempre ci pone domande: questo è il vello d’oro per me. La scelta è affidata solo a noi, che attraverso il mito riscopriamo il filo che ci lega a chi davvero siamo, a chi davvero amiamo.
Si fa un gran dibattere sulle lingue da preservare e da difendere da misteriosi nemici senza volto né nome -invasori, usurpatori, stranieri. Intanto, mentre combattiamo un sabotatore leggendario come un mostro marino brandendo manuali di grammatica o addossando tutta la colpa a Internet, le parole che già esistono sembrano sfuggirci di minuto in minuto, come se il tempo del dire e del sapere si stesse esaurendo nella clessidra della contemporaneità. Il livello del mare, della confusione, del rumore s’innalza e sulla nostra riva c’è sempre meno sabbia dove distenderci e finalmente parlarci.
Ho dunque pensato ad un libro che sia come un sentiero tra etimologie, il lessico dei nostri sentimenti, le parole che usiamo ogni giorni -e per alcune di queste parole ho realizzato dei video che sono online sulla mia pagina Facebook. Perché etimo, in greco, significa reale: solo chi possiede le parole per dire, allora possiede la realtà.

«La strada maestra verso l’immaginazione è solo una, l’amore» scrive nel Suo libro: cosa l’alimenta in Lei?
Oggi il più grande eroismo richiede la capacità di essere teneri, prima con noi stessi e poi con gli altri. Ogni mattina ci infagottiamo, di alibi e di maschere, rincorriamo frette con forze che non abbiamo e forse non vogliamo avere. Per poi addormentarci la sera sempre più stanchi -e forse un po’ più soli. Confondiamo vittoria e sconfitta, impeccabili sfidiamo il mondo con sorrisi tirati e lacrime trattenute, ma dentro cerchiamo solo una carezza, un sorriso buono, un buongiorno genuino da parte di uno sconosciuto, un grazie per un gesto che compiamo ogni giorno e di cui nessuno sembrava essersene mai accorto prima.
Quanto abbiamo bisogno di tenerezza per vivere tenui, leggeri. E dunque eroici, secondo quella misura tutta greca dell’essere umano: la misura della sua felicità. E soprattutto dell’amore.

Nel Suo nuovo racconto torna a celebrare il mondo classico: in un mondo ipertecnologico, quale può essere il ruolo della classicità?
Viviamo in un’epoca in cui le parole sembrano non bastare mai, un tempo in cui siamo costretti a coniare neologismi come moneta comune per capirci e farci capire. Sono però parole da poco, non hanno valore, tolgono senso alle cose anziché aggiungerne e la loro inarrestabile inflazione ci rende sempre più poveri anziché più ricchi. Parole che di fatto non vogliono dire niente, puri significanti che scintillano lo spazio di un’estate, come una canzone alla radio canticchiata mentre siamo indaffarati a fare altro -noi stessi ce ne scordiamo il significato, perché mai compreso o mai spiegato. E così ci affanniamo a cercare termini nuovi per nominare ciò che in realtà esiste da sempre e che da sempre viviamo, ma forse non lo sappiamo più dire -prima a noi stessi e poi agli altri.

«Eroe, per i Greci, era chi sapeva ascoltarsi, scegliere se stesso nel mondo e accettare la prova chiesta a ogni essere umano: quella di non tradirsi mai.» E oggi, cos’è l’eroismo?
Se il viaggio è metafora della scoperta di sé, l’amore è certezza. Per citare il regista Guillermo del Toro al Festival del Cinema di Venezia del 2017, “i Beatles e Gesù non possono essersi sbagliati entrambi riguardo all’amore”. Figuriamoci gli antichi Greci, mi permetto di aggiungere.
Non esiste un uomo così codardo che l’amore non sappia trasformare in un eroe: questa è la mia Misura Eroica, la riscoperta di noi stessi, di quanto siamo in grado di fare (anche quando tutti ci dicono che è impossibile), di quanto sappiamo metterci in gioco per raggiungere la meta, che non è mai arrivo, ma sempre punto di svolta. Eroe non è dunque, nel senso contemporaneo, il grande campione, la star o chi “ce l’ha fatta”, è invece ogni donna e ogni uomo che sceglie di non tradire se stesso e di essere, semplicemente, se stesso.
La misura eroica era data dall’esperienza di superare se stessi, non dal risultato. Fallire non contava: eroe non era chi vinceva, ma chi ci aveva anche solo provato. Chi aveva accettato la sfida di misurarsi in qualcosa più grande di sé, per diventare grande per sempre. Fantasiosa ma abbagliante di senso, l’etimologia della parola “eroe” che proponeva Platone nel dialogo Cratilo. Secondo il filosofo, la forza che spinge gli uomini a diventare eroi è solo una: ἔρως (érōs), “amore” -solo una piccola lettera distingueva le due parole in greco antico.

L’esperienza del naufragio, così come della nostalgia, accompagna ogni viaggio: qual è dunque il Suo consiglio per tutti quelli che sono in viaggio?
Tutti noi siamo in viaggio, sempre -non in lunghezza ma in profondità, dentro di noi. Viaggiare, che nel mio libro racconto con la metafora del mare, è soprattutto conoscersi e riconoscersi, misurandosi con il diverso che è già nella nostra anima. Con i nostri desideri, le nostre paure, i nostri sogni, chi amiamo e chi non ci ama più: è da questo confronto, che non può mai essere muto riconoscersi come allo specchio, che nasce poi la voglia di salpare verso chi siamo realmente. Nel suo Libro dell’Inquietudine Ferdinando Pessoa annotava che “in questo mondo, viviamo tutti a bordo di una nave salpata da un porto che non conosciamo, diretta a un porto che ignoriamo; dobbiamo avere per gli altri una amabilità da viaggio”. Spesso dimentichiamo che, nel viaggio della vita, che ci incanta per la bellezza del panorama e ci spaventa per l’arrivo di tempeste impreviste, non siamo soli. Siamo tutti esseri umani alla ricerca di noi e dunque dell’altro, dell’amore.