Professoressa Deplano, Lei è autrice del libro La madrepatria è una terra straniera. Libici, eritrei e somali nell’Italia del dopoguerra (1945-1960), pubblicato da Le Monnier: come avvenne la trasformazione dell’Italia da Paese colonizzatore a Paese postcoloniale?
La madrepatria è una terra straniera. Libici, eritrei e somali nell'Italia del dopoguerra (1945-1960) Valeria DeplanoSi trattò di un processo lento, accidentato e, per diversi aspetti, non ancora concluso. Questo perché l’occupazione coloniale di Eritrea, Somalia, Libia e infine Etiopia aveva avuto un forte impatto tanto sulle società e i territori che subirono la colonizzazione, quanto sull’Italia e sugli italiani. Non parlo solo degli italiani che per vari motivi andarono davvero in Africa e su cui, ovviamente, quell’esperienza lasciò dei segni spesso indelebili. Più in generale, in oltre settanta anni il colonialismo penetrò nella vita politica e nella società italiana, modificando la cultura diffusa e l’immaginario delle persone: si pensi alle canzoni, alle pubblicità, ai giochi che descrivevano l’Africa come un continente selvaggio ma affascinante, oscuro ma potenzialmente accogliente, la cui occupazione era legittima e persino auspicabile.
Contemporaneamente, loro malgrado le popolazioni colonizzate si trovarono a contatto con gli italiani, con le loro strutture amministrative e politiche, con le loro leggi, con la loro cultura.

Date queste premesse, la perdita delle colonie non può essere letta come la fine del capitolo coloniale: se è vero che non amministrava più i territori africani (con l’eccezione della Somalia, di cui ebbe l’amministrazione fiduciaria dal 1950 al 1960), l’Italia del dopoguerra dovette fare i conti con i lasciti di un passato ancora molto presente.
Lasciti concreti, come erano concrete tutte quelle questioni che la transizione post-coloniale lasciava aperte o apriva ex-novo: pensioni da erogare, stipendi arretrati, rapporti familiari che coinvolgevano ex-colonizzatori ed ex-colonizzati, la presenza sul suolo nazionale dei primi migranti coloniali, le loro richieste di cittadinanza. Ma anche lasciti culturali: smantellare quella struttura di idee e convinzioni che avevano permeato la cultura del paese si presentava nel dopoguerra come un’operazione lunga e difficile, che per alcuni versi è tuttora incompiuta.
La maniera in cui classe politica e funzionari governativi interpretarono e affrontarono la transizione post-coloniale, dal punto di vista politico e pratico ma anche da quello culturale, costituisce appunto l’oggetto del mio libro.

Quali problemi pose la presenza in Italia di persone provenienti dalle ex colonie, libici, eritrei e somali?
A differenza di quel che accadde in altri paesi europei come la Francia e la Gran Bretagna non furono molte le persone provenienti dalle ex-colonie che giunsero nell’Italia del dopoguerra. I libici, gli eritrei, i somali che nel 1945 si trovarono nella Penisola e nelle isole italiane erano poche centinaia, ed erano per la maggior parte ex-soldati arruolati nell’esercito italiano, che al termine del conflitto erano stai inviati nei due “Depositi misti speciali” di Roma e Napoli. Ad essi si aggiungevano alcuni studenti, ed un numero ancora più limitato di lavoratori o comunque di persone che avevano visto nella “ex madrepatria” il posto in cui iniziare una nuova vita. Si trattava di uomini (in maggioranza) e donne (molte meno) che nella maggior parte dei casi volevano restare in Italia, e che in virtù della propria educazione, della propria storia (spesso avevano fatto parte dell’esercito italiano per decenni) e del proprio status giuridico ambivano ad ottenere la cittadinanza italiana. Nonostante l’esiguità dei numeri, che in nessun caso potevano fare di queste persone un problema politico o sociale, tutti loro si scontrarono con una netta ostilità del governo e dell’amministrazione italiana alla loro, che scoraggiarono la loro permanenza nel Paese, e l’inclusione nella comunità nazionale.

Come si sviluppò nell’Italia postcoloniale il dibattito relativo ai confini «razziali» della nazione?
Complici sia la mancanza di volontà di fare i conti con il passato coloniale, sia l’assenza sul suolo italiano di un numero consistente di migranti provenienti dai paesi in via di decolonizzazione, nell’Italia del dopoguerra fu quasi completamente assente il dibattito pubblico e politico su chi dovesse e potesse essere considerato italiano, e in base a quali criteri. Unica eccezione, la “riabilitazione” pubblica, politica e giuridica della popolazione ebraica italiana, espulsa dalla comunità nazionale dalle leggi razziste del 1938. La legislazione del 1938 fu abolita subito, nel 1944, ancora prima che la guerra finisse; e come monito per il futuro i Costituenti inserirono il rifiuto di ogni discriminazione di razza  nella Carta costituzionale della Repubblica.
Le leggi che colpivano le popolazioni colonizzate rimasero in vigore più a lungo, e non furono al centro di alcuna discussione pubblica o politica: solo nel 1947 fu cancellata la cosiddetta “legge sul meticciato”, che dal 1940 impediva agli uomini italiani di riconoscere come propri i figli avuti da donne africane. Avere sangue africano nelle vene costituiva, da quel momento, un elemento di esclusione dalla comunità nazionale, una comunità che il regime fascista cercava di rendere il più possibile bianca e omogenea anche a costo di metter in discussione lo ius sanguinis. Per i figli delle cosiddette “unioni miste” la “legge sul meticciato” significò essere abbandonati ad un futuro di indigenza e di emarginazione all’interno della comunità materna.
Se è vero che la Repubblica abolì la norma, dai documenti d’archivio emergono elementi che danno da pensare sull’effettiva volontà dei governanti italiani di allargare i confini della nazione rispetto a quelli ristretti disegnati dal regime fascista.
In primo luogo, l’abolizione arrivò in concomitanza di una campagna politica – portata avanti nella sostanziale unanimità di tutti i partiti del futuro arco costituzionale – per la “restituzione” all’Italia di un ruolo negli ex possedimenti coloniali. In quel contesto, abolire la legge serviva ad ingraziarsi le popolazioni locali, in particolare quella eritrea in cui i figli delle “unioni miste” non riconosciuti erano oltre dodicimila, nel tentativo di portarle a sostenere la causa italiana.
Dopo il 1952, quando l’ONU disilluse definitivamente le aspettative italiane decretando che l’Eritrea divenisse parte della federazione etiopica, gli ostacoli burocratici che gli italo-africani dovevano superare per accedere finalmente alla cittadinanza si moltiplicarono: ad esempio i tribunali italiani chiedevano dati precisi sulla paternità, dati che a quel punto era quasi impossibile reperire perché gli ex colonizzatori avevano quasi tutti fatto rientro in Italia, alle loro vite che non includevano compagne e figli africani. Le autorità italiane non vollero predisporre adeguati strumenti legislativi che superassero tali ostacoli, rendendo davvero possibile l’inclusione degli italo-africani nella comunità nazionale. Così che ancora oggi, a 65 anni di distanza, sono oltre trecento gli italo-eritrei  che non trovano soddisfazione alle proprie richieste di cittadinanza.

Quale riflessione si rese necessaria in relazione ai confini giuridici della nazione?
Una parte dei libici, eritrei e somali che si trovarono in Italia nel dopoguerra chiesero la cittadinanza italiana. In particolare i libici si aspettavano che fosse riconosciuta come piena cittadinanza la “cittadinanza italo-libica” in vigore dal 1939, che li differenziava in maniera netta dai sudditi del Corno d’Africa. Gli eritrei e somali che avevano prestato servizio militare nell’esercito Regio, invece, confidavano nella tradizione giuridica che garantiva la naturalizzazione agli stranieri nati in Italia che avessero prestato servizio militare sotto le insegne del tricolore. Per questi ex-soldati divenire italiani era particolarmente urgente non solo perché molti di loro, avendo combattuto a fianco dei colonizzatori, avevano poche possibilità di potersi rifare una vita nei paesi di provenienza; ma anche perché avevano bisogno della cittadinanza per poter percepire le liquidazioni e le pensioni cui avevano diritto.
Le autorità italiane, in primis i ministeri degli Interni, degli Esteri e dell’Africa Italiana, furono poste così di fronte all’opportunità di ridiscutere i confini giuridici della nazione alla luce dell’ormai concluse vicenda coloniale. Dietro le domande di cittadinanza degli ex-colonizzati vi era la convinzione che decenni di colonialismo, di propaganda coloniale, di amministrazione secondo leggi italiane, avessero modificato i rapporti tra loro e l’Italia. E allo stesso tempo libici, somali ed eritrei ritenevano che l’Italia, che oltre ad averli soggiogati per decenni li aveva trascinati nel conflitto mondiale, avesse delle responsabilità nei loro confronti.
Le domande di cittadinanza sollecitavano, dunque, riflessioni di tipo politico e culturale; ma le autorità italiane non le valutarono mai da questa prospettiva. Al contrario, tutte le richieste furono gestite sempre e solo come questioni burocratiche, di competenza dei singoli funzionari o dei giudici nella ristrettezza dei loro uffici. In questo contesto le norme pregresse non furono messe in discussione, e le soluzioni adottate risentirono dell’eredità, culturale e giuridica, del colonialismo stesso.
Nel caso dei libici, lo Stato italiano si rifiutò per anni di comparare la loro cittadinanza italo-libica (che non esisteva più, dal momento che non esisteva più il legame coloniale col territorio nordafricano) con la piena cittadinanza italiana. Trovandosi in Italia queste persone non avevano acquisito neanche la cittadinanza del nuovo Regno di Libia, e quindi divennero apolidi.
La loro situazione si risolse nel 1959, grazie all’ostinazione di uno studente libico che viveva a Napoli e che alla fine, dopo tre ricorsi, ottenne la cittadinanza. La mancanza di un adeguato e consapevole intervento legislativo da parte della Repubblica segnò in maniera ancora più pesante i destini degli ex militari eritrei e somali. In questo caso i giudici usarono lo status di (ex) sudditi coloniali dei richiedenti (uno status che non li rendeva, allo stesso tempo, né cittadini italiani né cittadini di altri paesi) per escluderli dai benefici riservati agli stranieri nati in Italia che avevano combattuto per l’esercito italiano. Se, ipoteticamente, un francese nato a Roma poteva diventare cittadino dopo essersi arruolato nell’esercito italiano, un eritreo nato nella “colonia primigenia” italiana, e che magari aveva combattuto per vent’anni “all’ombra del tricolore”, non ne aveva la possibilità.
Questo perché la Repubblica aveva mantenuto in vigore la legge sulla cittadinanza così come era state concepita nel 1912, in piena età liberale e coloniale; ne aveva accettato le discriminazioni, e nell’applicarla senza alcun correttivo aveva continuato a ribadirle.

A quali esiti portò il processo di integrazione degli “ex-sudditi” d’Africa?
A questo punto è difficile parlare di integrazione: certamente vi fu chi riuscì, nonostante tutte  le ostilità, a rimanere in Italia; e nonostante le difficoltà diversi riuscirono anche a diventare cittadini italiani. È però evidente che le prime politiche post-fasciste e repubblicane nei confronti delle persone provenienti dalle ex-colonie furono caratterizzate da un distacco nei confronti delle loro sorti, un distacco che si ritroverà nel corso della storia dell’Italia sino ai giorni nostri.
Mentre su un piano ufficiale ci si dichiarava immuni dal razzismo, dall’altra le primissime relazioni tra l’Italia e chi proveniva dall’esterno dei suoi confini, in particolare dall’Africa, erano improntate all’idea che “l’altro” fosse irriducibilmente diverso e, in ultima analisi, inferiore. Di conseguenza l’atteggiamento dei governi italiani del dopoguerra, e del funzionariato ministeriale (in gran parte ereditato dal periodo fascista) fu quello di non fare seguire ai proclami azioni concrete, che riparassero ai torti procurati e riconoscessero il diritto di essere italiani ai figli e nipoti dei colonizzatori, a prescindere dal loro colore della pelle o dalla percentuale di “sangue africano” nelle loro vene. Si scelse invece di difendere una idea di “italianità” ancora una volta considerata nella sua accezione più circoscritta e restrittiva.