“La legge della fiducia. Alle radici del diritto” di Tommaso Greco

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Prof. Tommaso Greco, Lei è autore del libro La legge della fiducia. Alle radici del diritto edito da Laterza: quale critica è necessario muovere al machiavellismo giuridico?
La legge della fiducia. Alle radici del diritto, Tommaso GrecoCon ‘machiavellismo giuridico’ mi riferisco a una mentalità diffusa, che è anche alla base di gran parte del pensiero giuridico moderno, secondo cui quando si fanno le leggi occorre considerare l’uomo come sempre potenzialmente “reo”, sempre pronto a usare “la malignità dell’animo suo” a meno che non ci sia qualcuno che lo costringa a fare il contrario. Una mentalità, insomma, radicata in una antropologia ‘negativa’, che individua nel diritto soltanto uno strumento di coercizione e che, corrispondentemente, vede nell’obbligo giuridico solo il riflesso di questa costrizione. In questa ottica, siamo obbligati a ubbidire alle regole solo perché (e fintanto che), in caso di disubbidienza, andremo incontro a una sanzione. È chiaro che, in base a questa mentalità, se io posso sperare di aggirare la sanzione o di sfuggirle, allora viene meno il mio sentimento dell’obbligo. Ed è questo, a mio parere, il vizio originario della nostra (in)cultura civica.

Questo modello può essere criticato sia da un punto di vista teorico, sia da un punto di vista pratico. Innanzi tutto perché, riducendo tutto alla sanzione, toglie dal diritto una parte essenziale: toglie cioè il riferirsi del diritto stesso ai cittadini e ai loro comportamenti. Come se il diritto, appunto, fosse soltanto una questione che riguarda i giudici e gli avvocati, i carabinieri e la polizia, o comunque tutti coloro che devono applicare una punizione nelle più varie circostanze. Ma in questo modo, ed è il secondo aspetto (sul quale mi soffermerò più avanti) viene meno un elemento cruciale del nostro vivere insieme (anche) attraverso il diritto: il nostro essere responsabili l’uno verso l’altro. Il machiavellismo giuridico occulta questa dimensione relazionale e si concentra esclusivamente sul ‘controllo’ che lo Stato (o chi per lui) esercita nell’obbligare a tenere quel comportamento. Viene meno insomma il fatto che, quando si ubbidisce (o non si ubbidisce) ad una norma, è sempre nei confronti di un altro che teniamo il nostro comportamento. Tanto per fare un esempio che ci è familiare: quando rispettiamo l’obbligo di tenere la mascherina in certe situazioni, perché lo facciamo? Solo perché altrimenti andremmo incontro ad una sanzione, oppure perché lo riteniamo un comportamento rispettoso della salute nostra e altrui? Se accettiamo le premesse del machiavellismo giuridico questa seconda risposta non può mai essere presa in considerazione. Mi pare un evidente impoverimento, sul piano conoscitivo ancor prima che sul piano morale.

Dove affonda le proprie radici il modello sfiduciario?
Nel mio libro cerco di far vedere che c’è un nesso ineliminabile tra il modo in cui pensiamo il diritto e la concezione che abbiamo dell’uomo. Ecco perché rintraccio le radici del modello sfiduciario nella rivoluzione antropologica che ha caratterizzato il pensiero moderno: c’è una linea che parte da Machiavelli e arriva fino a noi, passando per Lutero e per Hobbes, per trovare compimento nel positivismo e nel realismo giuridico, linea lungo la quale si sviluppa e consolida una concezione radicalmente negativa dell’essere umano: secondo questa visione, gli uomini sono sempre «ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori», come scrive Machiavelli nel cap. XVII del Principe. Non è il caso di abbondare in citazioni, ma se si pensa al modo in cui Thomas Hobbes descrive gli uomini naturali (cioè, presi nella condizione che precede la costruzione dello Stato), abbiamo una raffigurazione eloquente di una situazione nella quale è assolutamente impossibile fidarsi gli uni degli altri. Fidarsi — affidarsi agli altri — vuol dire andare incontro a morte certa. Mi pare, anche questa, una visione impoverita dell’essere umano, che prima di essere sbagliata sul piano morale lo è sul piano conoscitivo: l’uomo assunto come riferimento dal modello sfiduciario è un uomo “a metà”: assomiglia al Visconte dimezzato di Italo Calvino. Come ricorderà chi ha letto quel racconto, non solo la parte cattiva del personaggio principale (diviso a metà da un colpo di cannone) viene fatta passare per l’intero, ma addirittura, quando la metà buona riesce a tornare dalla guerra, viene considerata ancora più perfida perché, nell’opinione diffusa, “fa finta” di essere buona. Esattamente come facciamo noi quando ci troviamo davanti a qualcuno che si comporta rettamente e correttamente: siamo sempre in cerca delle sue “vere” intenzioni, come se non sopportassimo l’idea che qualcuno possa smentire le nostre più radicate convinzioni. Insomma, applichiamo alla nostra lettura della realtà i modelli ‘negativi’ perché ci rassicurano, ci mettono al riparo da ogni rischio. O almeno, pensiamo che lo facciano. La verità è che ci complichiamo enormemente la vita solo perché siamo ingabbiati in una cultura della diffidenza.

Perché si ubbidisce al diritto?
La risposta del modello sfiduciario è semplice: si ubbidisce al diritto perché siamo costretti; se non ubbidissimo andremmo incontro a una sanzione. In questa ottica, chi ha seguito le prescrizioni del governo, nel periodo del coronavirus, lo ha fatto solo per evitare di incorrere nelle punizioni che erano state previste. Senonché, non tutte le prescrizioni contenute nei famosi dpcm erano sostenute e rafforzate dalla minaccia di una sanzione. Tanto è vero che non sono mancati i giuristi — anche illustri, come Gustavo Zagrebelsky — che hanno criticato la commistione tra ‘vere’ norme giuridiche (quelle dotate di sanzione) e norme puramente morali o di prudenza, la cui presenza in un atto giuridico veniva considerata inopportuna. Forse però si può ragionare in modo diverso, e accettare l’idea che il diritto possa (anzi, non possa non) funzionare contando innanzi tutto sull’adempimento da parte dei cittadini, come proprio il periodo che stiamo vivendo ha abbondantemente dimostrato. Attenzione: non si tratta di constatare che di fatto i cittadini normalmente ubbidiscano, un fatto che può esserci o non esserci. Si tratta di vedere nella norma giuridica ciò che non può non esserci, e cioè il rinvio necessario a questo adempimento spontaneo (e che può essere motivato dalle ragioni più diverse). Chi pone il diritto conta innanzitutto sul fatto che i cittadini adempiranno alle norme giuridiche, e anzi questo può essere assunto come criterio per valutare la ‘giustezza’ di un ordinamento: quanto più esso fa dipendere l’osservanza delle norme dalla minaccia dell’uso della forza, tanto più esso perde legittimità e dobbiamo chiederci se sia un ordinamento meritevole di ubbidienza.

Insomma, non esiste solo l’ubbidienza come effetto della minaccia o l’ubbidienza motivata da valori morali: tra questi due estremi c’è l’ubbidienza motivata dal fatto che una norma giuridica ci chiede di tenere un comportamento nei confronti di altri soggetti, e noi teniamo quel comportamento perché riconosciamo le ragioni dell’altro: garantiamo i diritti altrui, compiendo il nostro dovere, allo stesso modo in cui gli altri garantiscono i nostri diritti, compiendo i doveri che gli sono propri. Molti dei nostri diritti più importanti passano esclusivamente da una relazione di questo tipo. Si pensi al diritto all’istruzione oppure ai diritti legati alla tutela della salute: come potrebbero essere concretizzati se non ci fosse un adempimento consapevole e responsabile dei propri doveri da parte degli insegnanti o del personale sanitario? La nostra vita quotidiana è fatta di relazioni giuridiche di questo tipo, ma facciamo fatica a riconoscerlo perché indossiamo lenti distorte che ci impediscono di vedere la realtà.

Che ruolo svolge la fiducia dentro il diritto?
Apparentemente, un ruolo molto ridotto. Se muoviamo sempre dall’opinione comune e diffusa (quella sfiduciaria) il diritto ci serve soprattutto per rimediare alla mancanza di fiducia: se stipuliamo un contratto, lo facciamo perché non ci basta una stretta di mano e vogliamo delle garanzie, sapendo di poter contare sull’intervento della mano pubblica per far valere i nostri diritti. Ma è solo una distorsione della realtà. Proprio quando stipuliamo un contratto, la prima cosa che ci aspettiamo è che l’altro faccia ciò che deve fare in base al contratto stesso, non possiamo non affidarci al suo adempimento. Certo, sappiamo che in caso di mancanza da parte sua potremo rivolgerci ad un giudice, ma quante cose non faremmo se sapessimo che dovremo attivare le garanzie giurisdizionali per avere ciò che ci spetta? E davvero pensiamo che chi fa il suo dovere lo faccia solo per evitare una punizione? Quando andiamo al bar a bere un caffè (anche questo è un contratto), sul serio ci sentiamo sicuri di non essere avvelenati solo perché il barista altrimenti verrebbe processato e punito? Oppure ci fidiamo — come io credo che sia — del fatto che quel barista voglia solo far bene il suo lavoro e adempiere nel miglior modo possibile a quello che ritiene (giustamente) essere il suo dovere?

Nonostante questo, tuttavia, quando pensiamo al diritto e magari costruiamo un sistema di regole, lo facciamo esattamente nello spirito di Machiavelli: presupponiamo «tutti gli uomini rei», e così concepiamo quelle regole esclusivamente con l’intenzione di impedire ai furbi di aggirarle, per far sì che coloro che devono applicare le regole — sia i cittadini, sia i funzionari — siano stretti dentro quelle regole, in modo che non possano fare niente di diverso rispetto a ciò che le regole rigidamente prescrivono. Il grande male della nostra burocrazia sta tutto dentro questo presupposto. Poiché pensiamo che tutti siano pronti ad approfittare delle occasioni che gli si presentano, pensiamo alle regole non come ad una soluzione che possa facilitare lo svolgimento di determinate attività, ma innanzitutto come ad una gabbia che ha il compito di impedire gli abusi. Il risultato però è quello di rendere le cose complicate per tutti, dando vita ad un sistema che paradossalmente consente proprio ai furbi, e solo a loro, di aggirare le norme in qualche maniera.

Quel che sto dicendo non deve suonare come una perorazione a favore del “tutti liberi di fare quel che ci pare”. Sono molte le situazioni nelle quali occorre essere particolarmente vigili; ma ci sono mille altre situazioni nelle quali si potrebbe essere meno rigidi a monte, rafforzando i controlli a valle (che invece nel nostro modello burocratico quasi non esistono). Attribuire un margine (anche minimo) di discrezionalità a chi deve applicare le regole può essere un modo per immettere fiducia nel sistema sociale e rendere tutto non solo più giusto, ma anche più efficiente. Dobbiamo liberarci, là dove possibile, del modello «Un fiorino!» (il noto episodio di Non ci resta che piangere) che è alla base del nostro modo di pensare alle regole, che ci costringe a rispondere meccanicamente sempre alla stessa maniera nonostante che in certe situazioni ciò sia assurdo o del tutto controproducente. In molti casi questo è già previsto: quando abbiamo a che fare con “principi” anziché con “regole”. Ma forse anche alcune regole potremmo concepirle in maniera tale da riconoscere maggior credito sia ai cittadini che ai funzionari chiamati ad applicarle.

Perché è necessario riscoprire lo spazio della fiducia nel diritto e come si può costruire una cultura giuridica responsabile?
La fiducia è, come diceva Niklas Luhmann, un riduttore della complessità. Ci aiuta enormemente a semplificare le situazioni che dobbiamo affrontare tutti i giorni. Anche se il diritto ci serve molto spesso a risolvere problemi nei quali non possiamo fare investimenti fiduciari, dobbiamo guardare meglio alla realtà e vedere che già ora, quando abbiamo relazioni giuridiche, compiamo dei veri e propri atti di fiducia. Non si tratta quindi soltanto di cambiare la realtà e di modificare il diritto (cosa che in molti casi sarebbe opportuno fare) pensando a come il diritto dovrebbe essere, ma di guardare in modo diverso al diritto che già c’è, valorizzando il momento relazionale che in esso è sempre implicito. Come dicevo prima, dobbiamo essere consapevoli del fatto che, quando il diritto ci chiede di fare o di non fare qualcosa, è sempre a qualcun altro che ci rivolgiamo. Questo ci permette di recuperare la dimensione della responsabilità, non solo nel senso che saremo chiamati a rispondere di ciò che facciamo, ma anche nel senso che tutto ciò che facciamo ha sempre come riferimento un’altra persona, alla quale facciamo o non facciamo ciò che la norma ci chiede. Siamo responsabili perché ci affidiamo gli uni agli altri, anche quando agiamo in virtù di regole giuridiche. Recuperare questa dimensione relazionale (che possiamo definire ‘orizzontale’ per distinguerla da quella ‘verticale’ che caratterizza il nostro rapporto con lo Stato) ci aiuta anche ad essere maggiormente vigili con riguardo a ciò che il diritto ci chiede; ci aiuta ad alzare le antenne e a renderci sensibili alle sue degenerazioni. Sappiamo tutti quanto il diritto possa diventare ingiusto ed essere veicolo di discriminazione; ma se invece di concentrarci sul nostro rapporto di obbedienza nei confronti dello Stato, spostiamo la nostra attenzione verso ciò che ci viene chiesto di fare agli altri, saremo sicuramente più attenti quando il diritto ci comanderà di commettere atti ingiusti o addirittura disumani. Recuperare la relazionalità vuol dire perciò porre in rilievo la dimensione della solidarietà che è sottesa al diritto; una dimensione non eventuale ma necessaria, che il diritto realizza pienamente quando mette in atto una politica del rispetto, e dalla quale esso si allontana tutte le volte che sposta il suo baricentro verso l’uso della coercizione e della forza.

Per ritrovare una cultura della responsabilità occorre cambiare innanzi tutto la nostra cultura giuridica, anche quella che trasmettiamo ai nostri studenti. Il ruolo della scienza e della teoria giuridica è qui estremamente importante. La legge della fiducia vuole essere un piccolo sasso nello stagno anche per riflettere sul compito enorme che spetta ai giuristi.

Tommaso Greco (Caloveto, CS, 1968) è professore ordinario di Filosofia del diritto nel Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa, dove è anche Direttore del Centro Interdipartimentale di Bioetica. Oltre ad aver curato diversi volumi collettanei, è autore delle seguenti monografie: Norberto Bobbio. Un itinerario intellettuale tra filosofia e politica (Donzelli, 2000); La bilancia e la croce. Diritto e giustizia in Simone Weil (Giappichelli, 2006); Diritto e legame sociale (Giappichelli, 2012), La legge della fiducia. Alle radici del diritto (Laterza, 2021). Dirige la collana “Bobbiana” dell’editore Giappichelli, nella quale vengono riproposte le opere universitarie di Nor­berto Bobbio, ed è direttore di “Diacronìa. Rivista di storia della filosofia del diritto”. Fa parte del CISP-Centro interdisciplinare di Scienze per la Pace, e del Laboratorio di cultura costituzionale dell’Università di Pisa.

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