La mente oltre il cranio. Prospettive di archeologia cognitiva, Emiliano BrunerDott. Emiliano Bruner, Lei è autore del libro La mente oltre il cranio. Prospettive di archeologia cognitiva edito da Carocci: in che modo fossili, primati e resti archeologici consentono di tracciare l’evoluzione delle capacità spaziali nel genere umano?
Le capacità di integrazione visuospaziale sono ancora poco conosciute per la nostra stessa specie, quindi rappresentano un argomento piuttosto complicato da studiare in altri primati o nelle specie estinte. Sono funzioni che agiscono su molti fattori distinti delle nostre capacità cognitive, e quindi sono difficili da isolare o da dissezionare nel contesto di un laboratorio, o in uno schema statistico semplice. Hanno a che vedere con la percezione del corpo, ma anche con l’immaginazione visiva o la capacità di simulare e di decidere, e con l’integrazione tra corpo e strumenti. Inoltre quando si parla di integrazione spaziale pensiamo subito a uno spazio fisico ma, anche se lo spazio materiale è sicuramente un elemento fondamentale, non è il solo “spazio” in cui viviamo. Oggi sappiamo per esempio che ci muoviamo concettualmente nel tempo con gli stessi principi con cui ci muoviamo nell’ambiente, ovvero usiamo mappe visuali fatte di ricordi e di sequenze visive per pensare che cosa abbiamo fatto ieri o tanti anni fa. E anche a livello sociale, stabiliamo le relazioni personali in funzione di parametri spaziali. Quindi a parte lo spazio fisico c’è anche uno spazio cronologico e uno spazio sociale, e in tutti questi casi usiamo gli stessi principi per percorrere un cammino, un ragionamento, un labirinto di elementi in cui ci muoviamo simulando e immaginando. E in tutti questi casi l’unità di misura è sempre la stessa: il nostro corpo. La biologia evoluzionistica si occupa di studiare le differenze e le variazioni tra le specie, in particolare seguendo due criteri. In primo luogo si possono confrontare le specie viventi (per esempio gli esseri umani, gli scimpanzé e i gorilla), anche se in questo caso non stiamo studiando il processo evolutivo, ma il suo prodotto attuale. L’alternativa è studiare i fossili, le sequenze evolutive, e in questo caso stiamo studiando il processo stesso di cambiamento. Se stiamo parlando di funzioni cognitive tipicamente umane lo studio più diretto è quello fatto sulle risposte biologiche e psicologiche degli individui sottoposti a una serie di prove anatomiche e comportamentali. Tutto questo evidentemente non si può fare con popolazioni o specie estinte, e quindi invece di studiare direttamente le “funzioni cognitive” dobbiamo limitarci a studiare indirettamente le “tracce dei comportamenti” che posso rivelare certi processi cognitivi. È il principio base di quella disciplina che chiamiamo archeologia cognitiva. Nel caso delle funzioni visuospaziali, potremmo per esempio indagare le variazioni anatomiche delle regioni cerebrali cruciali nella cognizione corporale, o gli aspetti ecologici e tecnologici associati alle capacità di integrazione tra corpo e oggetto. È appunto uno studio indiretto, e solamente di quella parte di comportamento che ha lasciato segni riconoscibili su ossa e manufatti, e quindi bisogna prendere le dovute cautele nelle conclusioni, senza eccedere in speculazioni. Ma, anche se è una informazione parziale e superficiale, è anche l’unica che abbiamo sulle capacità cognitive delle specie fossili, ed è quindi estremamente preziosa.

Che relazione esiste fra antropologia e neuroscienza?
Entrambe le discipline soffrono una circolarità dovuta a un principio di indeterminazione inevitabile: l’essere umano è allo stesso tempo soggetto e oggetto di studio. Quindi sono discipline vincolate ai limiti della nostra stessa percezione, delle nostre stesse strutture cognitive, e dei tanti conflitti di interesse che si possono generare quando il giudice è anche l’imputato. Inoltre, per la stessa ragione, includono tutto il sapere. Nel primo caso l’essere umano studia l’essere umano, nel secondo il sistema nervoso studia il sistema nervoso. Come conseguenza tutto è antropologia, e tutto è neuroscienza. I loro confini si sperdono, si confondono, e si mischiano. Il vantaggio di tutto questo è l’avere un oceano infinito da esplorare. Lo svantaggio è che è incredibilmente facile perdersi, sbagliare la rotta, o finire annegati.

Quali cambiamenti sono intervenuti nell’anatomia cerebrale del genere umano?
Ad oggi pensiamo che il nostro genere, il genere umano (Homo), possa avere circa due milioni di anni. In questi due milioni di anni non abbiamo avuto solo un lignaggio che è cambiato poco a poco, ma abbiamo probabilmente generato diverse linee evolutive, parallele e indipendenti, ognuna con una sua storia differente. Gli evoluzionisti nel secolo precedente mettevano tutto su un unico binario, un processo lineare, graduale e progressivo. Ma oggi crediamo che invece il genere umano, come qualsiasi altro genere di primati, ha avuto tante branche distinte. Qualcuna si è evoluta in qualcos’altro, qualcuna no, qualcuna si è estinta. Per esempio è probabile che la specie che chiamiamo Homo erectus, dopo un’origine africana, abbia continuato in Asia la sua storia indipendente dalla nostra. Anche i Neandertaliani (Homo neanderthalensis), probabilmente hanno rappresentato un binario parallelo al nostro, un lignaggio soprattutto europeo che poi si è estinto. Allora è chiaro che anche l’anatomia cerebrale o le capacità cognitive non sono cambiate secondo uno schema comune, e ogni specie sarà andata incontro a variazioni personali, mantenendo qualche carattere primitivo (comune a tutto il genere umano) e evolvendo qualche carattere nuovo, diverso da caso a caso. Sappiamo che molte di queste specie hanno subito un processo di encefalizzazione, ovvero di un aumento delle dimensioni dell’encefalo rispetto alle dimensioni del corpo. Dobbiamo quindi pensare che questo aumento comportava un qualche vantaggio selettivo, e di fatto ci sono evidenze che suggeriscono un aumento della complessità comportamentale associata a un aumento delle dimensioni cerebrali. Ma, a parte le dimensioni, è probabile che ogni specie abbia avuto differenze nelle proporzioni delle diverse regioni del cervello, qualche area più sviluppata, qualche connessione differente, il tutto associato a piccole o grandi differenze cognitive e comportamentali. Il problema è che queste differenze possono essere difficili da rilevare nei fossili. La paleoneurologia cerca di ricostruire l’anatomia del cervello nelle specie estinte, utilizzando la cavità del cranio come modello per estrapolare forme e dimensioni della corteccia cerebrale. È un metodo che a volte può dare risultati eccellenti, ma è chiaro che permette di scoprire solo differenze macroscopiche. Le regioni che hanno presentato variazioni più palesi in questo senso sono i lobi parietali, più larghi nei Neandertaliani rispetto a specie umane più arcaiche, e ancora più sviluppati nella nostra stessa specie. Homo sapiens ha una forma cerebrale abbastanza unica, se la confrontiamo con gli ominidi estinti, proprio per questi lobi parietali che sono più grandi e anche molto più vascolarizzati. E le aree parietali sono proprio quelle che sono implicate nella gestione spaziale, includendo l’integrazione tra corpo e visione, tra occhio e mano, tra mano e oggetto, e tra corpo e linguaggio.

Cosa rivela l’esame dei fossili riguardo l’integrazione visuospaziale umana?
Quando troviamo i primi fossili della nostra stessa specie con una forma cerebrale moderna e una regione parietale molto sviluppata troviamo anche armi da lancio (come archi e propulsori), ornamenti, e una cultura grafica (arte rupestre). Tutte cose che richiedono una capacità visuale e spaziale, la possibilità di immaginare e coordinare corpo e ambiente. Troviamo anche un aumento esponenziale della complessità tecnologica, e anche in questo caso tecnologia vuol dire coordinazione tra occhio e mano, tra corpo e oggetto. I neandertaliani avevano una dimensione del cervello simile alla nostra, ma non avevano grandi lobi parietali, non avevano archi o propulsori, e le evidenze di ornamenti o di cultura grafica sono minime. La tecnologia non era complessa come la nostra, e per di più usavano i denti per aiutarsi nella manipolazione molto di più di qualsiasi popolazione umana moderna, il che fa pensare a dei possibili limiti nella possibilità di coordinare opportunamente corpo e tecnologia. Tutto questo lascia pensare che solo la nostra specie si sia specializzata in una serie di capacità visuospaziali basate nell’integrazione tra corpo e visione, tra corpo e tecnologia. Non è da escludere che chissà le altre specie umane (come i Neandertaliani) abbiano evoluto capacità cognitive che noi invece non abbiamo mai evoluto, ma a livello di integrazione visuospaziale probabilmente non hanno investito, a livello evoluzionistico, tanto quanto lo abbiamo fatto noi.

Quali cambiamenti è destinata a portare una mente estesa?
Le capacità visuospaziali coordinano la relazione tra cervello, corpo e ambiente. Abbiamo sempre dato per scontato che il cervello è un calcolatore autonomo, ma c’è la possibilità che il nostro gran vantaggio evolutivo sia proprio stato quello di andare oltre le sue limitazioni, scoprendo come esportare e delegare funzioni a elementi esterni che chiamiamo tecnologia. Abbiamo amplificato le nostre capacità sensoriali, quelle mnemoniche e quelle di calcolo, quelle di pianificazione e quelle di analisi, aggiungendo parti esterne al corpo e al sistema nervoso, come veri e propri cyborgs. Il risultato è stato eccezionale, ma ora la nostra cultura e la nostra capacità di ragionare non dipende più solamente dal processore centrale (il cervello), ma da tutto il sistema, un sistema che include questi elementi esterni (la tecnologia) e l’interfaccia tra componenti interne e esterne (il corpo). Ecco perché si chiama “estesa”, perché è il risultato di un processo che va oltre il sistema nervoso, oltre l’individuo nel senso classico del termine, oltre i confini del tessuto nervoso e della pelle. La nostra tecnologia è come la tela di un ragno: è un elemento esterno, ma fa parte del sistema cognitivo, è parte integrante del sistema sensoriale e di quello analitico. Senza la tela il ragno è incompleto, a livello comportamentale e ecologico. Senza la tecnologia non potrebbe esistere la nostra cultura, ne le nostra attuali capacità cognitive. Quel primate che ha scoperto come “agganciarsi” a elementi esterni, ha scoperto nuove potenzialità, nuove regole, e nuove possibilità per l’evoluzione. Ha sacrificato la sua individualità mentale, per poter usufruire di un nuovo arsenale cognitivo, extra-cerebrale. L’unità pensante non è più l’individuo, ma il sistema formato dall’individuo e dalle sue appendici tecnologiche. Una creatura ibrida che cambia nel tempo come chimera integrata tra organico e inorganico, mischiando i principi dell’evoluzione biologica (geni e molecole) e quelli dell’evoluzione culturale (trasmissione, apprendimento). Nel momento che il processo cognitivo trascende l’individuo, la frontiera funzionale tra elementi interni (cervello) ed esterni (tecnologia) diventa, inevitabilmente, incerta.