Professor Mion, la Sua ultima fatica, appena uscita per i tipi di Carocci, si intitola La lingua araba: l’arabo è davvero così complesso?
Lingua araba Giuliano MionQuella appena uscita è la nuova edizione, la seconda, di un volume pubblicato per la prima volta nel 2007: dopo dieci ristampe, era arrivato il momento di apportare qualche correzione e qualche aggiunta.
Se mi chiedete se l’arabo è complesso, non può non venirmi in mente l’espressione italiana «Ma che, parli arabo?».
È un’espressione che fa sorridere gli addetti ai lavori, ma pensate per esempio che in Giordania, un paese che più arabo non si può, l’espressione corrispondente è «mā-lak, bteḥki hindi?» ‘ma che, parli hindi?’. Tutto è relativo, di conseguenza.
Allora, da linguista direi che non esistono lingue oggettivamente “difficili”, ma sono soltanto la prospettiva e l’atteggiamento di chi le apprende a rendere certe lingue più o meno immediate.
Da arabista, invece, dovrei riconoscere che gli stessi arabi amano definire la loro lingua un baḥr, un mare, se non addirittura un muḥīṭ, un oceano.
Oggettivamente è una lingua dalla grammatica “esuberante”, con una morfologia dalla struttura algebrica, un lessico vastissimo nel quale ogni significante (ogni parola, cioè) è ricchissimo di sinonimi.
La fonetica dell’arabo, infine, sviluppa una serie di suoni che si producono nella parte posteriore dell’apparato fonatorio, ovvero, molto più semplicemente, in diverse zone della gola. Questo è indubbiamente un aspetto che richiede una ginnastica articolatoria frequente e resta uno dei punti più problematici per un non arabofono: ci sono professionisti, interpreti e traduttori, che pure dopo anni di pratica mantengono ancora una pronuncia claudicante.
Sicuramente è un dato di fatto che chi intende dedicarsi allo studio dell’arabo, provenendo dall’apprendimento di lingue europee abbastanza comuni, come inglese, francese o spagnolo, dovrà senza dubbio entrare nell’ordine delle idee che l’impegno non sarà poco…
Insomma, l’arabo è una lingua che non va certo d’accordo con la pigrizia!

L’arabo è una lingua sacra?
Lo è per i musulmani! L’arabo è la lingua in cui è stato rivelato il Corano che per l’Islam è parola diretta di Dio. E non è un caso infatti che il libro sacro, in diversi dei suoi versetti, dichiari esplicitamente di essere stato rivelato “in lingua araba”.
Tutti quegli arabi che non sono musulmani, invece, non percepiscono alcuna sacralità nell’arabo e la considerano una lingua come un’altra. Pensate, per esempio, che in alcune comunità di arabi di confessione cristiana o israelitica, specialmente negli ambienti particolarmente agiati, è abbastanza normale parlare una lingua europea (inglese o francese, a seconda dei casi) simultaneamente all’arabo perfino in famiglia!

L’arabo vive un curioso fenomeno detto “diglossia”: cos’è e quale ne è l’origine?
Prendiamo un capo di stato che fa un discorso alla nazione a reti unificate: si rivolgerà ai suoi ascoltatori nell’arabo “ufficiale”, quello che spesso viene definito “arabo classico”, “arabo letterario” o “arabo standard” (definizioni adoperate di solito come sinonimi, anche se non del tutto opportunamente). Si tratta della forma di lingua con cui si scrive la letteratura, quella utilizzata dal giornalismo e dal legislatore.
Ma quando quel capo di stato avrà bisogno di un bicchiere d’acqua per schiarirsi la voce, lo chiederà ai suoi assistenti in arabo dialettale.
In Italia, un episodio del genere sarebbe impensabile e quel capo di stato verrebbe istantaneamente tacciato di essere un “analfabeta”.
E la differenza fra la situazione linguistica italiana e quella araba è proprio qui: la diglossia araba implica che la lingua materna di un arabofono, al di là del suo livello di istruzione e della sua posizione nella società, sia una forma di arabo non ufficiale trasmessa dai genitori sin dall’infanzia e che l’arabo “ufficiale” sia appreso in seguito con l’istruzione; in Italia abbiamo una situazione di dilalìa, per cui ormai (quasi) tutti parliamo italiano e il dialetto, pur comprendendolo ed essendo potenzialmente in grado di parlarlo, non lo utilizziamo quasi più.
Questo fenomeno ha delle ripercussioni pesanti su chi intende studiare questa lingua: i corsi, nel più dei casi, e anche quelli universitari, contemplano quasi esclusivamente lo studio dell’arabo standard che si rivela fondamentale per leggere un romanzo, sfogliare un quotidiano, e seguire le notizie al telegiornale; ma completamente inutile per ordinare un caffè al bar, chiedere un’informazione stradale, o chiacchierare del più e del meno con gli amici.
Questa consapevolezza si sta lentamente facendo largo e qualcuno inizia ad accostare allo studio dello standard anche quello di un dialetto: di solito si tratta di quelli di grande prestigio internazionale, come l’egiziano o il sirolibanese. Indubbiamente è una scelta eccellente perché consentirà di capire e farsi capire molto meglio. Il Maghreb, però, rimane completamente scoperto e non c’è niente di più ridicolo, per un nordafricano, che sentire un europeo esprimersi nel dialetto del Cairo o in quello di Beirut.
Ve lo immaginereste voi, uno studente tedesco di italiano, ordinare a Palermo un caffè in dialetto bolognese?

Come si scrive l’arabo?
Si scrive con un alfabeto che è molto più semplice di quanto una rapida occhiata lasci pensare. Si tratta di un alfabeto di derivazione fenicia.
I fenici, un popolo di commercianti e navigatori che dalle coste del Libano esportavano le proprie mercanzie in tutto il Mediterraneo, inventarono una forma di scrittura che registrava soltanto le consonanti. Questa scrittura, oltre ad avere un buon successo nel Vicino Oriente e a soppiantare il sistema molto più scomodo del cuneiforme di origine sumerica, piacque molto anche ai greci che la adottarono con diverse modifiche.
L’alfabeto arabo si scrive da destra a sinistra, quasi sempre evita di registrare le vocali e le consonanti doppie, ma, per quanto possa sembrare strano, la scrittura araba, quella ebraica, quella greca e quella latina, sono tutte imparentate. Anche la denominazione delle lettere ha qualcosa di simile: si pensi alla nostra «A», che chiamiamo ‘a’, laddove il greco preferisce ‘alpha’, l’ebraico ‘alef’, e l’arabo ‘alif’. Si tratta di un caso? Non direi proprio.

In arabo la calligrafia è una vera e propria forma artistica
Senz’altro. L’Islam non ha mai visto di buon occhio la rappresentazione visiva degli esseri viventi. Quando dunque si doveva decorare un monumento o un manoscritto, la calligrafia rimaneva la soluzione migliore.
Col tempo questa pratica ha sviluppato vere e proprie scuole e stili calligrafici, con il risultato che le stupende decorazioni che possiamo ammirare al giorno d’oggi e che comunemente vengono chiamate “arabeschi” spesso non sono altro che versetti coranici, eulogie, lodi a Dio.

Quali sono i principali fenomeni sociolinguistici dell’arabo contemporaneo?
Partiamo dal presupposto che non esistono lingue insensibili all’ambiente in cui sono inserite. L’arabo, ovviamente, non è da meno.
Si pensi, in Italia, alle differenze regionali e a quelle di istruzione dei parlanti. Troveremo dinamiche analoghe anche nei paesi arabi: differenze regionali più o meno spiccate, differenze dovute all’istruzione del parlante, e perfino differenze tra comunità confessionali diverse e fra uomini e donne.

Perchè studiare l’arabo?
Risponderò in perfetta tradizione semitica: e perché no?!
La lingua è la chiave che spalanca le porte di una cultura. Se si vuole conoscere la cultura araba, il modo migliore è conoscerne innanzitutto la lingua.
Ormai a parlare di mondo arabo sono in tanti, tutti i giorni, nei giornali e in televisione. Ma è anche una triste realtà quella di giornalisti e politologi che discettano di attualità araba intervistando in inglese o con l’aiuto di un interprete. E mi fanno sorridere ancor più quelli che, di fronte alle telecamere, bofonchiano qualche parola imparata a memoria, con lessico inopinabile, sintassi strampalata e pronuncia raccapricciante!

Cosa la affascina di più della lingua araba?
La sua logica grammaticale e la sua algebricità strutturale. Agli studenti un po’ fiaccati dallo studio dell’arabo faccio sempre un paragone che può sembrare forse poco ortodosso: costruire una frase in arabo è come fare un cruciverba, se sbagli una definizione il tuo cruciverba non procede più.
Un altro elemento di fascino, per me, risiede proprio nelle conseguenze di quella diglossia di cui parlavamo: non esiste una “lingua araba”, ma tante “lingue arabe”, per ogni paese arabo, per ogni regione, per ogni città, per ogni villaggio.

Da dove nasce il Suo amore per l’arabo?
Durante l’adolescenza ebbi modo di accompagnare mio padre in un viaggio in un paese nordafricano. Al Natale successivo mi regalai una grammatica araba e così, durante le superiori, per gioco mi misi studiare questa lingua da autodidatta. Poi, dopo la maturità, decisi di proseguirne lo studio all’università.
Con il tempo, quel gioco è diventato un mestiere! E, in un certo senso, penso di essere stato fortunato, perché le condizioni attuali purtroppo non consentono a tutti di trasformare le proprie passioni in una professione.

Curiosamente, arabo ed ebraico sono due lingue molto simili: è possibile per due parlanti di queste lingue intendersi?
Quando un israeliano dice anì kotèv e un tunisino èna nékteb, entrambi stanno dicendo ‘io scrivo’ rispettivamente in ebraico e in arabo tunisino e coniugano un verbo ‘scrivere’ che ha una radice condivisa da ciascuna delle due lingue, ossia le tre consonanti k-t-b (laddove in ebraico b diventa v). Si pensi al francese écrire e all’italiano scrivere: stesso verbo, ma realizzazioni fonetiche diverse dovute a modifiche storiche proprie a ciascuna delle due lingue.
Ma, quando l’israeliano dirà anì ’omèr e il tunisino èna nqūl, per entrambi sarà ‘io dico’, ma con due verbi completamente diversi. E la cosa più interessante è che, malgrado la diversità delle radici dei verbi (’-m-r e q-w-l), ciascuna di queste due radici esiste in entrambe le lingue: ogni lingua, tuttavia, ha sviluppato per quella radice un significato proprio (’amar è ‘dire’ in ebraico e ‘ordinare’ in arabo; qol è ‘voce’ in ebraico e qāl è ‘dire’ in arabo).
Per finire, si osservi che in tutti gli esempi ci sono due parole molto simili: anì e èna, il pronome personale ‘io’ che sostanzialmente è lo stesso.
Insomma, al di là delle differenze, si tratta di due lingue semitiche, imparentate geneticamente fra di loro, con elementi lessicali condivisi e grammatiche tutto sommato simili.
Ma, alla domanda se due parlanti di queste lingue riescano a comprendersi, devo rispondere di no, a meno che uno di questi due signori non abbia studiato la lingua del suo interlocutore.
Indubbiamente ciascuno dei due sentirà nella lingua dell’altro delle forti somiglianze, se non vere e proprie assonanze, ma non saranno sufficienti a garantire la mutua comprensione.

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