La letteratura tardolatina. Un profilo storico (secoli III-VII d.C.), Fabio GastiProf. Fabio Gasti, Lei è autore del libro La letteratura tardolatina. Un profilo storico (secoli III-VII d.C.) edito da Carocci: quali tratti originali caratterizzano la produzione letteraria della tarda latinità?
La tarda latinità è un periodo storico–culturale che la critica ha iniziato a valorizzare da almeno un sessantennio, ma in modo molto più approfondito negli ultimi trent’anni: fino ad allora infatti il periodo veniva considerato senz’altro di decadenza, assimilando cioè la letteratura e l’arte alla situazione storica, politica ed economica. In effetti a partire dall’età dei Severi si assiste alla crisi dell’impero, determinato dalla sostanziale instabilità del principato, al profilarsi del pericolo dei barbari alle frontiere, che fatalmente conferiva potere agli eserciti stanziati in periferia, che esprimevano spesso l’imperatore, o addirittura più imperatori contemporaneamente; dopo la deposizione dell’ultimo imperatore, Romolo, detto “il piccolo Augusto” (Augustulus) perché era un ragazzino, da parte dei goti di Odoacre, la formazione dei regni romano-barbarici conferisce all’Europa un assetto del tutto nuovo, ben lontano dall’idea romana di imperium sine fine, come profetizzava Giove a proposito del futuro di Enea nel Lazio nel primo libro dell’Eneide. Così, anche nella storia della didattica, la valutazione di complessiva decadenza ha finito per caratterizzare, in negativo, l’approccio a questi secoli. La moderna valorizzazione del periodo invece recupera in modo organico tutti gli aspetti della letteratura procedendo in sostanza su due vie. La prima consiste nel considerare i prodotti letterari tardoantichi come documenti del gusto di un’epoca, quale che sia, e quindi leggerne le caratteristiche peculiari, non semplicemente svalutarli alla luce dei grandi autori precedenti: è chiaro che un poeta come Optaziano Porfirio (III sec.) non ha lasciato monumenti letterari del livello artistico di quelli di Orazio, e tuttavia i suoi carmi, per l’attenzione ossessiva dell’autore a disporre i versi e le parole in determinati modi perfino rappresentando figure, sono un eccezionale documento del gusto per la poesia ludica, dell’arte per l’arte, che è una delle cifre interpretative dell’estetica del tempo. La seconda via di recupero riguarda poi la considerazione della produzione letteraria in un momento storico in cui, dopo l’editto di Teodosio nel 395, non si poteva non essere cristiani: distinguere dunque fra una letteratura cristiana e una letteratura non cristiana rappresenta un’assurdità critica e un falso estetico, come se si volesse fare storia della letteratura “a macchia” (solo le opere scritte da donne, solo opere in prosa ecc.), mentre è importante descrivere ogni componente, sia dal punto di vista della produzione di un’opera, sia da quello del destinatario, sia infine da quello dei contenuti e della forma letteraria, a prescindere dall’ideologia soggiacente. Attraverso queste due vie convergenti, l’immagine della tarda latinità appare stagliarsi su uno scenario culturale interessante e offrire una varietà artistica senz’altro inattesa.

In che modo l’affermazione del cristianesimo investe tutti gli ambiti della produzione letteraria?
I cristiani capiscono, direi da subito, che l’attività letteraria poteva rappresentare una risorsa anzitutto per consolidare la fede tra i fideles, per diffonderla presso i gentiles, cioè i pagani, e anche per difenderla dagli attacchi e dalle accuse che nei primi anni la cultura tradizionale rivolgeva al cristianesimo come ideologia destabilizzante dal punto di vista morale e istituzionale. Così si spiega la produzione della letteratura sui primi martiri, i nuovi eroi, il racconto della loro passione, perfino la rivisitazione degli atti processuali, e quindi il genere apologetico, veri e propri trattati opera di scrittori di formazione giuridica, arringhe in cui il paganesimo viene messo alla sbarra. Si tratta però di testi “di servizio”. Il passaggio successivo – e fondamentale – avviene quando i letterati cristiani si rendono conto che l’opera di apostolato poteva contare anche sulla letteratura. Sappiamo da Gerolamo e da Agostino, che erano esperti letterati, formati in scuole di retorica di primo livello, che le letture del cristiano (per esempio le traduzioni della bibbia) erano del tutto insoddisfacenti dal punto di vista stilistico al palato di chi era educato alla lettura della grande produzione della classicità pagana. E allora si comincia a utilizzare le forme della letteratura precedente, i generi letterari, la veste retorica, l’attenzione allo stile, allo scopo di raggiungere anche i non cristiani e gli intellettuali pagani attraverso opere in grado di competere con quelle dei grandi autori del passato. È sintomatico il caso di un prete spagnolo del IV secolo di nome Giovenco, che scrive il racconto dei vangeli in puro stile virgiliano, creando un vero e proprio poema intitolato Evangelia che tutti i cultori dell’Eneide non avrebbero potuto che apprezzare letterariamente, imparando i contenuti del vangelo e magari convertendosi. E così i letterati cristiani ereditano la cultura pagana assicurando a quelle forme nuova vita attraverso nuovi contenuti: lo stesso Agostino, in un trattato di fondamentale importanza per la costruzione di una consapevole cultura cristiana, il De doctrina Christiana, teorizza l’uso strumentale consapevole della cultura precedente, prescrivendo cioè di usare quanto tornava utile della letteratura pagana a fini cristiani.

Cosa sopravvive della letteratura pagana?
Possiamo dire che la letteratura pagana non ha mai cessato di fare tradizione. Anzitutto la scuola in cui si formano i letterati è quella tradizionale, che continua a proporre i testi classici fondamentali come modello di stile e di metodo di lettura degli auctores. Da Agostino, che era un maestro di retorica, anche famoso, abbiamo racconti molto circostanziati – e pure critici – sulle letture scolastiche e anche sulle consuetudini didattiche; Gerolamo, che fra l’altro è un traduttore (non soltanto della bibbia) e un teorico della traduzione, era allievo di Elio Donato, un grammatico di chiarissima fama, commentatore di Terenzio e Virgilio; Mario Vittorino, un maestro di scuola che a Roma aveva come allievi i senatori più in vista, è un acuto commentatore di autori antichi e, dopo la sua sensazionale conversione al cristianesimo, non fa che applicare lo stesso metodo interpretativo a testi fondamentali della fede, come le Lettere di San Paolo. È vero, Gerolamo nella famosa lettera 22 racconta un sogno in cui il giudice celeste lo accusava di essere più ciceroniano che cristiano, e in fondo i letterati cristiani hanno sempre considerato con diffidenza i contenuti della letteratura dei gentiles; e tuttavia è questo il fondamento della letteratura tardolatina, sia dal punto di vista del metodo, sia soprattutto da quello del magistero stilistico. Ai grandi autori pagani ogni letterato tardoantico guarda con rispetto, li cita, mutua da loro espressioni, termini, intere sezioni, magari adattando il tutto al nuovo contesto. C’è tutta una tendenza contemporanea a valorizzare la ricezione degli autori classici nelle opere tardolatine, con risultati davvero interessanti, perché questo atteggiamento consapevole da parte degli scrittori è fondamentale e prezioso per la trasmissione dei classici al medioevo e quindi all’età moderna.

Quali sono gli autori più rappresentativi dell’epoca?
Sicuramente lo scrittore-simbolo dell’estetica tardoantica è Agostino, che non a caso è l’unico autore cui, nel mio manuale, ho dedicato un intero capitolo. Infatti, oltre a quanto ho già accennato in termini di formazione e attenzione agli autori antichi, in lui possiamo trovare un elemento davvero caratterizzante il periodo, e cioè la tendenza a parlare di sé, a scavare in sé alla ricerca di risposte che le circostanze esterne non sono più in grado di dare a causa dell’incertezza politica, economica, sociale. Diciamo allora che, se un tratto davvero originale possiamo trovare nella pur varia produzione di questo periodo, è la tendenza a fuggire dal presente, o in direzione del grande passato o all’interno della coscienza. Se Agostino, autore di testi di riferimento assoluto in tema di dottrina e di esegesi per la tradizione cristiana a venire ma anche di un’opera così moderna come le Confessioni, è il campione di quest’ultima tendenza, l’autore-simbolo della prima è Rutilio Namaziano, un alto funzionario imperiale originario della Gallia che, alla notizia drammatica che i visigoti hanno invaso e depredato i suoi possedimenti gallici, salpa da Ostia per raggiungere le sue terre e ci lascia un poemetto, intitolato Il ritorno, in cui, oltre a descrivere i luoghi che la sua nave costeggia, si scaglia contro le tristi circostanze attuali, contro i monaci, contro gli ebrei, nel vagheggiamento dell’antica Roma e dei costumi che non esistono più. Ecco, Rutilio interpreta bene anche un’altra caratteristica del nostro periodo: il fatto che scrittori apparentemente marginali, autori di opere apparentemente poco incisive, in realtà sono indizi fondamentali per comprendere lo spirito dell’epoca, le tendenze culturali, l’orizzonte umano, che è quanto davvero ci importa conoscere.

Come evolvono temi e modelli letterari sino alle soglie del Medioevo?
Dal punto di vista essenzialmente letterario, i prodotti della tarda latinità mostrano un carattere specifico, che è quello di ereditare consapevolmente le forme e i generi letterari della grande tradizione precedente ma di interpretarli in modo originale. A un aspetto di tale riedizione ho già fatto cenno, e cioè la “conversione” a trattare tematiche cristiane: per esempio si fa epica raccontando non le gesta degli eroi del mito ma episodi della bibbia oppure – e il caso di un poeta di nome Corippo, della Giovanneide – le imprese di un comandante bizantino cristiano, appunto Giovanni, una specie di mix fra Enea e Goffredo di Buglione; e poi la lirica di ascendenza oraziana diventa innologia cristiana (si pensi ad Ambrogio), l’oratoria classica produce la tradizione dell’apologetica e quella dei panegirici degli imperatori, l’epistolografia è un genere intramontabile, la biografia passa a raccontare la vita esemplare dei santi, perfino l’elegia augustea trova un nuovo cultore, Massimiano, e l’epigramma “alla Marziale” è ripreso da Lussorio e il prosimetrum, cioè l’unione di poesia e prosa, caratterizza la Consolazione della Filosofia di Boezio. C’è però un altro elemento di generale originalità da considerare, e cioè la tendenza a innovare non soltanto dal punto di vista dei contenuti ma anche da quello formale, e infatti una delle cifre interpretative della letterarietà tardoantica è quello che variamente è stato definito “incrocio dei generi” o “pot-pourri dei generi”: il letterato cioè non è in tutto fedele ad un unico modello, ma si sente libero di interpretare la lezione degli auctores accogliendo suggestioni varie e interpretandole in modo personale. Senza citare ancora le Confessioni agostiniane, conviene pensare alla produzione poetica di un finissimo letterato come Ausonio (il suo più famoso poemetto, la Mosella, descrive un viaggio via fiume con concessioni agli spunti letterari più diversi), mentre Ennodio, un diplomatico poi vescovo, quando scrive poesia può in molti sensi definirsi un poeta ermetico. Tutte queste direttrici letterarie finiranno per costituire l’eredità classica destinata al Medioevo, e in questo senso la figura emblematica è quella di Isidoro di Siviglia, con cui si chiude il volume: oltre a una produzione diciamo “confessionale”, da Padre della Chiesa qual è, è autore delle Etimologie, un’enciclopedia destinata a raccogliere i contenuti della sapienza antica, un prontuario di notizie che innova il concetto classico di enciclopedia, in origine destinato a illustrare le cosiddette arti liberali, ampliandolo a contenere tutto quanto pensava che sarebbe servito a sostanziare la cultura dei suoi contemporanei e ai posteri; certamente tale operazione documenta lo stato di degrado culturale della Spagna visigotica fra VI e VII secolo, ma per noi rappresenta soprattutto un momento di non –ritorno, perché la leggiamo come il prodotto della consapevolezza della fine di un’epoca.

Fabio Gasti, alunno dello storico Collegio Ghislieri di Pavia, è professore ordinario di Letteratura latina tardoantica e Storia della lingua latina nell’Università di Pavia. Le sue ricerche si rivolgono in particolare al rapporto fra cultura classica e letteratura cristiana a partire dallo studio delle Etimologie di Isidoro, cui ha dedicato una monografia, vari studi e un’edizione critica commentata. Si è interessato inoltre di poesia d’età romanobarbarica (l’Anthologia Latina, Ennodio, Orienzio e Draconzio), di Agostino e della tradizione dei breviari del IV secolo.

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