Prof. Guido Melis, Lei è autore del libro La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista edito dal Mulino: cosa volle e non riuscì a essere lo Stato fascista?
La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista, Guido MelisIl fascismo non ebbe mai una sua teoria dello Stato. Teorizzò semmai una sorta di relativismo, che applicò in tutta la fase della conquista del potere e che poi – in varie forme – mantenne anche più tardi: lo Stato, per i fascisti, poteva dunque essere indifferentemente repubblicano o monarchico, accentrato o (meno, ma esistette anche questa variante) decentrato, basato sui sindacati e più tardi sulle corporazioni oppure sull’autorità accentrata nel Governo; ma anche dominato dal Governo o dal Partito. La stessa figura del duce, costruita gradualmente nel tempo (la parola stessa, coniata nel fascismo-movimento, tardò alquanto a penetrare nella trama della legislazione dello Stato) era il simbolo di questa ambiguità. E poi non bisogna dimenticare che esisteva pur sempre il Re (si parla infatti di “diarchia”) e, se vogliamo, anche la penetrante forza condizionante della Chiesa, che creava un ostacolo alla completa realizzazione dello Stato totalitario come Mussolini ambiva a costruire.

Detto ciò, certo, quello immaginato alle origini dal fascismo, era uno Stato autoritario, possente, immanente sull’individuo. Uno Stato espressione del “comando” cui si doveva “disciplina” (due concetti che venivano direttamente dalla Grande Guerra nella quale il movimento affondava le sue radici). La sua immagine è ben riflessa nell’edilizia monumentale dell’epoca: costruzioni marmoree in grandi spazi vuoti, piazze immense, quasi a intimidire il cittadino, monade schiacciata in quell’universo ostile. Tuttavia, quando si studia lo Stato fascista nella sua articolazione concreta (cioè il Governo e il suo funzionamento attraverso i ministeri, la burocrazia, le due Camere che pure esistevano prima di quella dei fasci e delle corporazioni, il Gran consiglio creato nel 1923 e statalizzato nel 1928, i podestà nominati dall’alto e messi alla testa dei comuni, i tribunali, le corti d’appello e la Corte di cassazione, il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, il Consiglio di Stato, l’esercito e la polizia, gli enti pubblico e lo stesso Partito fascista) ciò che si scopre è che lo Stato si traduceva in una continua dialettica tra questi e altri istituti che lo componevano. Lungi dall’essere marmoreo e impenetrabile era invece poroso; e nei suoi pori, dentro i singoli istituti, si manifestavano gli interessi (economici, sociali, collettivi ma anche spesso individuali). In ciò lo Stato fascista, pure dittatoriale e persecutorio verso le libertà, non differiva molto dagli Stati del suo tempo, anche dalle democrazie. Se consideriamo per esempio la vasta disseminazione degli enti pubblici (un fenomeno iniziato sotto Giolitti agli inizi del secolo ma dilagato negli anni Venti e Trenta) possiamo constatare che molti grandi e piccoli gruppi di interesse e molte categorie sociali avevano il loro specifico ente di riferimento, del quale lo Stato aveva, per legge, riconosciuta la qualifica di istituto pubblico e al quale aveva affidato determinati compiti. L’ente irreggimentava i portatori di interessi. Ma al tempo stesso costituiva il canale della loro penetrazione nella corazza dello Stato. Era dunque uno Stato articolato, paradossalmente insieme monista nella teoria ma pluralista nella pratica. Nelle sue articolazioni scorreva una dialettica continua.

Un soggetto particolare era poi il Partito. Il Pnf era nato nel 1921 come un partito qualunque del Novecento, concepito come un’organizzazione dal basso con cariche elettive e un programma politico più o meno delineato. Ma già dopo la marcia su Roma si era trasformato in un altro tipo di Partito: gerarchicizzato sino all’estremo, con “capi” e “gregari” (uso il linguaggio degli statuti del Pnf), soggetto a ordini dall’alto ai quali obbedire ciecamente. Nessuna elettività nelle cariche. Niente democrazia interna. Frattanto, gradualmente, il Pnf “entrava” nello Stato, vi si accomodava, si scavava i propri spazi. Significativo il fatto che il Gran consiglio, che era nato nel 1923 come una specie di “cupola” del Partito sovrastando il vecchio Direttorio, divenne nel 1928 un organo costituzionale dello Stato, con compiti anche delicatissimi quale quello di decidere la successione a Mussolini. Poi il processo si accelerò: il Pnf assunse per legge funzioni proprie dello Stato (propaganda, assistenza, educazione, controllo delle masse, persino polizia) e fu inserito nei gangli vitali del Governo, sino a conferire al suo segretario il rango di ministro e ad attribuirgli la funzione di partecipare al Consiglio dei ministri. Molti dei nuovi enti pubblici nati in quegli anni dipesero dal Partito, che vi collocò i suoi uomini, secondo una precisa politica delle spoglie. Ciò determinò la mutazione del Partito: da gruppo di pressione e di rappresentanza a burocrazia nazionale distributrice di risorse, con bilanci enormi e amplissime influenze nelle politiche sociali e del consenso. Un punto particolare, che affronto nel mio libro, è quello dei finanziamenti, “i soldi del Partito”: venivano dallo Stato, in prevalenza (pochissimo dalle tessere). E abbiamo scoperto che nel circuito dei grandi finanziatori c’era persino la Banca d’Italia.

Nel ventennio il Partito si fece Stato: quali le conseguenze sulle istituzioni?
Appunto: il Partito si fece Stato. Ma lo Stato, pure adottando i simboli del fascismo, rimase tuttavia Stato. Non bisogna pensare a qualcosa di simile al caso sovietico, o – sotto altra forma – a quello nazista. Da noi lo Stato rimase, non si “partitizzò” completamente ma solo a macchie di leopardo. Una sorta di ircocervo unico nella storia d’Italia: poiché i partiti erano aboliti, l’unico Partito esistente era la voce stessa della nazione unita; dunque era anche una parte dello Stato. Ma lo Stato non per questo si risolveva completamente nel Partito.

C’erano intanto le leggi (il corpus normativo, secondo una battuta del ministro Grandi del 1941, solo in pare minima era quello scritto dal regime, restando in vigore molte norme precedenti); poi c’era la giurisprudenza – quella dei giudici ordinari e quella dei giudici amministrativi – che si evolveva lentamente, direi quasi metabolizzando cautamente i nuovi dettami del diritto fascista e temperandoli con quelli della vecchia legislazione precedente; c’era la cultura giuridica (i maestri del diritto erano tutti cresciuti nel periodo liberale, pure aderendo spesso al fascismo) che restava spesso condizionata dai concetti antichi (e restava valido il “metodo giuridico”, cioè la concezione dello Stato di diritto prevalsa a fine Ottocento nel diritto pubblico liberale); e c’era la burocrazia, che era, specie ai suoi vertici, quella formatasi in età liberale.
C’erano insomma molte zone nelle quali il Partito non penetrava o non penetrava compiutamente.

L’idea fascista dell’ “uomo nuovo”, dell’italiano trasformato in un fervente milite perennemente in armi, si realizzava nelle sfilate e nei raduni, trovava sfogo nelle organizzazioni di massa come la GIL o i Balilla o i GUF. Ma poi stentava a farsi cultura diffusa, modo di vita quotidiano. La letteratura degli anni Trenta, ma anche la pittura e in parte la cronaca quotidiana (per quanto sorvegliatissima dalla censura) ci ha lasciato ritratti di interni borghesi o piccolo-borghesi o operai e contadini che si distaccano molto dal modello ideale dell’italiano “fascista”. Nelle famiglie, nei centri periferici del Paese, nella immensa provincia italiana specie meridionale, il fascismo in quanto forgiatore delle coscienze penetrava solo epidermicamente. Si fermava a Eboli, per dirla con il famoso libro di Carlo Levi. E il Partito era piuttosto immobilizzato esso stesso dalla grande mole di funzioni che lo Stato gli scaricava addosso, diveniva sempre più una grande “seconda burocrazia”, sebbene in divisa. C’erano carriere di partito, un personale ridondante e inefficiente, lotte interne, resistenze della periferia in nome di interessi locali; persino corruzione tra i gerarchi.

Come convissero con il regime le istituzioni: Camere, magistratura, esercito?
Agli inizi degli anni Trenta, parlando in una grande assemblea corporativa, Mussolini ebbe a dire che esistevano in Italia due tipi di istituzioni: “le nostre” (e alludeva al Gran consiglio o al Tribunale speciale, o al Pnf, o alle Corporazioni stesse poi realizzate pienamente solo nel 1934) e “quelle che abbiamo trovato” (il Consiglio di Stato, la magistratura, il Consiglio dei ministri). Queste seconde – disse il duce – convivevano, eseguivano i dettami del regime e quindi erano utili. Almeno in quel primo tempo della rivoluzione, perché poi sarebbero state inesorabilmente sostituite. Accadde, del resto, nel 1939 quando la Camera dei fasci e delle corporazioni sostituì finalmente la Camera dei deputati (un organo sicuramente fascista, grazie alla legge elettorale totalitaria, ma comunque “ereditato”). Era una sorta di programma ma anche l’ammissione che lo Stato totalitario tante volte proclamato era ancora imperfetto, in fieri.

Le due Camere ebbero un ruolo marginale. Come dimostrano indagini compiute sulla loro attività non furono inerti (anzi dovettero lavorare abbastanza) ma essenzialmente eseguirono: approvando una legislazione fascista che venne approntata tutta in altre sedi, quali il Governo (specie gli uffici legislativi, sovente di grande esperienza) e – per le revisione dei testi unici – soprattutto il Consiglio di Stato. “Acclamarono”, piuttosto che discutere e votare (infatti la parola “acclamazioni” appare di frequente nelle “fisionomie”, cioè le annotazioni che il redattore degli atti parlamentari appone ai vari discorsi e in più punti in carattere corsivo per registrare le reazioni anonime dell’assemblea).

La magistratura non esitò a tributare al regime tutti i rituali omaggi imposti dalla prassi; ma una indagine diretta condotta sulle biografie degli alti gradi dimostra che si trattava di uomini formatisi nel clima politico e nella cultura giuridica prefascista. La Cassazione fu a lungo presieduta da Mariano D’Amelio (che il regine già nel 1923 aveva preferito al più anziano e prestigioso Lodovico Mortara), il quale lavorò sulle linee di una continuità sostanziale tra la tradizione dello Stato autoritario degli anni precedenti e la nuova impostazione della dittatura. Il diritto civile rimase, sino ai due codici del 1940 (procedura civile) e 1942 (codice civile) quello del 1865: fallirono vari tentativi di riforma, tra i quali quello – voluto espressamente dal ministro Rocco e da Mussolini – di modificare la legge sull’esproprio per pubblica utilità a vantaggio dello Stato. Il diritto penale fu incisivamente riscritto dallo stesso Rocco, ma forse più in linea di quanto allora non sembrasse con principi e ispirazioni della tradizione penalistica del primo Novecento.

Resta da dire dell’Esercito. Si sa che rimase molto monarchico (il tema era tra quelli rimasti sempre scottanti: in un solo caso il Re si oppose al duce, uscendone sconfitto, e fu quando le Camere vollero attribuire a Mussolini il titolo di primo maresciallo dell’Impero, che il Re voleva riservato unicamente alla sua persona). Un’indagine tra gli alti gradi dimostra che vi fu una componente fascista, ma non tanto incisiva da produrre una reale “fascistizzazione” delle forze armate. Piuttosto si assistette a un gioco degli specchi continuo tra comandanti in lizza tra di loro nel quale l’appoggio del fascismo o di parti di esso ebbero un peso indubbiamente rilevante.

Come si articolarono i rapporti tra le strutture del fascismo e i mondi dell’imprenditoria, del lavoro, dell’educazione e della cultura?
Con gli industriali il fascismo ebbe sempre ottimi rapporti. Quando giunsero anche in Italia le conseguenze della grande crisi mondiale del ’29 (aggravate dallo sforzo immane che Mussolini aveva imposto negli anni precedenti all’economia per raggiungere Quota Novanta), la soluzione fu trovata non da Mussolini e dal fascismo (che non avevano alcuna idea in proposito) ma da un gruppo di geniali tecnici della finanza, in primo luogo rappresentati da Alberto Beneduce. Questi era un vecchio e apprezzatissimo collaboratore di Nitti (a lui si doveva l’istituzione dell’INA e di diversi enti finanziari nati durante e dopo la prima guerra mondiale), ed era stato persino ministro negli ultimi governi liberali. Non era fascista (prese solo tardivamente la tessera e più per obbligo che per convinzione), era molto legato al mondo della finanza e dell’industria privata, poteva farsi forte di amicizie e legami importanti, anche internazionali, Beneduce ideò l’IRI, cioè un ente autonomo creato per legge dallo Stato ma da lui stesso gestito in piena indipendenza, che rilevò i debiti delle industrie verso le tre maggiori banche miste (che furono a loro volta “irizzate”), riorganizzò l’intero apparato industriale in parte riconvertendolo, sostituì massicciamente il management delle imprese “controllate”, avviò un incisivo risanamento, poi completato dalla approvazione delle leggi sulla banca (la cosiddetta legge bancaria). Naturalmente il fascismo garantiva agli industriali la totale pace sindacale (i sindacati liberi erano scomparsi sin dagli anni Venti) e ne fiancheggiava sapientemente le esigenze di espansione produttiva offrendo loro il campo vastissimo della costruzione degli armamenti. Quanto al lavoro, si è detto: fu fortemente inquadrato e inserito nella trama delle corporazioni. Queste ultime avrebbero dovuto realizzare la così della “terza via” tra socialismo e capitalismo, basata sulla fusione “nazionale” degli interessi dei padroni e dei lavoratori. Si risolse in una nuova burocrazia (la terza) fatta in prevalenza di ex sindacalisti e in una mole di accordi, direttive, circolari, studi di settore. Niente che davvero si avvicinasse all’intento per cui erano state istituite.

Educazione e cultura furono il campo del ministro Giuseppe Bottai, uno degli uomini più intelligenti del fascismo. Si dovette a questo controversi personaggio (ebbe poi un coinvolgimento nell’applicazione delle leggi razziali) la seconda riforma della scuola (la prima, su basi idealistiche, era stata operata nel 1923 dal ministro Gentile, ma il fascismo non la sentiva come “sua”) e una interessante nuova politica nel campo dei beni artistici e culturali (culminata in leggi importanti e in una efficace riforma delle sovrintendenze). L’intento di Bottai era quello di creare una scuola fascista, nella quale ad esempio si coniugasse lo studio teorico con la pratica del lavoro: in larga misura la guerra però impedì di realizzare questo obiettivo. Nacque comunque una leva di funzionari che, a capo delle istituzioni scolastiche e culturali (provveditori agli studi, sovrintendenti ecc.) rappresentò in effetti una spinta innovatrice. Molti di loro costituirono il nerbo delle élites burocratiche in quei settori nel dopoguerra democratico.