La lingua che fa scena. Dalle grammatiche rinascimentali alla comunicazione via web, Ilaria BonomiProf.ssa Ilaria Bonomi, Lei è autrice del libro La lingua che fa scena. Dalle grammatiche rinascimentali alla comunicazione via web edito da Franco Cesati: come si sono evolute grammatica e grammaticografia da Leon Battista Alberti alle indicazioni normative del XIX e del XX secolo?
È molto difficile, per non dire impossibile, sintetizzare in poche righe secoli di evoluzione grammaticale e grammaticografica. Un dato, però, evidente è che la storia linguistica italiana ha avuto in quei secoli, fino all’unificazione politica della nazione, un percorso sostanzialmente colto e letterario, dato che la popolazione delle diverse aree del paese usava i dialetti come lingue della comunicazione, e l’italiano, di matrice toscana, era la lingua della letteratura, della cultura e delle istituzioni. Esistevano zone intermedie tra dialetti e lingua, con mescolanze varie tra l’uno e l’altro codice linguistico, per esempio nella Chiesa, e nella lingua soprattutto scritta. Ma la codificazione grammaticale per lungo tempo è stata rivolta quasi unicamente alla lingua letteraria, e si è preoccupata poco delle vaste aree linguistiche al di fuori di essa; come si è preoccupata poco della formazione scolastica, che solo a partire dal ‘700 ha rappresentato un obiettivo, e solo di alcuni grammatici. In questi secoli (e in modo particolare nel ‘500) la grammaticografia, nella sua linea potremmo dire ‘filoletteraria’, ha riflesso, senza grandi dissidi e contrapposizioni al suo interno, le diverse posizioni della questione della lingua, tra fautori del fiorentino letterario trecentesco, grammatici più aperti anche verso il fiorentino vivo quattro-cinquecentesco, fautori di una lingua delle corti, ecc. ecc. Solo nella seconda metà dell’800, grazie soprattutto al modello innovativo del Manzoni e alla svolta da lui portata nella questione della lingua, che cessa di essere solo di pertinenza letteraria e diventa sociale, i grammatici si aprono a una prospettiva più ampia e più moderna. Nel Novecento, poi, altre spinte innovative caratterizzeranno la grammatica e l’insegnamento della lingua, che non a caso prende il nome di educazione linguistica: due nomi che tutti ricordano, quelli di Lorenzo Milani e di Tullio De Mauro. E oggi i problemi di insegnare la lingua e la grammatica sono ancora altri, con l’e-taliano del web e la deriva linguistica che caratterizza tante forme della comunicazione odierna.

Quale valore letterario rivestono i testi per musica?
Il valore letterario dei libretti d’opera, il principale tra i testi per musica della tradizione culturale italiana, è estremamente variabile nel corso del tempo, lungo il percorso dal ‘600 ai giorni nostri in cui si snoda la storia dell’opera italiana.

Nel rapporto con la letteratura, o meglio con la poesia, si può dire che la librettistica sia un genere letterario o piuttosto paraletterario a seconda dei periodi. Alla nascita dell’opera in musica, agli inizi del ‘600, i libretti, pochi e raffinati prodotti di corte, sono prodotti squisitamente letterari, molto legati alla tragedia e alla favola pastorale del secolo precedente: un nome per tutti, il fiorentino Ottavio Rinuccini. Dopo qualche decennio, a Venezia, l’opera approda nei teatri, per un pubblico pagante, e subisce condizionamenti commerciali, allontanandosi dalla raffinata letterarietà dell’opera fiorentina, come anche dai modelli letterari classici, e seguendo le mode del barocco. Nel ‘700, i libretti sono scritti da grandi autori della nostra storia letteraria, come Metastasio e Goldoni, che scrivono testi letterari a pieno titolo, ma il cui rapporto con la musica non è stretto e sinergico come sarà più avanti, a partire dalla fine del secolo: per esempio con Da Ponte e Mozart, che insieme danno vita a opere perfette, nelle quali la sinergia tra la poesia e l’intonazione musicale appare realizzata al massimo grado. Con il binomio Da Ponte/Mozart si realizza quello stretto legame tra testo poetico e musica che caratterizzerà d’ora in poi, in linea generale, l’opera.

Nell’800 il rapporto di forza tra librettista e compositore si inverte, e il secondo domina sul primo.

Ora il testo poetico risponde prima di tutto alla volontà del compositore: il libretto ottocentesco, dunque, più che essere un prodotto della creatività e della perizia letteraria del poeta, risponde alle necessità della musica che lo riveste e nasce e si forma in funzione di essa. Così, elementi determinanti saranno, oltre alla sua struttura e valenza drammaturgica, elemento centrale di ogni composizione teatrale, la musicalità e la funzionalità teatrale e musicale dei suoi versi.

Dunque, se la librettistica del ‘700 è da considerare genere pienamente letterario, quella dell’800 si può, meglio, definire paraletteraria. E i librettisti dell’800 sono figure minori, difficilmente nominate in una storia della letteratura: per esempio, Felice Romani, Salvadore Cammarano, Francesco Maria Piave: mentre per il Settecento si parla di libretti di Metastasio, Goldoni, Da Ponte, per l’Ottocento si parla di libretti di Rossini, di Bellini, di Verdi. La lingua del melodramma si fa vieppiù aulica e ostica alla comprensione dei sempre più numerosi spettatori, anche per la tendenza a privilegiare la componente musicale e gli effetti vocali. Negli ultimi decenni dell’800, il livello dei librettisti si eleva, a partire da Arrigo Boito, e la lingua dei libretti si allontana dal codice librettistico tradizionale, modernizzandosi e avvicinandosi alla prosa, così come avviene, nello stesso periodo, nella grande poesia di Pascoli, Gozzano. L’evoluzione verso la modernità e il superamento del codice librettistico tradizionale giungono a piena maturazione con Puccini. Dopo, il percorso dell’opera e dei suoi testi verbali si fa arduo e difficile, frastagliandosi in esperienze diverse.

In che modo i mass media hanno modificato la nostra lingua?
Non è facile rispondere a questa domanda tanto ampia, soprattutto perché è necessario differenziare la risposta in senso cronologico. Prendendo le mosse dall’inizio del ‘900, a una cinquantina d’anni dopo il momento fondamentale dell’unità d’Italia, possiamo riconoscere ai giornali, anche se pochissimo letti in un paese ancora largamente analfabeta, un ruolo importante nella formazione (più che nella diffusione) di un italiano unitario e progressivamente più moderno e funzionale alla comunicazione. Successivamente, la radio, il cinema e poi soprattutto la televisione hanno continuato e allargato questo processo, contribuendo in modo importante alla diffusione di una lingua italiana a cui la popolazione, largamente dialettofona, man mano si avvicinava. Certamente, però, a partire dagli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso, quando la radio e soprattutto la televisione hanno accentuato la componente intrattenitiva e dato sempre più spazio alla parola del pubblico, la lingua da esse veicolata si è abbassata e involgarita, perdendo la funzione di modello per assumere piuttosto un ruolo di riflesso dell’italiano variato di oggi. Il più recente e invasivo tra i mass media, il web, ha poi ulteriormente modificato e ingarbugliato il quadro, che oggi si presenta assai diverso da qualche decennio fa. Appare oggi molto cambiato il quadro dei modi comunicativi, nell’incrocio tra i media, legato alla potenzialità di Internet. Elementi che oggi, al di là della generale influenza del parlato sullo scritto, agiscono in modo determinante nella caratterizzazione linguistica dei media, e soprattutto di alcuni, sono la crossmedialità (circolazione convergente di contenuti da un medium all’altro, resa possibile dalla comune adozione di un linguaggio digitale) e l’interazione degli utenti sulle reti sociali. La crossmedialità rende più difficile la considerazione del ruolo di un singolo medium, e la trasversalità tra i diversi mezzi impone nuovi metodi di indagine; appare evidente che il ruolo centrale della rete sta cambiando, o ha già cambiato, il panorama mediatico complessivo: la rete ha rivitalizzato e cambiato i vecchi media, il cui perdurante successo deve molto all’integrazione con Internet. L’interazione degli utenti, poi, sta determinando cambiamenti decisivi. Se già la voce degli ascoltatori attraverso il telefono e la presenza del pubblico nelle trasmissioni aveva portato, nell’era della neoradio e della neotelevisione, un profondo cambiamento, ora a questa voce parlata si aggiunge, prepotente, la voce scritta degli utenti sui diversi canali, e soprattutto sui social media. Si dilata esponenzialmente così quella mescolanza tra parlato e scritto che rappresenta già, a monte, l’elemento portante della lingua dei media oggi.

Esiste una scrittura al femminile?
Delle domande che mi sono state rivolte, questa è quella che mi imbarazza di più e di fronte alla quale sono più in difficoltà, anche perché è un argomento di cui mi sono occupata solo molto marginalmente. La domanda tocca quella che può essere considerata, a seconda dei punti di vista, una grande questione, oppure una questione inesistente: certamente, a mio parere, è una questione a cui è stata dedicata un’attenzione troppo scarsa (ma studi importanti non mancano). Mi limito a qualche breve annotazione in ordine sparso. Prima di tutto, di scrittura femminile si può parlare solo contestualizzandola a periodi precisi e circoscritti della modernità letteraria: non credo, per esempio, che sia opportuno considerare un segmento cronologico lungo come tutto il Novecento. Ci sono stati dei periodi in cui è emersa una scrittura femminile, forse anche indotta dalla levità degli argomenti trattati, più leggera, e linguisticamente più semplice, lineare e vicina alla medietà quotidiana, che ha fatto pensare a una specificità femminile in questa direzione. Mi riferisco a nomi come quelli di Lalla Romano, Natalia Ginzburg, e, in tempi più recenti, Clara Sereni. Ma scrittrici di tutt’altro tipo, dotate di una potenza narrativa straordinaria e di uno stile personalissimo come Elsa Morante, o caratterizzate da un impegno nei contenuti e nella forma, come per esempio Anna Maria Ortese, portano in una direzione tanto diversa da quella medietà. Non credo che questi esempi tanto diversi possano consentirci di usare una formula semplificante e, tutto sommato, fuorviante come il sintagma ‘scrittura al femminile’.