La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell'Italia contemporanea, Gianluigi SimonettiProf. Gianluigi Simonetti, Lei è autore del libro La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea edito dal Mulino: qual è lo stato della narrativa e della poesia italiane contemporanee?
Se badiamo alla cosa più importante – cioè ai libri belli, o addirittura ai capolavori – la salute della letteratura circostante mi sembra buona: c’è sempre chi elabora e pubblica grandi romanzi e grandi poesie (e da qualche anno anche opere meno facili da incasellare, concepite al confine tra generi diversi, che possono essere molto interessanti). Mi sembra invece meno buona la situazione della società letteraria, e della letteratura come presenza sociale. Sta passando l’idea che la letteratura sia un linguaggio artistico come un altro, forse anche meno potente e suggestivo di altri; viene meno la coscienza collettiva della specificità, e della insostituibilità, della letteratura, tanto nel sistema delle arti quanto nella cultura in generale. Viviamo una fase di rimescolamento gerarchico, o anche di crollo delle gerarchie, che ci porta a pensare che ogni opera si trovi più o meno sullo stesso piano di qualsiasi altra, perché tutto è estetico, tutto è artistico, tutto ha lo scopo di divertire e sedurre. Questo penalizza socialmente i libri di forte costruzione letteraria, che sono di solito densi, concentrati e strutturati, e offrono più resistenza al lettore, mentre fa il gioco di libri più scorrevoli, facili e poveri di strati. Ma soprattutto avvantaggia linguaggi artistici diversi, non scritti: di solito sono più immediati, più facili da decifrare – come il racconto per immagini del cinema o delle serie tv, ad esempio, o quella poesia di massa che è la canzone pop.

Quali innovazioni formali, preferenze tematiche ed orientamenti strutturali caratterizzano la letteratura nostrana contemporanea?
Si indeboliscono un po’ tutte le forme della tradizione letteraria, specialmente di quella nazionale. Nel senso che molti autori giovani (ma a volte anche i meno giovani) si scelgono modelli formali e strutturali non letterari, ma audiovisuali o mediatici. Ma anche nel senso che molti dei modelli letterari residui spesso non sono nazionali, ma provengono da un atlante culturale globale. Questo ha riflessi profondi soprattutto sul piano della lingua, che è sempre meno legata alla storia della letteratura italiana, e in generale sempre meno letteraria (anche se c’è chi esagera nel senso opposto, speziandola di elementi gergali o pittoreschi, e sovraccaricandola, come a dire a chi legge: «se è scritto strano allora è buona letteratura»).

Le conseguenze comunque si vedono a ogni livello, e in tutti i generi. La poesia si guarda intorno per uscire dalla gabbia del «poetese»: fa sempre più fatica a ripetere le convenzioni della lirica novecentesca, rilutta perfino a andare a capo, a restare sulla pagina. Sempre più spesso flirta con la prosa – non i poème en prose del passato, ricchi di simboli e superlirici, ma prose asettiche, o ironiche, povere di metafore, piuttosto saggistiche o filosofiche. Più spesso ancora integra la parola scritta con quella pronunciata o modulata: si propone al pubblico in modo performativo, ricorrendo a microfoni, sonorizzazioni, drammaturgie o installazioni. In generale cerca di comunicare in modo meno criptico e autoreferenziale, allontanandosi dall’oscurità e dall’usura di gran parte della tradizione lirica moderna. Prova allora a recuperare generi poetici diffusi prima che la lirica diventasse egemone: la poesia filosofica, quella satirica, vari tipi di epica e narrazione in versi.

Proprio la narrativa, dal canto suo, si sforza di andare sempre più veloce, evitando le complicazioni psicologiche, le digressioni narrative, le descrizioni troppo lunghe. I personaggi tendono a non cambiare nel corso del racconto, o a cambiare repentinamente e senza troppe motivazioni: raccontare le tappe e le ragioni del cambiamento farebbe perdere troppo tempo. Oggi il romanzo, soprattutto, sembra ossessionato dalla velocità: anche quando è lungo cerca di tener vivo l’interesse del lettore (il quale dal canto suo si abitua a tempi di lettura sempre più serrati) moltiplicando le scene-madre, le scorciatoie narrative, gli elementi di affabulazione e di tensione. Anche per questo anche nei romanzi ‘seri’, di grandi ambizioni letterarie, si moltiplicano i prestiti dalla narrativa di genere, specialmente noir, fantasy e rosa: ingredienti riconoscibili, eccitanti e scorrevoli che lubrificano la comprensione e consentono piaceri rapidi.

Ma soprattutto è diffusa e trasversale la tendenza a mescolare gli elementi (col retropensiero inconfessabile che la letteratura tradizionale, da sola, non ce la possa più fare a interessare i lettori): la poesia con la prosa, la lirica con generi non lirici, la narrativa d’invenzione con quella cosiddetta non-fiction; ma anche i generi letterari – per esempio il romanzo – con quelli non letterari – per esempio l’autobiografia, il diario, il giornale di viaggio. Soprattutto osserviamo una specie di fusione tra giornalismo e letteratura, di cui Gomorra è l’esempio più noto, non certo l’unico. In questi ultimi decenni tratti della narrativa letteraria sono entrati in altre forme narrative, come appunto il giornalismo, o il cinema, la televisione, o la politica; ma è vero anche il contrario – la cultura del romanzo incrocia sempre più spesso altre forme, non letterarie, di sapere. Per questo oggi i libri socialmente più visibili e diffusi sono di solito anche quelli meno tradizionalmente e solidamente letterari.

Il Suo studio si concentra anche su quella produzione mediocre e media, sempre più diffusa, il cui principale obiettivo è evadere: quale giudizio critico se ne può trarre?
Per molto tempo la grande letteratura è servita non solo a intrattenere, ma anche a conoscere (guardando dall’alto in basso la paraletteratura, cioè quelle scritture di genere il cui unico scopo, dichiarato, era quello di divertire). Mi pare che aumenti lo spazio pubblico, e in definitiva il successo, di una letteratura che in fondo punta soprattutto all’evasione, ma che esibisce ambizioni culturali e artistiche (e anche etiche: spesso è una letteratura che ostenta impegno civile). Una narrativa che strizza l’occhio alla cultura mimando la conoscenza, l’approfondimento, la verifica dei valori spirituali e morali, ma che di fatto sta sempre ben attenta a non contraddire le opinioni più diffuse, a non creare veri problemi alla coscienza e alla cultura dei lettori. Io la definisco «nobile intrattenimento»: da un lato serve da svago e passatempo, dall’altro offre l’illusione della cultura e dell’arte. Ma solo l’illusione, perché dell’arte vera manca la componente essenziale, cioè la scoperta dell’ignoto (che non è detto sia scoperta facile o piacevole).

La diffusione commerciale della letteratura di intrattenimento, più o meno nobile, la si attribuisce, di solito, alla spietatezza del mercato. Dopo aver dedicato molti anni alla lettura di questi libri mi chiedo se non sia più semplicemente la risposta più ragionevole – e più democratica – a una specifica domanda di cultura media.

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