Professor Chiesa, Lei è autore del libro La letteratura latina del medioevo edito da Carocci: quali sono gli autori, i testi e i generi più significativi della letteratura latina del medioevo?
La letteratura latina del medioevo Paolo ChiesaLa letteratura latina del medioevo è poco conosciuta dal grande pubblico, ma ha notevole importanza nella storia della cultura e comprende a un grande numero di scrittori. Fra la fine dell’antichità romana e la nascita delle letterature in volgare, un periodo lungo diversi secoli, vi è una produzione letteraria ininterrotta, e solo questa produzione spiega la continuità fra le esperienze classiche e quelle moderne. Gli autori mediolatini che godono oggi di una certa popolarità sono relativamente pochi: Boezio, con la sua Consolazione della filosofia; Paolo Diacono, autore della Storia dei Longobardi; Eginardo, che scrisse la Vita di Carlo Magno; Abelardo, che fu un grande innovatore nei metodi della discussione filosofica e che molti conoscono per l’epistolario con Eloisa; Bernardo di Chiaravalle, una delle più importanti personalità religiose del periodo. Ma occorre ricordare che fa parte della letteratura latina del Medioevo anche Dante, che a fianco di quelle in volgare scrisse diverse opere in questa lingua; e anche Petrarca, anche se in questo caso il clima culturale è ormai diverso, e corrisponde a quello dell’Umanesimo, che si pone anzi in polemica con il medioevo letterario. Questi nomi, che tutti conoscono, sono solo una minima frazione di una quantità vastissima di autori, sparsi su tutta Europa. Quanto ai generi, la prevalenza quantitativa spetta alle opere di tema religioso, dato che buona parte degli intellettuali, almeno fino a una certa data, appartiene al clero: trattati di esegesi della Bibbia, che nel Medioevo era considerata il libro-chiave con cui interpretare il mondo, vite di santi, raccolte di esempi morali, elenchi di vizi e virtù, dissertazioni teologiche ecc. Ma accanto a questa produzione religiosa non mancano opere di tema assolutamente ‘laico’, come cronache, poesie liriche ed epiche, veri e propri romanzi, satire e parodie. Esiste poi un’ampia gamma di strumenti didattici e culturali, come trattati sulle artes – le discipline che costituivano la base dell’istruzione -, enciclopedie, vocabolari, e ancora studi giuridici e scientifici.

In quali condizioni sociali e culturali si inserisce la letteratura latina del medioevo?
Il medioevo è un periodo di storia molto lungo – se consideriamo i limiti che convenzionalmente gli attribuiscono i manuali dura oltre 1000 anni – e quindi molto diversificato. Per i primi secoli si tratta di una società a prevalenza rurale, dove il centro economico è la campagna e gli scambi commerciali sono piuttosto ridotti; le stesse classi nobiliari dominanti risiedono in ville e castelli prevalentemente fuori città. In un secondo momento, invece, con lo sviluppo della produzione agricola e la ripresa dei commerci, la città torna ad essere protagonista, soprattutto in zone, come l’Italia, dove una vita urbana non era mai completamente cessata. Le diverse condizioni sociali hanno naturalmente conseguenze anche sulla produzione letteraria: nell’alto medioevo gli scrittori sono quasi tutti religiosi, perché il clero – secolare o regolare, ossia i sacerdoti e i monaci – era la categoria che accedeva più facilmente all’istruzione, e per lunghi periodi esercitava anche funzioni di controllo civile; mentre nel basso medioevo esiste una quota crescente di intellettuali laici, legati in genere alle nuove professioni della vita cittadina (notai, avvocati, medici, politici, maestri ecc.). In ogni caso, nel medioevo produzione e fruizione della letteratura sono limitate a un gruppo abbastanza ristretto di persone, anche se tale gruppo tende a diventare sempre più ampio con il passare del tempo. Di grande importanza sono le modifiche nelle agenzie di istruzione: in un primo momento le scuole sono soprattutto religiose, con sede nei monasteri o nei vescovati, ma successivamente si sviluppano anche delle scuole laiche, presso le corti e nelle città, fino alla fondazione delle prime università, verso la fine del XII secolo, che costituirono un motore potente per lo sviluppo culturale successivo.

Quali caratteristiche presenta la produzione letteraria in latino dell’età barbarica?
‘Età barbarica’ è un nome convenzionale (che io preferisco mettere fra virgolette per diminuire l’alone spregiativo che rischia di avere) per indicare la fase in cui l’Europa occidentale, una volta caduto l’Impero Romano, si trovò divisa in vari stati governati da aristocrazie germaniche, come l’Italia degli Ostrogoti e poi dei Longobardi, o la Gallia dei Franchi, o l’Iberia dei Visigoti. In questo periodo anche la letteratura risente della frammentazione nazionale; quanto meno ne risente la scuola, soggetta alle diverse politiche seguite dai governanti, e diverse sono perciò le condizioni di sviluppo della cultura. Un genere letterario tipico di questo periodo è ad esempio la stesura di una serie di ‘storie di popoli’: opere che si proponevano di magnificare i Germani al potere, ma nel contempo ricollegavano le loro vicende nell’ambito della storia universale e le inserivano in un genere letterario di tradizione latina, creando perciò le condizioni ideologiche per una maggiore integrazione degli strati autoctoni della popolazione con i nuovi padroni.

Cosa si intende per koiné medievale latina?
Da un punto di vista politico, la frammentazione dell’‘età barbarica’ dei primi secoli del medioevo venne superata, almeno in parte, da una nuova unificazione, quella promossa dai Franchi governati dalla dinastia carolingia verso la fine dell’VIII secolo, che trovò espressione politica nella fondazione di un nuovo impero, quello di Carlo Magno. Questo nuovo impero si riallacciava idealmente all’Impero Romano, nella sua versione cristiana del IV-V secolo, ma aveva un baricentro geografico ben diverso: l’Impero Romano ruotava intorno al Mediterraneo, mentre le istituzioni dominanti di quello carolingio risiedevano molto a nord delle Alpi. L’Europa tornava comunque a essere sostanzialmente unita, o almeno ad avere una potenza e un’istituzione egemone; questo favorì una serie di processi di uniformazione culturale che fondarono quella che possiamo considerare una sorta di koiné. La lingua della cultura era ovunque il latino: non era più la lingua madre di nessuno (tanto che i volgari neolatini acquisteranno ben presto una loro autonomia e identità), ma era la lingua comune di tutti quelli che studiavano, e ancora per secoli fu praticamente l’unica lingua che veniva scritta. La scrittura aveva acquisito una forma codificata, quella che oggi chiamiamo ‘minuscola carolina’, diffusa su quasi tutto il continente. Libri e maestri circolavano con maggiore facilità e libertà di quanto si potrebbe pensare, e la loro funzione comunicativa era facilitata dall’uso generalizzato del latino.  Questo non vuol dire che non vi fossero differenze geografiche, e che l’Europa latina fosse una regione a cultura del tutto uniforme; ma le basi dell’istruzione, i libri che costituivano le auctoritates, il curriculum scolastico erano ovunque simili; il linguaggio era comune, le possibilità di scambi e di conoscenze al di fuori dei confini nazionali erano ampie, e questo permetteva intrecci molto produttivi e talvolta inaspettati anche nella produzione letteraria.

Quali sono gli aspetti linguistici della produzione letteraria in latino del medioevo?
La lingua latina del medioevo è, da una certa data in poi, una lingua convenzionale, nel senso che non corrisponde più alla lingua parlata da nessuno, ma viene imparata a scuola. Perciò è una lingua in qualche misura ‘ferma’, che subisce poco i mutamenti delle condizioni storiche e tende a rimanere abbastanza simile a sé stessa. Del latino classico rispetta le regole, con maggiore fedeltà e coerenza negli ambienti dove le scuole sono più sviluppate, in modo più lasco altrove; presenta però anche peculiarità proprie, soprattutto nel lessico, dove vengono accolte molte parole di origine germanica, e altre di origine greca ed ebraica, mediate dalla tradizione religiosa e, più tardi, da quella scientifica-filosofica. Quando le lingue volgari assumeranno una propria identità grammaticale e diverranno in questo modo veicolo per la produzione scritta di testi letterari – un fatto che, nell’area neolatina, avviene fra la fine dell’XI e l’inizio del XIII secolo – molti generi continueranno a essere praticati in ambedue le forme linguistiche, mentre altri tenderanno a specializzarsi: la produzione religiosa e filosofica, ad esempio, rimarrà appannaggio del latino, mentre la lirica o la storiografia saranno praticate sia in latino che in volgare.

Quali caratteristiche presenta la letteratura degli ordini mendicanti?
Gli ordini mendicanti nascono all’inizio del Duecento come risposta alle esigenze di rinnovamento della Chiesa, e hanno nel loro programma una maggiore vicinanza alla popolazione e una capillarità di azione pastorale. Dati questi scopi, essi propongono anche un rinnovamento letterario soprattutto sotto l’aspetto didattico: vengono prodotti ad esempio nuovi strumenti di predicazione, repertori di esempi, trattati teologici semplificati. Ma alcuni esponenti di questi ordini sono anche grandi teologi – si pensi al domenicano Tommaso d’Aquino o al francescano Bonaventura di Bagnoregio – che insegnarono nelle maggiori università dell’epoca.

L’umanesimo riscopre il latino come lingua letteraria?
L’umanesimo – intendendo con questo termine quel movimento culturale che si sviluppò innanzitutto in Italia, poi nel resto d’Europa, a partire dai primi decenni del XIV secolo – pone il latino (e in seguito anche il greco) al centro dell’attenzione, riallacciandosi apertamente ai modelli classici. In questo gli umanisti si differenziano consapevolmente dal medioevo, o almeno dal medioevo degli ultimi secoli, quello con cui più direttamente si trovavano a confrontarsi: il richiamo alla classicità è proposto come superamento dello stile medievale, del latino poco raffinato e ‘imbarbarito’ in cui buona parte delle opere medievali sono scritte, e in parte anche dei volgari, considerati lingue rozze e inadatte all’alta letteratura. Intendiamoci: anche il medioevo aveva apprezzato i classici, li aveva studiati nelle scuole e ne aveva fatto un modello formale, anche se pochi erano riusciti a penetrare in tutte le finezze dello stile latino; ma ora gli umanisti fanno della classicità un vero e proprio esempio di vita, grazie anche alla sua compatibilità con l’ambiente delle corti signorili italiane. Lo stesso termine ‘medioevo’ è coniato dagli umanisti, ed è un termine spregiativo: un ‘età di mezzo’ che in quanto tale non è degna nemmeno di un nome, una sorta di non-essere culturale fra due età nobili come la classicità da un lato e l’umanesimo dall’altro.