“La luna e i falò” di Cesare Pavese

«Scritto tra il 18 settembre e il 9 novembre del 1949 (come testimonia l’annotazione in calce al manoscritto) ma pubblicato nel 1950, La luna e i falò riassume e porta alle forme estreme i caratteri della ricerca artistica di Cesare Pavese. Si tratta di un romanzo che non appare privo di alcune battute a vuoto, specie per la difficoltà con cui si amalgamano i tanti temi e le tante storie che l’autore volle condensare in esso; tuttavia la sua importanza deriva proprio dall’ambizione del progetto, che testimonia la chiara coscienza che lo scrittore aveva raggiunto della pienezza dei mezzi espressivi e della validità dei suoi referenti culturali.

Non tutta la critica accolse l’opera con favore, ma rimane il fatto che essa mostra assai chiaramente le sue finalità estetiche e si rivela un indicatore preciso del «metodo» pavesiano di costruire un testo narrativo. La luna e i falò presenta, infatti, una perfetta commistione delle due tendenze che vivono nell’opera di Pavese: la tensione a creare una situazione narrativa, uno stile ed una lingua che permettano di rappresentare la realtà con la stessa forza di «persuasione» che possedeva il realismo; in secondo luogo la volontà di sfruttare ancora i caratteri stilistici e linguistici, ma anche gli elementi della trama, per fornire un «surplus» di significato alla vicenda, farne appunto la manifestazione di un mito, attraverso il quale venga illustrata una realtà umana «universale», paradigmatica, ben oltre e ben al di là dei limiti della vicenda narrata. In questa convivenza di due tendenze, a volte integrantesi e a volte no, si può senza dubbio vedere l’incontro-scontro di due visioni del mondo, una razionale e l’altra mitica, che in Pavese si ritrovano quasi sempre a confronto all’interno delle singole opere.

La luna e i falò recupera, innanzitutto, un vero e proprio archetipo culturale: si può leggere come un ritorno alla terra natale, di cui l’Odissea è il prototipo; il protagonista infatti, dopo aver girato il mondo, ritrova i luoghi della sua fanciullezza, circostanza che introduce inevitabilmente nel racconto l’ansia di tirare delle conclusioni, di cogliere il senso di un’intera esistenza. Ma il romanzo è un vero e proprio repertorio della «mitologia» pavesiana: praticamente ogni suo personaggio e situazione acquista una dimensione mitica, perché nelle varie vicende, nei nuclei narrativi attorno a cui si coagula il racconto, si sviluppa costantemente un significato simbolico. Il titolo stesso fa riferimento alla credenza contadina che i falò accesi nella notte di san Giovanni, così come le fasi della luna, influenzino l’andamento dei raccolti; influenza intesa in un senso magico-superstizioso.

È un aspetto di uno dei temi del romanzo, quello del conflitto tra la tradizione della cultura contadina (magica, fatalista, in una parola pre-razionale) e la cultura della modernità; il romanzo non risolve tale contrasto, e in ciò si attua la sua dimensione mitica: gli ambiti di mistero inspiegabile rimangono fino alla fine, perché Pavese non vuole indicare una «soluzione», piuttosto vuole rendere emblematico quel tipo di conflitto, fargli assumere il valore di simbolo di tutte le contraddizioni che nella cultura dell’uomo si aprono, tra passato e presente, tra tradizione e innovazione, tra nuovo e vecchio.

E su questo tema si innestano altri miti, altri conflitti; ad esempio quello tra il restare e il partire, che nel romanzo si concretizza nel continuo confronto tra i due protagonisti, Anguilla e Nuto, il ragazzo che è andato in America ed ha girato il mondo e colui che è diventato uomo non muovendosi mai dalla valle del Belbo; ma il carattere complesso, simbolico, di tale confronto è determinato dal fatto che nel romanzo si dimostra come il partire possa essere niente altro che un prepararsi a tornare, e che anche a livello di conoscenza c’è una interscambiabilità tra il macrocosmo (l’America) e il microcosmo (la valle del Belbo).

La giusta attenzione critica che si deve prestare alla dimensione mitica del romanzo, che sul piano narrativo ed artistico si risolve in una scelta che si può definire di realismo lirico, non deve far dimenticare che comunque La luna e i falò rimane un romanzo in cui la Storia ha un ruolo preminente.

Anzi, bisogna sottolineare come la scelta del momento storico particolare si inserisca perfettamente nel carattere di «romanzo di memoria», che è insito nel recupero delle proprie radici da parte del protagonista Anguilla: a parte un episodio (quello della scoperta dei due cadaveri di spie repubblichine), gli avvenimenti della lotta partigiana, della guerra ed in parte, ancora prima, del fascismo trionfante, sono tutti narrati da Nuto, il personaggio che non si è mosso dalla valle. Il presente, il dopoguerra, non offre se non storie «private» di disperazione, di miseria o di prepotenza; sono le assenze che segnano il passaggio della Storia: non ci sono più i borghesi della Mora, non c’è più la famiglia di Padrino, non ci sono più molti dei coetanei di Anguilla, morti durante la guerra. Quindi la Storia, considerata da questo punto di vista, diviene un tema importante nel romanzo, ma che Pavese sviluppa tutto quanto in una dimensione privata, nella quale le scelte morali riassorbono anche le scelte politiche e ideologiche dei personaggi.

Riassunto

Il romanzo è organizzato in 32 brevi capitoletti nei quali la narrazione si muove continuamente, frantumandosi, sull’asse del tempo, in un arco che comprende più o meno tutte le età del narratore che parla in prima persona, quindi circa quarant’anni. Perciò non è tanto possibile fare un riassunto dell’opera, quanto indicare i nuclei tematici attorno ai quali si addensa la materia narrata.

Il protagonista e narratore è un uomo di circa quarant’anni che inizia a parlare nel momento in cui è tornato al paese dove è cresciuto: una località delle Langhe, di cui non si dice il nome, che è tuttavia identificabile con S. Stefano Belbo. Egli risiede ancora a Genova, dove ha avviato un’attività commerciale dopo essere stato per parecchi anni negli Stati Uniti, e si reca al paese soprattutto durante l’estate. Quindi il primo nucleo tematico è formato dai capitoli nei quali il protagonista, soprattutto attraverso i colloqui con l’amico d’infanzia Nuto, un falegname, e attraverso i contatti con la gente del posto, riacquista a poco a poco il senso del suo attaccamento a quella terra, che egli percorre in lunghe passeggiate riscoprendo i luoghi e le sensazioni di quando era bambino e adolescente.

Era nato «bastardo», cioè era stato abbandonato e accolto nell’ospedale di Alba; da lì era stato tolto da una famiglia contadina, formata dal Padrino, da Virgilia e da due bambine, perché l’ospedale dava cinque lire al mese per il mantenimento del trovatello. L’infanzia era trascorsa nella povertà e nel lavoro, fino a quando Padrino, non potendo più tirare avanti, aveva dovuto vendere il podere con la sua casa, «Gaminella», e andare a lavorare come bracciante; allora il bambino era stato messo a servizio alla Mora, una grossa tenuta del signor Matteo,
dove era cresciuto ed era diventato un uomo capace di guadagnare la sua giornata; erano stati i contadini della Mora a dargli il soprannome col quale era conosciuto in paese, Anguilla. Arrivato il tempo del servizio militare, era stato mandato a Genova, dove aveva fatto l’attendente di un ufficiale e si era messo con la serva di casa, Teresa. A Genova era rimasto, frequentando una scuola serale e divenendo amico di alcuni operai antifascisti; quando questi erano stati arrestati, Teresa gli aveva procurato un imbarco clandestino per gli Stati Uniti, dove Anguilla aveva fatto molti mestieri, spostandosi sempre più verso ovest, fino a stabilirsi in California. Internato allo scoppio della guerra, in quanto cittadino di un paese nemico degli Stati Uniti, alla fine era tornato in Italia, a Genova.

Al paese ritrova Nuto, con il quale cerca di capire il senso del proprio «andar via» dalle Langhe e del suo ritorno; è poi Nuto, che pur non avendo partecipato direttamente alla Resistenza è stato un fiancheggiatore delle bande partigiane, a spiegare ad Anguilla il senso dello scontro che c’è stato sulle colline e perché, alla fine, tutto sia tornato come prima: i poveri sono sempre più poveri, mentre continuano a comandare i ricchi e i preti. Sotto questo aspetto diventa illuminante l’episodio del ritrovamento del cadavere di due spie fasciste, uccise durante la lotta armata dai partigiani: il parroco del paese ne approfitta per celebrare solennemente il loro funerale e fare una predica contro il pericolo del comunismo. È ancora Nuto a narrare le vicende degli abitanti che sono morti durante l’assenza di Anguilla: come siano scomparsi uno dopo l’altro i componenti della sua vecchia famiglia adottiva, Virgilia, le due sorellastre e, per ultimo, ridotto a chiedere la carità, Padrino.

Su questo si innesta il secondo nucleo tematico: ora alla «Gaminella» c’è una famiglia di mezzadri, formata dal Valino, sua cognata e sua suocera (la moglie è morta); c’è anche un bambino, nato storpio, Cinto. Anguilla va a rivedere la cascina e il podere dove è stato bambino, vede le condizioni di miseria estrema in cui vive la famiglia di «Gaminella», nella quale la disperazione fa sì che tutti si comportino animalescamente: Valino, ad esempio, ogni sera picchia le donne e Cinto. Tra Anguilla e il bambino si stabilisce un rapporto di amicizia, perché l’adulto nutre nei confronti di quella creatura sfortunata un sentimento quasi paterno, e soprattutto rivive in lui la sua fanciullezza; comincia a parlargli della possibilità di andar via dalla valle del Belbo, gli regala un coltello simile a quello che aveva avuto anche lui alla sua età, lo protegge. Parlando con Cinto si ricorda dell’usanza di accendere dei falò sulle colline nella notte di san Giovanni.

L’altro nucleo tematico è il ricordo della vita alla Mora: Anguilla, allora appena adolescente, aveva conosciuto lì Nuto e, soprattutto, aveva avuto occasione di gettare il suo sguardo sulla vita dei «signori»: il padrone Matteo, le sue due figlie di primo letto, Irene e Silvia, la seconda moglie e l’ultima figlia, una bambina ancora, Santa. Questi ricordi sono incentrati sul tema della dissoluzione della famiglia borghese: le due figlie più grandi erano passate da un fidanzamento sbagliato all’altro, fino a fare entrambe una misera fine: Irene era morta di tifo, Silvia aveva finito per sposare un fannullone dedito al gioco che, diventato padrone della Mora, se l’era mangiata in poco tempo. Anguilla apprende tutto questo da Nuto, che però resta reticente riguardo alla sorte dell’ultima ragazza della Mora, Santa.

Nella conclusione del romanzo si ha il ricongiungimento dei due temi, quello di Cinto e di «Gaminella», e quello della fine della Mora. Una sera, dopo che la padrona di «Gaminella» ha fatto le parti del raccolto col Valino, questi, impazzito dalla disperazione, uccide le due donne e tenta di ammazzare anche Cinto, che lo minaccia col coltello e fugge; alla fine, l’uomo dà fuoco alla cascina e si impicca nella vigna. Nuto e Anguilla accompagnano Cinto sul luogo della tragedia. Nuto, a questo punto, vedendo che Anguilla ha ormai capito in quale condizione di miseria e di ingiustizia vivono ancora gli abitanti della valle del Belbo, decide di rivelargli l’ultimo segreto: Santa, che si era legata ad alcuni squallidi personaggi del fascismo locale, nel momento in cui era scoppiata la guerra partigiana si era messa a fare il doppio gioco; sfruttando la sua libertà d’accesso ai comandi fascisti e tedeschi, forniva informazioni alle bande partigiane sulle colline. Ma alla fine si scoprì che Santa aveva anche fatto la spia per i fascisti: portata sulle colline era stata uccisa e il suo corpo bruciato.»

tratto da Letteratura italiana. Storia, forme, testi. 4. Il Novecento di Giovanna Bellini e Giovanni Mazzoni, editori Laterza

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