“La legge della parola. Radici bibliche della psicoanalisi” di Massimo Recalcati

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La legge della parola Radici bibliche della psicoanalisi, Massimo RecalcatiLa legge della parola. Radici bibliche della psicoanalisi
di Massimo Recalcati
Einaudi

Lo psicoanalista milanese rilegge, nel Suo libro, le pagine della Bibbia ebraica e gli episodi più noti dell’Antico Testamento in chiave psicanalitica evidenziandone i punti di contatto. Ne proponiamo di seguito un breve estratto relativo alla vicenda di Caino e Abele: «Uno dei grandi temi che attraversano la Bibbia e, successivamente, l’intera predicazione di Gesù, è indubbiamente quello della fratellanza. Cosa significa essere fratelli? Cosa istituisce una «vera» fratellanza? Quali sono le condizioni che la rendono possibile? Come si possono costruire legami emancipati dall’odio, dal narcisismo e dall’invidia? La risposta a queste domande non si trova nella natura, ovvero nel sangue inteso come la sostanza prima della fratellanza. Non a caso nel racconto biblico la fratellanza di sangue non è mai in sé sufficiente a istituire legami tra fratelli emancipati dall’odio e dalla rivalità. […]

Non a caso il modello esemplare della fratellanza è quello del suo fallimento, è quello scolpito nel gesto fratricida di Caino. Non è privo di significato che nel racconto biblico la sua vicenda inauguri il tempo storico dell’uomo. La violenza fratricida mostra l’impossibilità di concepire nel sangue la sostanza della fratellanza. Piuttosto il sangue del fratello ucciso impregna la terra (Gen 4,10) a segnare il fatto che il tempo atroce del gesto di Caino appartiene alla condizione umana della vita, che all’origine della vita, come ricorda Freud, non c’è l’amore ma l’odio, che l’odio è primario rispetto all’amore. […]

La volontà di morte che spinge Caino a sopprimere nel sangue la vita del proprio fratello è determinata da una rivalità immaginaria priva di simbolizzazione. Abele rappresentava agli occhi di Dio quello che lo stesso Caino desiderava essere, il miraggio della sua immagine ideale. Il suo assassinio è stato dunque il modo col quale Caino ha provato a sopprimere la sede della sua alienazione ricongiungendosi immaginariamente a quell’immagine ideale. Se la nascita del fratello «aggiunto» lo aveva deposto dalla sua condizione di assoluta unicità, l’assassinio del fratello perseguiva il compito, tanto illusorio quanto impossibile, di ripristinarla. Il passaggio all’atto di Caino denuncia un difetto della soggettivazione della separazione: Caino vuole restare il solo figlio di Eva, il suo solo figlio, l’unico figlio al mondo. […]

L’odio è più antico dell’amore, in quanto il fratello non suscita tanto sentimenti di empatia e di condivisione ma di radicale avversione poiché, come scrive Freud, esso segnala la comparsa di un altro – distinto dal soggetto – che innesca nel soggetto la passione dell’odio come spinta ad «abolire l’esistenza separata dell’oggetto».

Siamo tutti Caino: il primo gesto verso il fratello non è un gesto di amore. Il primo moto del soggetto verso il mondo è un moto difensivo e non donativo; il carattere originario della pulsione riflette una tendenza narcisistico-securitaria e non altruistica. All’origine della vita non prevale affatto l’accoglienza, l’apertura, la dedizione, ma l’arroccamento, l’espulsione, la spinta securitaria a sopprimere l’alterità. L’essere umano, come Freud insiste nel porre in evidenza, odia l’Altro in quanto straniero e apportatore di eccitazioni e stimoli perturbanti. La pulsione in se stessa non è mai altruistica: essa vorrebbe sopprimere ogni forma di alterità, annientare la vita dell’Altro in quanto difforme dalla propria e in quanto sorgente di perturbazioni ingovernabili. È qualcosa che si evidenzia già nei primi moti pulsionali. Si pensi a quello della suzione: baciare e divorare sono la stessa cosa, si mescolano l’uno nell’altro. La suzione del seno materno non può occultare il suo carattere vampiresco.

Non a caso per definire l’amore primario nei bambini Winnicott utilizza l’espressione ruthlesslove, «amore spietato»: l’oggetto amato in quanto oggetto indipendente dal soggetto è anche l’oggetto massimamente odiato. Al posto della simbolizzazione della separazione troviamo originariamente la negazione della separazione attraverso la divorazione, spietata appunto, dell’Altro. La spinta verso l’Altro – l’amore – non si può distinguere dalla volontà della sua appropriazione, dell’assimilazione della sua alterità, dunque della sua necessaria distruzione. Il bambino, come ha messo in evidenza Melanie Klein, tende a voler distruggere il seno che lo nutre; mentre lo bacia lo morde, mentre succhia da esso la vita vorrebbe prosciugarlo, annientarlo. […]

Perché, dunque, Caino odia Abele? Lo odia perché rappresenta l’immagine ideale di se stesso che egli non è in grado di raggiungere. Lo abbiamo già visto: l’esistenza di Abele sottolinea l’impossibilità per Caino di mantenere viva un’immagine narcisisticamente ideale di sé. Abele è un intruso che destabilizza il valore dell’esistenza di Caino. La nascita del fratello interrompe la sua relazione esclusiva con la madre macchiando la sua immagine ideale. Dio stesso mostra di preferire Abele rimarcando in modo definitivo che egli rappresenta l’incarnazione dell’immagine idealizzata di sé alla quale Caino vorrebbe corrispondere senza riuscire però a farlo. Caino, dunque, odia il fratello perché Abele è la «sede della sua alienazione».»

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