“La lingua degli dei. L’amore per il greco antico e moderno” di Francesca Sensini

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Prof.ssa Francesca Sensini, Lei è autrice del libro La lingua degli dei. L’amore per il greco antico e moderno edito dal Melangolo; una storia ininterrotta, che si dipana nei secoli, dalla lingua di Omero ed Esiodo sino ai giorni nostri: che rapporto esiste tra greco antico e lingua neogreca?
La lingua degli dei. L'amore per il greco antico e moderno, Francesca SensiniGreco antico e neogreco sono la stessa lingua. Nel mio libro ho voluto riallacciare il filo del discorso tra antico e moderno, Ellade e Grecia, raccontando, con l’aiuto di parole di questa unica lingua, frammenti della storia appassionante di questo paese, spaziando dal mondo pre-olimpico al nostro millennio. E soprattutto rivolgendomi a tutte e tutti, chi non sa nulla di greco e chi invece lo conosce; chi ama la Grecia e chi ancora non sa di amarla.

La lingua greca è una sola, ripeto. Il patrimonio lessicale del neogreco è di fatto molto vicino a quello dell’antico; è mutata la sintassi, il sistema verbale si è in qualche modo semplificato, la pronuncia non è quella che impariamo a scuola. A mio avviso è molto più bella, scorrevole.

Attraverso i secoli, confrontandosi con gli eventi della storia, adattandosi ai mutamenti delle condizioni materiali di vita dei parlanti, all’evolvere delle idee e delle conoscenze sul mondo, il greco si è trasformato, come un organismo vivente. Tutte le lingue lo sono, nessuna esclusa, è noto. Siamo noi ad affezionarci spesso a modelli ‘congelati’ in un tempo preciso e in un luogo determinato, idealmente impermeabile all’esterno. Con i Greci ci è successo in modo evidente. Il culto dell’Ellade è un cliché culturale. Il carattere sempre mutevole, metamorfico, direi, della realtà ci inquieta, è un riflesso umano. Cerchiamo un’impossibilità stabilità, anche nel costruire le nostre idee sul mondo. Finché si tratta di griglie interpretative, per così dire, trovo l’approccio utile. Quando invece si fissiamo in schemi granitici, di ‘autorità’, consacrati da una tradizione usata come feticcio (e talvolta come clava contro l’altro da sé), perdiamo a mio avviso il senso e la vitalità dei fenomeni. Le lodi del greco antico sono numerose. I saggi non mancano, alcuni molto seri, linguisticamente documentati, per veri conoscitori del classico; altri più leggeri, per un pubblico più ampio. Io ho tentato di fare altro: ho voluto raccontare, in un testo ibrido tra narrativa e saggio, la Grecia antica e moderna attraverso le sue stesse parole.

Cosa rende straordinaria la lingua greca?
È una “lingua piena di dei”, che è anche il titolo di uno dei paragrafi del mio libro. A ogni angolo, anche quando meno ce lo aspettiamo, ci osserva una divinità. E noi non possiamo che ricambiare lo sguardo, naturalmente. Ad esempio, la parola stato, in neogreco, che di per sé rimanda alle istituzioni, alla politica, al diritto, nasconde un dio. Ma è solo un caso tra i tanti.

Nel suo insieme. il greco moderno interviene efficacemente a liberare i grecismi della nostra lingua – le parole di derivazione che sono entrate nel nostro dizionario – dalla prigione dei lessici di settore. I grecismi infatti sono di solito ‘parole difficili’ che si usano in ambiti specialistici: medicina, filosofia, retorica…Se prendiamo una parola come “tragedia”, che per noi è un genere teatrale ‘alto’ o, per somiglianza, un fatto particolarmente triste e luttuoso, in neogreco troviamo la semplice “canzone” che passa alla radio. Nell’avvicinarsi al neogreco questo tipo di esperienze curiose e stranianti è frequente e divertente: da una parte, ci permettono di capire che il greco è una lingua che vive e descrive la realtà quotidiana e non un gergo per pochi, fisso in un mitico passato; dall’altro, ci invita saggiamente a mischiare alto e basso, a non chiuderci in gabbie mentale, a mescolare stelle del cielo e banali conchiglie sulla bancarella di un porticciolo. Il neogreco è questo.

Nel greco antico lessico e mito si fondono in modo inscindibile: quali sono i più significativi esempi di questo legame?
I Greci sono un popolo che ha racchiuso in sé un intero “inventario di archetipi”, diceva lo storico Domenico Musti. Ed estendo questa affermazione ai Greci di oggi, con la loro storia più recente. Questi archetipi, come modelli esperienziali, sono diventati “racconti” – mýthos significa “parola raccontata” – fondativi della condizione umana e della realtà fuori dell’umano. Relazionarsi con le storie che le parole greche raccontano e ritrovare il legame tra mito e parola raccontata – e raccontare nuovi ‘miti’ greci moderni – è proprio il desiderio che ha animato la mia scrittura, la ragione profonda del mio amore per questa lingua dell’ “origine”, dell’arché. Per capire chi siamo, secondo me, bisogna cominciare dall’inizio, dall’arché appunto. Gli esempi di questa necessità e piacere si trovano nei 24 racconti, come i canti di Iliade ed Odissea, del mio libro.

Nel 2021 la Grecia festeggia i duecento anni della sua rivoluzione nazionale: cosa ha rappresentato per la coscienza europea tale evento?
Un bicentenario di cui in Italia si parla poco. Il mio libro è uscito quest’anno proprio per rendere omaggio a questa ricorrenza e ripercorrere anche quella storia. I nostri libri di scuola ne fanno, di solito, appena qualche cenno. Sappiamo forse (o forse no) che Ugo Foscolo si spese per la causa della sua madrepatria e che il conte piemontese Santorre di Santarosa prese parte da volontario alla rivoluzione greca morendo a Navarino nel 1825. Anche Lord Byron partecipò generosamente alla lotta di liberazione del popolo greco, allestendo con i propri mezzi un esercito personale, mentre Shelley raccoglieva fondi per la causa greca a Pisa. Una splendida mobilitazione internazionale. C’erano davvero tantissimi altri europei, ma anche americani, tutti volontari filelleni. La rivoluzione greca continua i moti falliti del 1820-21 e di fatto assesta il colpo di grazia all’Europa della cosiddetta Restaurazione. Direi che ripercorrere e raccontare la storia di un tale evento possa riportare la coscienza europea – delle istituzioni in prima battuta e dell’opinione pubblica – un’importante autocritica dei principi che oggi sembrano maggioritariamente governarla.

Nel greco riposano le radici stesse della nostra civiltà. In un mondo sempre più tecnologico e globalizzato, quale ruolo, a Suo avviso, per la tradizione classica?
Anche il mondo dei Greci era globalizzato. Ce ne dimentichiamo. Qualche esempio: per recuperare l’ambra, una resina fossile che si trovava in forma di ciottoli sulle spiagge del Baltico – il diamante dell’Antichità, in pratica – i Greci frequentano i mari nordici. I Micenei risalivano l’Adriatico già nell’età del bronzo per commerciare l’ambra. L’archeologia ce lo racconta attraverso i reperti. I Greci arrivano poi nella penisola Iberica nella prima età del ferro. Ateniesi e Spartani si procuravano il grano, proveniente dall’attuale Ucraina, negli empori sul Mar Nero. Insomma, i Greci sanno e ci insegnano come rapportarsi alla complessità di un mondo aperto, relazionale.

La tradizione classica come concetto statico non mi pare interessante, insisto su questo punto. E la Grecia antica senza la moderna ancora meno.

Quanto alla tecnologia, ci dovrebbe servire per accedere alla conoscenza, anche del mondo greco. Il vero punto è sapere discernere, diakrìnein – stesso verbo in antico e neogreco – cioè letteralmente giudicare in mezzo a informazioni e cose disparate, che provengono da diverse direzioni. Non a caso per i Greci Internet è un concetto non accolto passivamente in inglese ma tradotto in un calco originale. È il dhiadyktio, letteralmente “la rete (da pesca)” che sta in mezzo a noi, e noi dentro di essa. Il tutto sta a nuotarci dentro senza farsi catturare…sembra dirci questa parola

Un tratto distintivo del mondo greco a mio avviso essenziale per il nostro presente è la capacità di accogliere in sé il concetto di alterità ed elaborarlo. Come ho detto, i Greci sono umani ‘globali’, viaggiatori, migranti, filosofi con la mente e con il corpo. Nella loro lingua il “dubbio” è l’ostacolo che si frappone al loro movimento, l’assenza di passaggio, l’a-poria in senso etimologico. Non è un caso per me. Dalle grandi battaglie di Maratona e Salamina nel V sec. a. C, quando l’impero persiano del Re dei Re, ricchissimo e strapotente, viene sconfitto contro ogni logica aspettattiva da una manciata di soldati coraggiosi fino alla follia e da poche navi inadatte gli scontri navali, fino allo scempio che del paese è stato fatto da una politica rapace e amorale, con la svendita del suo patrimonio nazionale a ricchi compratori esteri, la Grecia continua a opporre la sua resistenza. La Grecia ci insegna da sempre che esiste sempre un processo alternativo alla mera sopravvivenza, che qualcosa può sempre (e deve) accadere, se non ci lasciamo invadere dalla paura, ci insegna la “resistenza”, l’antístasi, il “mettersi davanti e contro qualcosa”, “l’opporsi”, che è tutto il contrario della “resilienza”, l’anthektikótita, quell’idea oramai corriva e detestabile che porta in sé l’idea che la vita non si possa liberare da quanto la opprime, la schiaccia, le spreme via energia e che in greco infatti rinvia al verbo “sopportare”.

Francesca Sensini è professoressa associata di Italianistica presso la facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Université Côte d’Azur de Nice, dottoressa di ricerca dell’Università Paris IV Sorbonne e dell’Università degli Studi di Genova. Comparatista di formazione, dedica principalmente le sue ricerche alla letteratura italiana tra XVIII e XX sec., alle riscritture e all’ermeneutica dell’antichità classica in Europa e agli studi di genere in ambito letterario. Tra le sue pubblicazioni più recenti Pascoli maledetto, Genova, Il Melangolo, 2020; Marise Ferro, La guerra è stupida, a cura e con un saggio introduttivo di F. Sensini, Sestri Levante, Gammarò, 2021; La lingua degli dei. L’amore per il greco antico e moderno, Genova, Il Melangolo, 2021.

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