La misura del tempo, Gianrico Carofiglio, trama, recensioneChe abbiamo oggi, Pasquale?
Inizia così La misura del tempo, il nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio: scaraventando subito il lettore nel mezzo dello studio dell’avvocato Guido Guerrieri. È lo stesso Guerrieri che i lettori di Carofiglio hanno già conosciuto in altri libri precedenti (il più recente, La regola dell’equilibrio), insieme al fedele sacco da boxe che pende dal soffitto del suo soggiorno.

La misura del tempo scorre su due binari. Da un lato, è descritta l’indagine che Guerrieri segue come avvocato, al centro della quale c’è Iacopo Cardaci, il problematico figlio di Lorenza, ex fiamma di Guerrieri, che è stato accusato dell’omicidio di uno spacciatore ed è già condannato in primo grado. Si tratta di un caso quasi perso in partenza: “Se non fosse colpevole di quell’omicidio, e non riesco a immaginare come sia possibile, sarebbe un tale concorso di circostanze sfortunate da mettere i brividi.” Ma Guerrieri lo accetta comunque perché è un uomo intelligente e, come dice Carofiglio, “le persone intelligenti sono piene di dubbi”, non di inossidabili certezze.

Alla descrizione delle dinamiche del processo di secondo grado, complete di atti giudiziari, si intersecano i ricordi di Guerrieri, del suo incontro con Lorenza e di come questo abbia concorso a cambiare la sua vita.

Carofiglio, giurista oltre che scrittore, è un uomo colto, e la sua erudizione emerge piacevolmente dalla sua scrittura, pulita, precisa, a volte sottilmente ironica (“A quel punto smisi di pensare, che è spesso una buona idea”), in cui le parole vengono asservite dal narratore a ricostruire la realtà. Ma realtà non è mai univoca. I ricordi non sono fatti incisi su un dvd, che si possano ritrovare immutati ogni volta che li si riguarda. Ricordare è un processo creativo, come realizzare un dipinto.

Così, nei ricordi di Guido, Lorenza è una donna affascinante, con “lunghe, eleganti sopracciglia nere, capelli foltissimi e mossi, un viso d’altri tempi, con uno sguardo in equilibrio fra malinconia e arroganza”. Una ragazza che seduce il giovane praticante avvocato con la voce roca con cui canta Neil Young, con l’intelligenza con cui gioca con le parole e le idee, una donna sicura di sé destinata a una vita di successi.

Al contrario, la Lorenza che, ventisette anni, dopo si presenta nello studio di Guido non ha nulla di quel fascino. È una donna grigia, opaca, avvolta nell’odore di sigaretta e in una giacca di pelle sformata: “Era lì davanti a me, a quel punto sapevo benissimo chi fosse, ma ugualmente non ne avevo la più pallida idea”.

Né è più in grado di affascinare con le parole. Quando si concedono una cena insieme, lei racconta a Guido i dettagli di una vita che non ha mantenuto le promesse, del romanzo pretenzioso che ha scritto (“Il risultato della ricerca filosofica e personale della protagonista […] la percezione dell’assenza, che e una categoria non molto dissimile dalla noia sartriana”) e che in pochi hanno letto, di quelli che poi non ha scritto più e di come a quasi sessant’anni si ritrovi ad essere ancora un insegnante precaria. “Va bene, è uno scherzo”, pensa Guido quando la cena volge finalmente al termine, “Adesso mi confesserà che mi sta prendendo in giro. Nessuno – insomma, quasi nessuno – può dire seriamente certe cose.”

Ma forse è stato lo sguardo di un Guido ancora giovane, pieno di sogni ed aspirazioni, a rendere diversa la Lorenza di ventisette anni prima: “Quando incontri dopo tanto tempo una persona con la quale hai condiviso un pezzo di vita, della quale hai addirittura creduto di essere innamorato, è inevitabile che ti sembri diversa. È cambiata, come cambiamo tutti, e questo ti appare normale. Poi, a volte, se osservi con attenzione, se non distogli lo sguardo, ti rendi conto con sgomento che quella persona non è diversa.”

Come si misura il tempo?

C’è il tempo netto delle testimonianze e delle indagini giudiziarie, che non ammette imprecisioni (“Pubblico ministero: A che ora rientro a casa quel pomeriggio/sera?. Testimone: Attorno alle 19.15, l’ho già detto”).

E poi c’è il tempo della propria vita, che ha momenti lenti e improvvise accelerazioni. “Quando sei giovane e pensi a un mondo e a un tempo in cui tu non esistevi, la cosa non ti turba. Perché la storia sembra dotata di una direzione implicita che porta fatalmente al momento in cui sei tu a irrompere sulla scena. Il mondo senza di noi prima di noi e una lunga fase preparatoria. Il mondo senza di noi dopo di noi invece e semplicemente il mondo senza di noi.”

Nel frattempo, mentre ancora siamo qui, godiamoci questo coinvolgente romanzo di Carofiglio.

Silvia Maina