La libertà religiosa in Messico. Dalla rivoluzione alle sfide dell’attualità, Paolo ValvoProf. Paolo Valvo, Lei ha curato l’edizione del libro La libertà religiosa in Messico. Dalla rivoluzione alle sfide dell’attualità, pubblicato da Studium. Dai contributi del volume – a cui hanno contribuito storici e giuristi di varie nazionalità – emerge l’idea che la tormentata relazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica nel Messico rivoluzionario e postrivoluzionario abbia segnato in qualche modo un precedente nella storia del Novecento. È un’impressione corretta?
Sono diversi i primati che il Messico può vantare nella storia del XX secolo. È qui innanzitutto che va in scena la prima grande rivoluzione politico-sociale del secolo (in anticipo su quella russa del 1917), destinata a lasciare sul terreno un milione di morti nell’arco di un decennio (1910-1920), senza contare i suoi sanguinosi sviluppi negli anni Venti. Nell’ambito della rivoluzione matura un altro importante primato, quello cioè che vede il Messico dotarsi, all’inizio del 1917, di una costituzione consapevolmente “sociale”, in cui all’art. 123 vengono ad esempio introdotte la giornata lavorativa di otto ore, la proibizione del lavoro femminile notturno e del lavoro minorile per i minori di dodici anni (mentre per i lavoratori di età compresa tra i dodici e i sedici anni la giornata lavorativa sarà di sei ore), la tutela per le donne lavoratrici negli ultimi mesi della gravidanza e in quelli immediatamente dopo il parto; su un altro versante l’art. 27 dichiara la terra e le risorse del sottosuolo «proprietà della nazione», disciplinando l’esercizio della proprietà privata. Per queste ragioni si può affermare che la Carta messicana ha anticipato quelle normalmente considerate archetipiche in materia, come la costituzione di Weimar (1919) e le sovietiche del 1918 e 1936, da cui sapranno trarre spunti di riflessione anche i costituenti italiani del 1946-47.

Il binomio rivoluzione-costituzione fa da sfondo a un ulteriore primato, sul quale si è forse riflettuto meno in sede storiografica, e che attiene alla radicalità del conflitto tra lo Stato e la Chiesa. Da questo particolare punto di vista infatti la legge fondamentale messicana promulgata dal Congresso costituente di Querétaro il 5 febbraio 1917 – in particolare gli artt. 3, 5, 24, 27 § 7.II e 130 – fissa un precedente fondamentale per la storia di tutto il “secolo breve”, attribuendo al potere civile la facoltà di coartare pesantemente la libertà della Chiesa fino a cancellarne potenzialmente la presenza fisica, in un Paese in cui all’epoca oltre il 99% degli abitanti si riconosce nella fede cattolica. In Messico, dunque, la Chiesa cattolica fa in un certo senso le “prove generali” della persecuzione che dovrà subire nel corso del Novecento per mano di regimi autoritari e totalitari dei colori più diversi: questo avviene in un primo tempo nel caos della fase armata del processo rivoluzionario (1910-1920), successivamente negli anni della lotta armata contro il governo anticlericale di Plutarco Elías Calles (la guerra cristera o Cristiada, 1926-1929) e poi nei chiaroscuri degli anni Trenta, con la ripresa della persecuzione legale nella più gran parte degli Stati della federazione. Nella successiva fase di distensione – raggiunta grazie al pragmatismo del presidente Lázaro Cárdenas del Río (1934-1940) e all’intelligenza politica di prelati quali l’arcivescovo di México Luis María Martínez y Rodríguez e l’arcivescovo di Guadalajara José Garibi y Rivera – un modus vivendi non scritto lascerà alla Chiesa una notevole libertà d’azione in ambito culturale ed educativo, precludendole però allo stesso tempo qualsiasi possibilità di intervento in quello sociale e politico. Un equilibrio fragile, soggetto a qualche estemporaneo ripensamento, e in ogni caso legato alla non-applicazione di una costituzione il cui impianto anticlericale verrà in buona parte smantellato solo nel 1992, grazie alla riforma costituzionale voluta dal presidente Carlos Salinas de Gortari: una riforma che a buon diritto può definirsi “storica”, raggiunta dopo lunghe e complesse negoziazioni e sostanzialmente imposta da Salinas anche ai settori più recalcitranti del Partido Revolucionario Institucional (PRI), fino ad allora protagonista incontrastato della vita politica del Paese.

Che cosa rimane oggi di questi primati?
Per quanto riguarda l’ideale rivoluzionario, che pure continua a essere un tratto distintivo dell’identità culturale e della memoria collettiva del Paese, appare evidente come esso abbia smarrito gran parte del suo richiamo – nonostante i tentativi di rivitalizzarlo con nuovi contenuti, come accaduto ad esempio durante la stagione del “liberalismo sociale” di Salinas de Gortari – come esito di un processo di lungo periodo, che si è sviluppato in parallelo con la progressiva crisi di legittimazione del PRI nella seconda metà del XX secolo. Un declino progressivo contro il quale, in tempi recenti, ha provato a porsi come antidoto la “rigenerazione nazionale” da cui prende il nome il partito dell’attuale presidente della Repubblica Andrés Manuel López Obrador (AMLO). In proposito va d’altra parte rilevato come l’opinione pubblica, a un anno e mezzo dall’insediamento del presidente, sia profondamente spaccata sui contenuti e i risultati della cosiddetta “4T” (Cuarta Transformación), con la quale López Obrador ha preteso porsi in continuità con le tre grandi trasformazioni che hanno segnato la storia del Messico moderno e contemporaneo (l’indipendenza, la stagione della “Reforma” liberale di Benito Juárez e la rivoluzione). Quanto alla costituzione, pur rappresentando ancora oggi secondo alcuni storici un punto di riferimento per le lotte sociali latinoamericane, non si può fare a meno di constatare che alle soglie del suo primo centenario solo il 2,54% del testo in vigore rispecchiava ancora la versione originale, a seguito delle oltre duecento riforme (per un totale di più di seicento modifiche complessive) che hanno segnato i primi cento anni di vita della Carta magna messicana, tanto da porre seriamente la domanda se quella vigente possa considerarsi ancora la costituzione del 1917. A fronte della progressiva erosione delle basi ideologiche e sociali su cui è andato costruendosi il Messico contemporaneo, e della conseguente perdita di un’originalità storica di cui poter rivendicare l’attualità, occorre invece constatare che l’anticlericalismo – inteso come un’attitudine di ostilità verso la libertà delle fedi religiose di agire come tali nello spazio pubblico – continua a rappresentare un tratto distintivo della società messicana.

A più di cent’anni dalla promulgazione della costituzione di Querétaro, qual è oggi lo stato della libertà religiosa in Messico? Cosa comporta nel Messico di oggi rivendicare la propria appartenenza religiosa?
Il Messico è ancora oggi uno dei luoghi più pericolosi al mondo in cui esercitare il ministero sacerdotale – come ai tempi della persecuzione immortalata da Graham Greene nel reportage The Lawless Roads (1938) e nel capolavoro The Power and the Glory (1939) –, pur rappresentando uno dei paesi al mondo con la più alta percentuale di cattolici sul totale della popolazione. Sono ben sette i sacerdoti uccisi nel Paese nel corso del 2018, ventisei quelli assassinati nell’arco dell’intera presidenza di Enrique Peña Nieto (2012-2018) e cinquantadue il totale di quelli uccisi a partire dal 1990. Cifre impressionanti, che hanno spinto qualche commentatore a riandare con la memoria al sacrificio di tanti sacerdoti e religiosi consumatosi negli anni della Cristiada. Al rischio concreto per la vita di presbiteri e laici attivamente impegnati sul territorio, in particolare negli Stati più colpiti dalla narcoguerra che dall’inizio della presidenza di Felipe Calderón Hinojosa (2006) ha precipitato il Messico in un abisso di violenza e di morte, con oltre 250.000 vittime, si aggiunge l’ostracismo da parte del potere politico a cui spesso va incontro chi, anche rivestendo ruoli di primo piano nella gerarchia ecclesiastica, sostiene pubblicamente rivendicazioni di natura sociale o civica. È quanto ha affermato il vescovo di Cuernavaca Ramón Castro Castro nel dicembre del 2018, durante la presentazione del Rapporto 2018 sulla libertà religiosa curato dalla Fondazione Pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. In tale circostanza il presule – tra i più attivi nel denunciare anche in sede internazionale le innumerevoli violenze e gli ostacoli alla libertà religiosa che perdurano nel Paese – ha raccontato di aver ricevuto nell’agosto del 2017 pressioni politiche ad altissimo livello, tali da farlo desistere dal proposito di raggiungere a piedi la capitale federale insieme alla “Marcha por Morelos”, da lui promossa per denunciare lo stato di violenza endemica nello Stato di Morelos insieme all’attivista per i diritti civili Javier Sicilia Zardain, al rettore dell’Universidad Autónoma del Estado de Morelos Jesús Alejandro Vera Jiménez e al sindaco di Cuernavaca Cuauhtémoc Blanco Bravo.

L’eccezionalità del Messico come frontiera della libertà religiosa continua dunque a suscitare interrogativi, a dispetto delle riforme costituzionali che nel 1992 e da ultimo nel 2013 hanno cercato di adeguare agli standard riconosciuti a livello internazionale – pure con evidenti limiti – la disciplina interna del diritto alla libertà religiosa (si veda in particolare l’art. 24 della Costituzione). Al di là delle violenze e delle intimidazioni, si può affermare che fino ad oggi la classe dirigente messicana non si è mostrata disponibile ad abbandonare il dogma del “laicismo costituzionale” su temi quali il diritto all’obiezione di coscienza (formalmente negato dal primo articolo della Ley de Asociaciones Religiosas y Culto Público – LARCP del 15 luglio 1992), l’assistenza religiosa negli ospedali e nelle carceri, il riconoscimento degli effetti civili al matrimonio religioso e la possibilità per le confessioni religiose di poter accedere ai mezzi di comunicazione di massa. Su quest’ultimo punto in particolare qualcosa potrebbe cambiare con una modifica alla LARCP come quella presentata in parlamento nel dicembre 2019 da una esponente del partito di López Obrador, nel desiderio di venire incontro soprattutto alle richieste dei gruppi evangelici che hanno finora attivamente sostenuto l’operato del presidente. Su questo come su tutti gli altri temi in gioco – non ultimo quello della libertà di educazione, non ancora realizzata in un paese dove la scuola pubblica esclude per principio ogni visione religiosa del mondo in nome di una “laicità” i cui contorni ideologici e valoriali sono fissati dallo Stato – il dibattito è al momento congelato per il perdurare dell’emergenza Covid-19. È auspicabile, in ogni caso, che il futuro dibattito sulla materia stimoli una riflessione sulla storia messicana il più possibile serena e scevra di pregiudizi.

Paolo Valvo è ricercatore in Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Storia sociale e Storia della civiltà e della cultura europea. È membro del comitato scientifico della Fondazione De Gasperi e corrispondente internazionale della Academia Mexicana de la Historia. Ha pubblicato i volumi Dio salvi l’Austria! 1938: il Vaticano e l’Anschluss (Milano 2010), Pio XI e la Cristiada. Fede, guerra e diplomazia in Messico, 1926-1929 (Brescia 2016), Tra Pio X e Benedetto XV. La diplomazia pontificia in Europa e America Latina nel 1914 (Roma 2018).

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