“La lama del sapiente. Saggi sulla filosofia di Giovanni Pico della Mirandola” a cura di Pasquale Terracciano e Giovanni Licata

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Dott. Pasquale Terracciano, Lei ha curato con Giovanni Licata l’edizione del libro La lama del sapiente. Saggi sulla filosofia di Giovanni Pico della Mirandola, pubblicato dalle Edizioni della Normale: quale importanza riveste, nella storia del pensiero rinascimentale, il Mirandolano?
La lama del sapiente. Saggi sulla filosofia di Giovanni Pico della Mirandola, Pasquale Terracciano, Giovanni LicataEnorme, e non solo per il suo ruolo simbolico e per il fascino che continua a esercitare a distanza di secoli. Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) fu una figura a cavallo tra diversi mondi, le cui coordinate culturali rielaborò in una sintesi personale e spregiudicata. Si formò tra Padova, Parigi e Firenze; padroneggiò aristotelismo, scolastica, platonismo ma non si accontentò del sapere acquisito e cercò la verità in nuove fonti e nuove tradizioni. Intimo di Lorenzo il Magnifico, di Poliziano e di Marsilio Ficino, sin da giovanissimo lasciò la sua impronta negli ambienti culturali più raffinati del tempo. L’erudizione e la memoria non facevano velo in lui alla speculazione filosofica e alla fantasia poetica. Dialogava con gli ultimi grandi maestri di una cultura manoscritta ma si muoveva nella consapevolezza della nuova stagione della stampa.

Il pensiero di Giovanni Pico è stato spesso tradito, sovrainterpretato o al contrario appiattito sulle esigenze ideologiche dell’epoca che lo leggeva. Come accade spesso – ma in questo caso con particolare forza – la fortuna ha sovrastato l’opera, innanzitutto a partire dalla riduzione dell’intero pensiero Pico all’Oratio de hominis dignitate e al suo conseguente ruolo di mito fondativo dell’Umanesimo. Non era così. Eppure dal mito dell’Oratio, dalla sua forza magnetica, non si può prescindere. La fortuna dell’opera è del resto parte integrante della sua interpretazione: che ogni epoca legga un autore secondo le proprie lenti è, in fin dei conti, un’ovvietà, sebbene sia un dato di cui bisogna essere consapevoli, per andare oltre deformazioni e letture unilaterali.

Non è un caso dunque che risulti tutt’ora una figura quasi mitica. Con un paradosso però: mentre gli studi su di lui aumentano, la disponibilità delle sue opere è invece minima. Tolto la famosissima Oratio de hominis dignitate e poche altre pubblicazioni, il resto della sua opera non solo è fuori commercio ma non dispone neanche di un’Edizione critica aggiornata. Molti dei saggi che sono confluiti sono la punta dell’iceberg di un lavoro critico che si sta svolgendo nella cornice dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giovanni Pico della Mirandola, che ha sede presso l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, sotto la direzione di Michele Ciliberto.

Quale influenza ebbero su Pico la cultura cabbalistica e in che rapporto era con le altre tradizioni?
Nell’opera di Pico agisce, come già iniziato a mostrare, un rapporto complesso con la tradizione, fatto di continuità e rotture, di costanti e varianti: è anzi il suo è un caso specifico in cui il rapporto tra tradizione / traduzione / tradimenti si fa particolarmente forte. Della tradizione cabalista, Pico fu una sorta di Cristoforo Colombo. Come Colombo cercando un luogo, ne trovò un altro: e fu un equivoco prezioso. Cercava un sapere ebraico esoterico, che pensava risalisse sino a Mosè, trovò un corpus di dottrine mistiche ed esegetiche più recenti (del XII-XIII secolo), di grande fecondità. Le svelò al mondo latino, tra resistenze culturali e vere e proprie condanne, e in questo modo inventò a sua volta una tradizione, quella della cabala cristiana.

Sul versante degli studi cabbalistici di Pico da anni si sta svolgendo un meritorio lavoro, che tramite un imponente programma di edizioni – di cui dà testimonianza nel volume l’articolo di Saverio Campanini – ha gettato luce su molti punti inesplorati. È un aspetto che si ritrova in questo volume, anche per via delle nuove acquisizioni che emergono dagli articoli di Flavia Buzzetta. La ricerca cabbalistica rappresenta certamente uno dei versanti in cui maggiormente si registra, secondo alcuni interpreti, il tema della rottura di Pico rispetto alla tradizione, a differenza di coloro che pongono l’attenzione sulla continuità, in particolar modo rispetto alla Scolastica (di quest’ultimo aspetto, è un ottimo esempio il saggio di Amos Edelheit che pubblichiamo).

Se certamente Pico fu all’origine della cabbala cristiana, tale aspetto non esaurisce il suo polimorfico lavoro intellettuale: le direzioni della ricerca del Mirandolano furono diverse, e sempre nel segno della scoperta di nuovi testi. Il lavoro di scavo intorno alle fonti e intorno alla composizione dei testi diviene così prodromico a nuove analisi e riletture delle opere più enigmatiche del Conte: così, ad esempio, si vede nei contributi di Raphael Ebgi e di Ovanes Akopyan.

Di quale importanza è, al riguardo, il lavoro sulla biblioteca di Pico?
Come si capisce da quanto sopra detto, fu cruciale. L’officina pichiana andava di pari passo con una mole impressionante di traduzioni commissionate, con la ricerca di nuovi testi, nuove interpretazioni e nuove fonti del sapere. Senza accedere a quel corpus manoscritto, fitto di annotazioni e cancellature, vergato da multiple mani di oscuri copisti e stimati dotti, non si può comprendere in profondità la filosofia di Pico. Il lavoro sulla biblioteca di Pico è indubbiamente uno dei cantieri più ferventi, di cui ho già citato le pubblicazioni sul versante cabalistico.

In maniera speculare a quella cabbalistica già citata, una sezione del volume è dedicata a un’altra importante sezione della sua biblioteca, quella “averroistica”, cui nel volume sono dedicati gli interventi di Michael Engel, Giovanni Licata, Giovanni Murano. Pico infatti non si è accontentato di leggere i commenti del vetus Averroes, frutto delle traduzioni arabo-latine del XIII secolo e ampiamente circolanti nelle Università del suo tempo, ma si è sforzato di accedere a quanto era stato trasmesso, di quel corpus, dalla tradizione ebraica, facendolo tradurre per la prima volta in latino. Anche da questo punto di vista bisogna riconoscere la lungimiranza del progetto pichiano: il patrocinio di nuove traduzioni e commenti di Averroè costituisce l’atto di nascita di quell’averroismo rinascimentale che vedrà il suo apice, nel 1550-52 (e nel 1562), nella monumentale edizione giuntina di tutte le opere di Aristotele con i commenti di Averroè. Ma, al di là degli specifici scaffali, la «biblioteca» pichiana ci consente di cogliere con mano le sue strategie di lettura, le sue modalità di appropriazione e di rielaborazione culturale, nonché di verificare i canali della circolazione dei testi, sia manoscritti che stampati.

Come si articolò il progetto di concordia tra le scuole filosofiche enunciato da Pico?
La sua grande aspirazione fu la concordia tra le tradizioni filosofiche, nella convinzione che la verità fosse una, e fosse stata resa oscura dal sedimentarsi delle diverse vie al sapere, delle incomprensioni e invidie tra gli uomini. Il titolo della sua opera più nota, il Discorso sulla Dignità degli uomini (Oratio de hominis dignitate), è in realtà posteriore, ma nelle sue intenzioni quel mistico e accorato racconto dell’uomo, unico essere con la potenzialità di plasmare il proprio destino, capace dunque di trasformarsi in angelo o di farsi bestia, ma anche di essere copula del mondo, doveva intitolarsi Oratio de Pace. Pace, nel senso di un punto di equilibrio in cui tacessero le discordie e i distinguo, in cui la verità coincidesse con il silenzio e la crescita personale.

È un’aspirazione profonda che si ritrova sia nell’esaminare il processo compositivo delle sue opere sia nella scelta del linguaggio cui si affidava. Su questo sfondo il mio l’articolo ricostruisce l’«orogenesi» di un’immagine, apparentemente bizzarra, che agli occhi del Mirandolano fluiva attraverso diverse tradizioni del sapere: l’ircocervo, il favoloso e impossibile incrocio tra capra e cervo, che gli parve essere un simbolo sia biblico sia della filosofia del linguaggio aristotelica sia, infine, della tradizione cabalistica. Tale ricostruzione permette di accedere, nel pieno del testo, alle figure e alle strategie mnemotecniche usate da Pico.

Il progetto di concordia tra le scuole filosofiche enunciato dal Conte della Mirandola non era una semplice dichiarazione di principio o un sistema architettonico in cui disporre il suo sapere, quanto un’aspirazione profonda che pervadeva ogni singola lettera della sua pagina. Per il Conte il dialogo tra temi, linguaggi e simboli della tradizione religiosa e filosofica travolgeva davvero ogni steccato. La cabbala sorgeva ai suoi occhi anche da primigeni dibattiti platonici e aristotelici: ne eccedeva il senso, si presentava come l’ultima sintesi (anche per motivi cronologici legata alla sua «scoperta» da parte di Pico) ma componeva in sé le altre tradizioni. Non vi era contrapposizione, ma consonanza.

Quale ricezione ebbe il giovane Conte nella filosofia platonica rinascimentale?
Cercare di determinare la fortuna di un autore nel contesto cui appartenne e nei secoli successivi è per lo studioso un momento imprescindibile che dovrebbe forse paradossalmente precedere e fondare ogni tentativo di interpretazione storiografica ed esegetica, specie al riguardo degli autori più lontani del tempo.

Nel caso di Giovanni Pico l’indagine si rivela particolarmente urgente, non solo per l’importanza del Mirandolano nel panorama della filosofia rinascimentale, ma anche perché nella storia del pensiero è forse tra quelli che più hanno sofferto – e nello stesso tempo beneficiato – di una ricostruzione fortemente incentrata su di un particolare scritto: si tratta, come detto dell’Oratio de hominis dignitate. Inoltre la morte in giovane età, interrompendo una cospicua, quasi febbrile produzione, ha impedito di vedere il compimento del suo progetto intellettuale, lasciando dubbi sulla sua stessa direzione. La pubblicazione di molte opere di Giovanni Pico da parte del nipote Gianfrancesco ha contribuito all’opacità: un dibattito mai sopito sulla continuità del suo itinerario intellettuale, o invece sulla frattura intervenuta dopo il processo romano del 1487, permea la storiografia pichiana. Indubbiamente molti fili sono rimasti interrotti: il rischio di tirarne solo alcuni a scapito di altri è sempre presente ed è un elemento di cui essere sempre avvertiti.

È dunque importante allora vedere come veniva interpretato Pico sin dal Cinquecento, al di là dell’Oratio. Sappiamo ad esempio, che veniva letto come autore magico e cabalistico; inoltre l’analisi condotta da Simone Fellina tra autori rilevanti ma poco conosciuti dagli interpreti moderni, come Pompeo della Barba, Gabriele Buratelli, Tommaso Giannini, mostra il rigoglio, anche editoriale, del platonismo, e al tempo stesso i tentativi, rivelatisi effimeri, di istituzionalizzazione di quest’ultimo a livello universitario.

Il tema della dignità dell’uomo, che ne ha segnato soprattutto la fortuna novecentesca, era invece più in disparte nel corso del Cinquecento, e a volta poteva anzi comparire in una chiava capovolta. Il Rinascimento non è infatti un movimento solo di luce, splendore e ottimismo; la consapevolezza dell’incertezza del destino dell’uomo (che è un assunto fatto proprio anche da Pico) poteva spingere piuttosto a descrivere con disincanto un’antropologia più tragica che prometeica.

Pasquale Terracciano è Ricercatore senior (RTDB) di Storia della Filosofia nell’Università degli Studi Roma Tor Vergata

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