La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio, Paola Di NicolaDott.ssa Paola Di Nicola, Lei è autrice del libro La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio edito da HarperCollins: quanto pesano i pregiudizi di genere in tribunale?
Il Tribunale non è un luogo separato dalla realtà culturale e sociale in cui opera, ma è la sua ulteriore ed ennesima rappresentazione. Da questo consegue che se nel contesto in cui vivono e lavorano i giudici, le forze dell’ordine, gli avvocati, i testimoni, le vittime e gli imputati esistono pregiudizi e stereotipi nei confronti delle donne, a partire da quello più diffuso secondo cui le donne sono esagerate ed isteriche, questi entreranno inevitabilmente anche nell’aula di giustizia, si replicheranno e rischieranno di ridimensionare il racconto di chi ha subito violenza maschile.

D’altra parte il contesto sociale e culturale, a livello planetario, ha sempre tollerato la violenza maschile contro le donne. Pensiamo alla naturalità con cui ogni donna subisce molestie sull’autobus o in discoteca, barzellette sessiste a scuola, battute mortificanti sul proprio genere nei luoghi di lavoro, fino a vere e proprie violenze. Sono atti ovviamente ben diversi gli uni dagli altri, ma diffusissimi e quotidiani e tutti volti a ridimensionare e ridicolizzare il genere femminile. Tutto avviene in gran parte senza generare alcuna reazione e questo chi abusa lo sa. Ce lo dice l’ISTAT: il 93% delle donne che subiscono violenza non denuncia. Se reagiamo invece tutto intorno a noi ci dice che forse non abbiamo capito lo scherzo, che siamo esagerate. E noi alla fine arriviamo a pensare che forse è proprio così, ce ne convinciamo e taciamo. Da qui inizia il pregiudizio che entra nelle aule di giustizia nei pochissimi casi in cui si rompe il proprio silenzio.

Quali sono le credenze più diffuse ed errate sulla differenza di genere?
La differenza di genere è un dato di realtà che è stato utilizzato da parte della società e della cultura per creare un rapporto diseguale in cui alle donne è stato imposto un ruolo di subordinazione agli uomini. Lo vediamo ogni giorno ed in ogni contesto. Per rendere questo rapporto di subordinazione immutabile e non permettere reazione alcuna è stata costruita una pesantissima e invisibile struttura simbolica alla quale ognuno di noi aderisce inconsapevolmente dal giorno in cui nasce al giorno in cui muore. Crediamo che si tratti di dati naturali, ma non è così. Pensiamo al cognome che portiamo e che esprime la nostra identità sociale: sebbene tutti noi nasciamo da una donna all’esterno si vede e si tramanda solo nostro padre. Perché? Le filosofe lo chiamano furto di maternità. Neanche l’atto di partorire i nostri figli, cioè quello che ci differenzia in modo inequivocabile da un uomo, ci viene riconosciuto, ma a noi appare normale, anzi normalissimo.

La credenza più diffusa è che siamo fragili, esagerate, dedite alla cura, apprensive, timide, romantiche. Sono storia, letteratura, filosofia, liturgia ecclesiastica, poesia, arte e la stessa lingua che ci rappresentano così, tanto da farci diventare così…. Se non accettiamo di esserlo diventiamo mascoline, disumane, strane, isteriche. Insomma non siamo mai libere di essere come siamo, veniamo rinchiuse in uno stereotipo assegnato. Lo stesso avviene con gli uomini. Viviamo tutti e tutte in gabbie invisibili che ci opprimono. La libertà non è consentita.

Nel libro Lei rileva con arguzia che non esiste nella nostra lingua l’equivalente al maschile del termine misoginia: in che modo la lingua stessa manifesta il pregiudizio nei confronti delle donne?
La lingua è il più potente strumento di potere e di rappresentazione dei rapporti di forza culturali e sociali perché nomina chi può e deve esistere. Pensiamo al maschile plurale che include il femminile e al femminile che non include nulla di diverso da sé. Non è questione grammaticale, come ci fanno credere, è una regola fissata per rispettare un rapporto di forza e renderlo imitabile. Ce lo insegnano importanti linguiste come la professoressa Cecilia Robustelli che lavora su questo da anni.

Ma pensiamo anche alla parola governante che al maschile significa governare un Paese e al femminile tenere in ordine una casa. Tutto quello che è femminile è sminuente e quello che è maschile è valorizzante.

Potremmo andare avanti con migliaia di esempi. Ognuno di noi può spezzare il meccanismo utilizzando la lingua in modo corretto a partire dal servirsi del femminile quando sono le donne a ricoprire ruoli di potere, anche accettando quella che molti ritengono, per mero alibi, una cacofonia che, guarda caso, non riguarda mai ruoli sociali esecutivi.

Sempre nel Suo libro, Lei dedica particolare attenzione al tema della violenza sessuale: quali pregiudizi alimentano le violenze maschili?
Il primo è che la sessualità maschile sia incontenibile, ribelle, prorompente. I maschi insomma devono sfogarsi. Il secondo è che le donne non sanno esprimere in modo chiaro consenso e dissenso ad un rapporto sessuale perché “no significa si”. Ce lo dicevano le nostre nonne che una ragazza non si deve concedere facilmente altrimenti può apparire “facile”, insomma deve farsi desiderare. Da questo stereotipo consegue che il NO di una donna nessuno lo deve ascoltare, al contrario va interpretato come un SI. Questa è la mentalità diffusa che entra nelle aule di giustizia, è questa la linea difensiva utilizzata da molti avvocati, è questo l’atteggiamento di tolleranza sociale verso lo stupro che ha fatto dire all’Alto Commissario dell’ONU che esistono in tutto il mondo, in troppe sentenze, i cosiddetti miti dello stupro cioè stereotipi che impediscono decisioni aderenti ai dati di fatto e alle prove.

In che modo la legge interviene a tutela delle donne in giudizio?
In molti modi, abbiamo leggi che direi abbastanza efficaci. Ma avere le leggi non basta, bisogna avere la capacità e la competenza di applicarle conoscendo il fenomeno culturale della violenza e della sua tolleranza sociale.

Come è possibile a Suo avviso abbattere i pregiudizi di genere?
A partire dall’educare nelle famiglie al rispetto per gli altri e al non imporre modelli educativi in cui esistono ruoli separati ed assegnati di chi serve e di chi è servito. Proseguire nelle scuole e nei luoghi di formazione valorizzando la storia e il pensiero delle donne, insegnando a maschi e femmine il profumo della libertà di essere quello che si è.