“La lingua di Machiavelli” di Giovanna Frosini

Prof.ssa Giovanna Frosini, Lei è autrice del libro La lingua di Machiavelli edito dal Mulino: quale rilevanza assume, per la storia della lingua e della letteratura italiane, l’opera di Niccolò Machiavelli?
La lingua di Machiavelli, Giovanna FrosiniLa rilevanza di Niccolò Machiavelli (3 maggio 1469-21 giugno 1527), fiorentino del quartiere di Santo Spirito, è assoluta, nella storia del pensiero politico, nella storia letteraria, nella storia linguistica: un caso eccezionale di consonanza e convergenza fra profondità della riflessione teorica, capacità di osservazione e analisi della realtà, altezza dell’espressione linguistica e stilistica. Fu funzionario della Repubblica fiorentina per quasi quindici anni (1498-1512), nel rilevantissimo ruolo di segretario della Seconda Cancelleria; lavorò fedelmente, collaborando col gonfaloniere Piero Soderini e svolgendo delicati incarichi, dai quali ricavò quell’esperienza del mondo, degli uomini e delle cose che, insieme alla conoscenza delle “historie” antiche, rappresentò la base e l’anima del suo sguardo sul mondo. «Historico, comico et tragico» si definì in una lettera all’amico Francesco Guicciardini: e questa molteplicità di interessi, questa ricchezza di prospettive, tradotte in multiformi scritture, rende come meglio non si potrebbe la sua qualità di scienziato e di scrittore. Perché Machiavelli, in fondo, non si presenta che da sé: nel suo genio, nei momenti di affermazione, nei momenti di sconfitta, dopo l’allontanamento dall’ufficio e dallo stipendio, e l’anno di esilio, dal quale non riuscì mai a riprendersi completamente; e poi, soprattutto, nel riscatto, che non viene tanto dalla difficilissima reintegrazione sotto il dominio dei Medici, quanto dalla conquista di uno spazio suo di pensatore e di scrittore, alimentato da «quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui», vivificato dal colloquio con gli antichi, e reso a noi e a tutti per sempre nella splendida narrazione della lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513. Al di là delle scritture cancelleresche, prodotte a centinaia, a migliaia nel periodo di servizio alla Repubblica, tutte le grandi opere letterarie e trattatistiche di Machiavelli (il Principe, i Discorsi, l’Arte della guerra, la Mandragola, per non citare che le grandi emergenze) vengono dopo l’esilio del 1512-1513: post res perditas, come annotava lui sulle sue carte per segnare quel passaggio della sua vita. E credo si possa dire che se quel momento non ci fosse stato, forse Machiavelli non sarebbe stato Machiavelli: e non solo per la produzione delle sue opere, ma anche nel senso della sua dimensione più intima e personale, di un ‘esiliato in patria’, per certi versi paragonabile a Dante. Alla profondità del pensiero corrisponde la bellezza della sua lingua, che è la lingua viva di Firenze del Quattro-Cinquecento: la lingua della sua città, che lui diceva di amare «più dell’anima», la lingua naturale, piena e intera: strumento duttile del pensiero, della riflessione, della creazione, sperimentata e messa alla prova, con risultati geniali, in molteplici campi d’azione.

Quale posizione assunse Machiavelli nel dibattito sulla lingua?
Per comprendere l’intervento di Machiavelli nella “questione” occorre fare una premessa. Ad agitare la discussione sull’ideale di lingua letteraria che si potesse riconoscere valido per tutta l’Italia, intervenne, in particolare, un fatto nuovo, di grande impatto, perché coinvolgeva il nome di Dante: la “riscoperta” del De vulgari eloquentia, che Dante aveva lasciato interrotto. Il letterato vicentino Gian Giorgio Trissino recuperò uno dei pochissimi manoscritti superstiti (l’attuale cod. 1088 della Biblioteca Trivulziana di Milano) nel primo decennio del secolo XVI, e ne pubblicò la traduzione nel 1529. Una delle posizioni fondamentali di Trissino nel dibattito sulla lingua si basa proprio su una interpretazione partigiana e fuorviante del De vulgari: muovendo dalla teorizzazione fatta da Dante del volgare illustre, Trissino ne ricavò la conclusione sbagliata che Dante avesse scritto in volgare illustre la Commedia, eleggendo una lingua non fiorentina, ma “mista”, e quindi “italiana”, costruita cioè attraverso una selezione delle forme e dei vocaboli migliori della geografia nazionale; e che questo fosse dunque il carattere costitutivo della lingua della tradizione letteraria, da additare come modello.

A queste posizioni Machiavelli non poteva non reagire, dal momento che andavano a toccare due punti fondamentali e per lui sensibilissimi: l’utilizzazione di un’opera di Dante in funzione antifiorentina; l’idea di promuovere una lingua – anche nella sua dimensione letteraria – che si venisse progressivamente distaccando dall’uso vivo e vero del fiorentino, così come si era definito nella sua naturale e inarrestabile evoluzione: uno scollamento, insomma, fra la realtà della lingua e il suo impiego letterario. Il Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, che io considero, come altri studiosi, di intera e genuina paternità machiavelliana (un lungo dibattito si è acceso nel corso del Novecento) nasce in questo contesto, probabilmente nell’autunno del 1524. La sua circolazione rimase allo stato manoscritto, e dunque il suo impatto nella discussione a livello generale fu assai ridotto; ma questo non ne diminuisce il valore. Nel piccolo, preziosissimo trattato, Machiavelli difende con forza la fiorentinità linguistica dei grandi scrittori trecenteschi (Dante, Petrarca, Boccaccio), per poi affrontare il punto davvero fondamentale, ossia le affermazioni di Dante nel De vulgari eloquentia, e la loro applicabilità o meno alla Commedia. Attraverso la finzione di un dialogo serrato, Dante è costretto dal suo interlocutore ad ammettere di avere scritto il poema in fiorentino, e si confessa “sgannato” dal suo errore.

Quali strutture fono-morfologiche, lessicali e sintattiche caratterizzano la produzione machiavelliana?
Nei decenni successivi alla “peste nera” di metà Trecento, la lingua di Firenze andò incontro a profonde trasformazioni, che derivarono non solo da spinte di evoluzione interna, normali in ogni lingua viva, ma anche dalle dinamiche della crisi demografica e dalla forte corrente migratoria di inurbamento dalle zone meridionali e occidentali della Toscana. Si ebbe così l’innesto di fattori evolutivi sul solido assetto del fiorentino “aureo” o “classico” trecentesco, che portarono a una nuova configurazione ‘di sistema’ fino ai primi decenni del Cinquecento. È il cosiddetto fiorentino “argenteo”, secondo la definizione di Arrigo Castellani, le cui nuove strutture coinvolgono tutti i diversi livelli sociali dei parlanti e riguardano tutti i livelli della produzione, sia scritta sia parlata. Per fare qualche esempio di fenomeni fonetici e morfologici, si possono ricordare la riduzione del dittongo dopo consonante+r (breve invece di brieve), le forme dell’articolo el, e (anziché il, i), il sistema dei possessivi invariabili mie, tuo, suo, e mia, tua, sua plurali maschili e femminili; nella morfologia verbale, le desinenze –i, –ino alla terza persona singolare e plurale del congiuntivo presente (come vadi, vadino); la desinenza –o della 1a persona singolare dell’imperfetto indicativo (io ero invece di io era), che si è stabilmente insediata in italiano. Ecco, la lingua di Machiavelli riflette in pieno, negli aspetti fonetici e morfologici, questa nuova fase evolutiva del fiorentino quattro-cinquecentesco.

Sono poi del massimo interesse le strutture della sintassi, che rispondono al suo modo chiaro, profondo e definito di vedere e descrivere la realtà, e di enunciare il ragionamento. Uno dei tratti più ricorrenti dell’argomentazione consiste nel ricorso alle regole generali: vere e proprie sentenze, più o meno sviluppate e circostanziate, che si impiegano costantemente e in varia misura per dare sostegno a pareri e prese di posizione. Spesso, poi, il riferimento alla regola si inserisce all’interno di uno schema espositivo più strutturato, che vede l’organizzazione del discorso in sezioni progressive e chiaramente distinte, che servono a sviluppare il ragionamento, isolando le varie componenti, discutendole in ordine parallelo e consequenziale (il “procedimento “dilemmatico” che procede per successive obiezioni) e a portarlo a conclusione.

Come si presentano grafia, suoni, forme nelle opere autografe?
Un esame pienamente attendibile dei caratteri linguistici di un autore può fondarsi solo sulle carte autografe. Gli autografi di Machiavelli si collocano in un arco di circa trenta anni, fra 1497 e 1527, con una sensibile ed estesa lacuna negli anni 1513-1526. Sono dunque decisamente proiettati nel Cinquecento, ma risentono della pratica scrittoria della Firenze di fine Quattrocento nella quale l’autore si era formato, e della situazione di fluidità grafica che essa presentava, per esempio per la resa delle consonanti velari o delle consonanti palatali, con una libera serie di oscillazioni ed opzioni fra la tradizione volgare e quella umanistica.

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Per quanto riguarda le forme grammaticali, si possono citare un paio di esempi fra i più interessanti: uno di questi è il dittongo dopo consonante+r, che, come abbiamo detto, tende a ridursi, anche notevolmente. Nelle scritture di Machiavelli (come in quelle di altri autori a lui contemporanei) si nota una maggiore resistenza del tipo truovo sul tipo prego. Molto interessante la situazione delle forme dell’articolo determinativo, uno dei pochissimi casi per i quali si può ricostruire una linea evolutiva precisa: negli autografi del primo periodo (1497-1514/1517) prevalgono le forme “argentee” el/e, mentre negli anni 1519/1520-1522/1525 la situazione cambia, e le forme classiche tradizionali il/i sono assolutamente dominanti. Molto compatto invece il settore della morfologia verbale, in cui si ritrovano tutte le categorie (per i temi verbali, per le desinenze) che gli studi riconoscono come proprie del fiorentino “argenteo”, così che si può dire che il sistema del nuovo fiorentino si riconosce e si qualifica in Machiavelli innanzitutto come sistema morfo-verbale.

Come si compone il suo lessico?
La scrittura di Machiavelli nasce nella cancelleria, e per anni ha soprattutto questo carattere. Anche nel lessico riflette perciò questo uso “ambientale”: lo si vede nella presenza dei latinismi cancellereschi (eodem tempore ‘nello stesso tempo’, interim ‘frattanto’, similiter, solum, ecc.), che servono anche ai fini della coincisione e dell’intensità dell’espressione. Rimarranno vitali sempre, nella penna di Machiavelli, inseriti nel discorso con naturalezza. Anche la terminologia amministrativa e quella militare provengono dall’ambiente in cui Machiavelli ha lungamente operato: artiglierie, balestriere, cannoniere, commissario, ordinanza, provvisione, servigio, spia; andare a campo, dare la battaglia, gente d’arme ‘cavalleria’, seguitare la fortuna, ecc., e ancora governo ‘attività di controllo e di gestione’; istruzione ‘documento con cui il governo impartisce direttive a un suo funzionario’; intelligenza ‘patto segreto’; legato lat. ‘ambasciatore’ e legazione ‘ambasceria, missione diplomatica’; pratica ‘trattativa politica e diplomatica’ (l’esemplificazione è naturalmente vastissima). Diffusi sono latinismi semantici come avarizia ‘avidità’, ferocia ‘coraggiosa fierezza’, uno ‘uno solo’; e vocaboli tecnici sono ad esempio rovinare, occasione, reputazione. Alcuni termini-chiave sono immediatamente riconducibili alla trattatistica coeva: così è per discorso, fortuna, ordine e ordinare, rimedio, ricordo, ritratto, ecc., spesso accompagnati da elementi determinanti, dai quali derivano particolari specializzazioni del significato: così ordini antiqui, nuovi, particulari, publici, tòrre (‘prendere’, ‘conquistare’) lo stato, perdere lo stato, e così via. Si tratta del lessico che caratterizza le opere politiche e storiche maggiori, e anche quelle minori. Nel suo insieme, però, il lessico di Machiavelli è scarsamente tecnicizzato, e non indulge al neologismo: sono i verbi dell’uso comune che vengono adottati per esprimere i concetti della riflessione politica, assumendo significati propri alla costruzione ed espressione sistematica del pensiero: così, nel Principe, acquistare ‘conquistare un principato, il potere’; spegnere ‘sottrarre totalmente valore, presenza politica’, ruinare ‘rovinare’ (intransitivo), ossia ‘l’essere politicamente eliminato’, ‘perdere lo stato’ (opposto di felicitare ‘avere esito politico favorevole’). Il lessico politico di Machiavelli accosta con libertà termini popolari e termini aulici: ecco come nascono, ad esempio, le «barbe e correspondenzie loro» per indicare nel Principe le basi del potere dello stato. È poi del massimo interesse osservare che nelle scritture di Machiavelli si ha una straordinaria escursione dei livelli linguistici, o meglio, la capacità di affiancare tono grave e tono comico; davvero Machiavelli utilizza tutti i registri del fiorentino, colto, colloquiale, popolare. Da qui deriva la varietà e la vivacità del suo lessico, così come lo vediamo per esempio nelle lettere private o nella Mandragola.

In che modo dalle opere di Machiavelli emerge la sua preparazione classica?
Le qualità della scrittura machiavelliana sono unanimemente riconosciute nella formulazione sintetica, nella consequenzialità logica, nella profondità del pensiero, nella capacità di tradurre le riflessioni in immagini. Per comprendere un processo di tale forza e di tale sintesi, è fondamentale riconoscere la stretta relazione che corre fra la dimensione classica della formazione di Niccolò e la presenza della cultura volgare fiorentina, che si fonda in primo luogo su una consapevolezza assoluta del primato della propria lingua viva e quotidiana. Da questo ambiente, da questa tradizione, trae forza la scrittura machiavelliana: marcatamente unitaria nelle sue qualità migliori, aperta alla libera contaminazione dei registri per cui la lingua viva e naturale è (come nel Dante della Commedia) strumento per dare fondo a tutta la realtà. Le opere letterarie di Machiavelli mostrano bene il carattere “duale” della cultura dell’autore, fra aperture umanistiche, con l’uso di fonti latine e greche, e le ascendenze volgari e fiorentine, sempre predominanti. Basterebbe in ogni caso la magnifica lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513 a mostrare la compresenza della cultura classica e di quella volgare, di Tibullo e Ovidio accanto a Dante e Petrarca, così come la Mandragola, capolavoro assoluto del teatro italiano, prova la presenza di Plauto e Terenzio accanto al teatro fiorentino del Quattrocento e del primo Cinquecento. Non sempre le fonti classiche (Livio e gli storici, ad esempio) sono attinte direttamente, ma sono raggiunte attraverso epitomi, volgarizzamenti, insomma una tradizione meno controllata, ma vivacemente immessa nel tessuto culturale quattro-cinquecentesco.

Come si sviluppa la tradizione dei testi machiavelliani?
La prima distinzione che occorre fare è quella fra opere che ci sono giunte in autografo e opere non autografe. Nel caso di Machiavelli ci troviamo indubbiamente di fronte a una situazione paradossale, perché se intrecciamo il dato della conservazione degli autografi con quello del rilievo storico-culturale e letterario dei testi, osserviamo che a fronte di un corpus imponente di autografi professionali, missive e relazioni, dispacci diplomatici e scritti di governo, gli scritti di sua mano diventano sempre più rari via via che ci accostiamo alle opere politiche e letterarie in cui risiede soprattutto la sua fama nella storia della letteratura e del pensiero. In maniera riassuntiva, ricorderemo allora che ci sono giunte in autografo (conservati prioritariamente a Firenze, nei fondi dell’Archivio di Stato o fra le Carte Machiavelli della Biblioteca Nazionale Centrale) le scritture cancelleresche ufficiali (oltre 6.600 censite), e una quindicina di testi politici cosiddetti ‘minori’; tra i testi letterari, sono di rilievo l’autografo della Favola e i due volgarizzamenti dell’Andria di Terenzio. Abbiamo poi limitati frammenti autografi delle opere maggiori: un frammento del proemio al I libro dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, cinque frammenti dell’Arte della guerra, e frammenti degli abbozzi delle Istorie fiorentine. Non sono pervenute invece in autografo le opere maggiori: il Principe, e i Discorsi, l’Arte della guerra, le Istorie fiorentine nel loro insieme, il Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, le commedie (Mandragola e Clizia). Una situazione particolare è quella dell’epistolario privato: circa 80 sono le lettere superstiti inviate da Machiavelli, circa 250 quelle da lui ricevute; di quelle machiavelliane, solo una ventina sono conservate in autografo, in sedi disperse.

Bisogna anche ricordare, in senso storico, che Machiavelli è un uomo e un intellettuale dell’età precedente alla stampa, legato a un’idea della scrittura come continua rielaborazione del testo, e che, al tempo stesso, non sembra mostrare una particolare attenzione a conservare i propri autografi una volta che essi sono destinati a una qualche forma di circolazione pubblica, che poteva essere in primo luogo la circolazione manoscritta; per di più, l’accesso di Machiavelli alla stampa fu generalmente difficoltoso, sia per le limitate risorse economiche personali, sia per il venir meno dopo il 1512 del suo ruolo istituzionale, con la successiva difficoltà ad avere alti patroni. Tutto questo spiega la particolare situazione delle sue opere, nella cui trasmissione ha in ogni caso giocato un ruolo importante l’iniziativa familiare, dovuta in particolare al nipote Giuliano de’ Ricci, che tanto si adoperò per conservare (e copiare) gli scritti del nonno.

Giovanna Frosini insegna Storia della lingua italiana all’Università per Stranieri di Siena, è Accademica della Crusca e vicepresidente dell’Ente Nazionale Giovanni Boccaccio. I suoi studi riguardano la poesia italiana delle Origini, la lingua e l’opera di Dante e di Machiavelli, l’epistolografia, la storia della lingua del cibo. Fra i suoi libri: le Lettere di Matteo Franco (Firenze 1990), Il cibo e i Signori (Firenze 1993), la Storia di Barlaam e Josaphas (Firenze 2009). Ha diretto la Storia dell’italiano. La lingua, i testi (Roma 2020), e ha appena pubblicato La lingua di Machiavelli (Bologna 2021).

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