“La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino. Ecco perché l’Europa è nel mirino di Putin” di Giuseppe Sabella

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Dott. Giuseppe Sabella, Lei è autore del libro La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino. Ecco perché l’Europa è nel mirino di Putin edito da Rubbettino. La tesi sostenuta nel Suo pamphlet è che, al di là delle pretestuose ragioni di ordine storico e politico addotte da Putin e dalla propaganda russa, dietro questa invasione vi sarebbero in realtà motivazioni ben più tangibili: quali?
La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino. Ecco perché l’Europa è nel mirino di Putin, Giuseppe SabellaCome lei qui richiama, nel suo discorso alla nazione del 24 febbraio scorso, Putin giustifica “l’operazione speciale” in Ucraina da una parte scaricando le responsabilità sull’Occidente e sulla Nato, dall’altra rispolverando argomenti storici e revanscisti. Si tratta in entrambi i casi di una narrazione propagandistica volta a coprire le vere ragioni di questo conflitto. Anzitutto, la possibilità che la Repubblica Popolare Ucraina entrasse a far parte della Nato si è presentata nel 2008. La proposta era dell’allora Presidente USA George Bush che aveva chiesto l’apertura dell’Alleanza Atlantica per Ucraina e Georgia. Ma i Paesi europei – in particolare Italia, Germania, Francia, Spagna, Olanda e Belgio – si erano detti contrari proprio per evitare possibili tensioni con Mosca. E, da quel momento, l’entrata dell’Ucraina nella Nato non è più stata all’ordine del giorno. Inoltre, dopo l’ingresso della Polonia (1999), nel 2002 la Russia firmava un accordo di amicizia e collaborazione con la Nato. Ciò ci dice quanto quella di Putin sia solo retorica. Invece, il vero quadro dentro cui cercare le motivazioni reali di questa invasione è quello della riconfigurazione del palinsesto multilaterale. Già la pandemia si è rivelata un evento destabilizzante per la tenuta dell’ordine globale come ampiamente dibattuto anche da economisti e studiosi di fama mondiale, tra i quali Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Jeremy Rifkin, Jean-Paul Fitoussi, Thomas Piketty, Slavoj Žižek, Romano Prodi, Giulio Tremonti, etc. Il già Presidente USA Donald Trump, a suo tempo, dice “i giorni della globalizzazione sono finiti”. Ma, ben prima del covid, gli equilibri nel mondo erano in fase di ridefinizione: la crisi dei rapporti in particolare tra USA e Cina, quella del commercio mondiale, il back reshoring delle attività produttive e il decoupling – ovvero il disaccoppiamento della filiera occidentale da quella asiatica che di fatto segna la fine dell’interdipendenza tecnologica e finanziaria (e quindi della globalizzazione) – hanno reso sempre meno multilaterali le relazioni internazionali a favore di una regionalizzazione degli scambi che, come già detto, conduce al rafforzamento della domanda di mercato interna a queste aree. La stessa Europa, col suo programma Green Deal (2019), viaggia verso l’autonomia industriale ed energetica, puntando a ridurre la sua dipendenza proprio da Cina e Russia. Putin si sente stretto, le relazioni con Bruxelles vanno deteriorandosi: Angela Merkel – il suo grande interlocutore – è uscita di scena e il Nord Stream 2 si è fermato, ben prima della crisi ucraina. Inoltre, quella di Macron, Draghi e Scholz è una UE che si riavvicina agli USA dopo la stagione trumpiana. Putin capisce che deve puntare ad accrescere relazioni e scambi tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese. In questo senso, vuole fare della Russia, che vive dell’export di oil & gas, il più importante fornitore di materie prime della grande “fabbrica del mondo”, la Cina. Ecco perché Putin vuole prendersi l’Ucraina e le sue miniere.

Quali sono gli obiettivi di Putin?
Putin era convinto che l’invasione del 24 febbraio comportasse la destituzione del governo di Kyiv e l’annessione dell’Ucraina. Ma, come sottolineato anche dalla maggior parte degli analisti, si è ritrovato a cambiare strategia. La resistenza degli ucraini e la coesione con cui USA, GB e UE stanno rispondendo, sono fattori che non aveva previsto. Oggi è difficile dire quali sono i suoi reali obiettivi perché la sua missione è fallita. Ma, come scrivo nel mio saggio, vi sono evidenti elementi che sorreggono un’analisi del tutto alternativa alla sua narrazione: Putin vuole l’Ucraina per le sue materie prime. Intanto, consideriamo che i territori già occupati sono molto importanti dal punto di vista del sottosuolo: l’Ucraina orientale è la seconda più grande riserva d’Europa di gas naturale; in Luhansk e Donetsk vi sono enormi giacimenti di shale gas; in Crimea, già annessa dal 2014, vi sono rari giacimenti energetici offshore. Lo stesso Donbas, la regione più contesa, è molto ricco: vi sono quasi 1.000 siti industriali – tra cui quasi 50 fabbriche metalmeccaniche e più di 150 stabilimenti chimici – e oltre 1.200 km di tubature che traportano gas, petrolio e ammoniaca. Inoltre, il Donbas è territorio tra i più ricchi non solo di carbone, gas e petrolio, ma anche di ferro e manganese (l’Ucraina è il secondo esportatore al mondo), uranio (tra i primi tre esportatori) e titanio (decimo esportatore). Ed è anche l’area dove si trovano le maggiori riserve di metalli e Terre Rare. Tuttavia, l’obiettivo vero di Putin è quello che i geologi chiamano “scudo ucraino”: si tratta di quella Terra di mezzo compresa tra i fiumi Nistro e Bug che si estende fino alle rive del Mar d’Azov, nel sud del Donbas. L’area totale della sua superficie è di circa 250 mila chilometri quadrati. In termini di potenziale di risorse minerarie generali, lo scudo ucraino non ha praticamente parità in Europa e nel mondo. All’interno di questa zona geologica si trovano grandi riserve di Terre Rare oltre che di zirconio, di pietre preziose e semipreziose e di materiali da costruzione (tipo granito estratto di alta qualità). Inoltre, secondo recenti studi geologici, nelle antichissime rocce di questo territorio si nascondono giacimenti di litio. Sulla base di queste ricerche, l’Ucraina, insieme alla Serbia, in questo momento ha probabilmente il maggior potenziale di “oro bianco” – così chiamano il litio in ambito finanziario – dell’intera regione europea. Questi ritrovamenti sono stati individuati soprattutto attorno all’area di Mariupol, la città portuale del Donbas oggi dilaniata dai bombardamenti russi.

Perché e come Putin vuole colpire l’UE?
Per più di una ragione. Anzitutto, Putin vuole indebolire l’Europa perché il suo vicino di casa, sebbene sia più piccolo e più povero è molto più prospero. La Russia, infatti, è ricchissima di materie prime; ma a differenza delle grandi economie avanzate – come appunto Germania, Italia, Francia, USA, GB, Cina e Giappone – non ha sviluppato un’industria di trasformazione delle materie prime e si limita alla sua esportazione. Ed è questo un grande limite. Le sue azioni di disturbo si spiegano prevalentemente in questo senso. In realtà, le fa da anni, con le sue infiltrazioni politiche e con lo strumento efficacissimo delle fake news (noeuro, notav, notap, notriv, novax, etc.) che tanto disordine hanno creato a livello di opinione pubblica, andando peraltro ad alimentare costantemente il consenso dei movimenti antieuropeisti. Inoltre, tra gli stati membri che negli ultimi dieci anni hanno avuto le migliori performance economiche, vi sono i Paesi dell’Europa orientale, ovvero quelli fuoriusciti dall’ex Unione Sovietica. Questo per Putin è un problema serio che disturba il suo consenso interno, al di là delle sue abilità nella gestione del dissenso. Vi sono poi fattori che hanno a che fare con le recenti scoperte dei giacimenti di litio. Come sappiamo, il litio è fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle batterie che è tra gli obiettivi più importanti del Green Deal europeo. Gli attuali leader nella produzione delle batterie sono Giappone, Corea del Sud, Cina e Australia. Per queste ragioni, l’Ucraina è stata ufficialmente invitata a partecipare all’Alleanza europea sulle batterie e le materie prime con lo scopo di sviluppare l’intera catena del valore dall’estrazione alla raffinazione e al riciclo dei minerali nel Paese. A luglio dell’anno scorso, il vicepresidente della Commissione europea Maroš Šefčovič si è recato a Kyiv per incontrare il primo ministro Denys Shmyhal. In quell’occasione, è stato firmato un partenariato strategico sulle materie prime. A novembre 2021, la European Lithium Ltd – società di esplorazione e sviluppo proprietà minerarie che ha sede a Vienna – si è accordata con la Petro Consulting Llc, azienda ucraina con sede a Kyiv che dal governo locale ha ottenuto i permessi per estrarre il litio dai due depositi che si trovano a Shevchenkivske nella regione di Donetsk e a Dobra nella regione di Kirovograd, vincendo la concorrenza dell’azienda cinese Chengxin. È il 3 novembre 2021: un caso internazionale che coinvolge, quindi, anche la Cina. Questi sono elementi eclatanti che ci indicano quanto il fattore materie prime sia centrale dentro questo conflitto. E nella prospettiva del decoupling, la competizione diverrà molto forte. Al di là del fatto che gli scambi si ridurranno, il punto è che per stare al passo, da una parte e dall’altra del globo, le catene del valore avranno bisogno di essere alimentate senza rischi di interruzioni della fornitura, cosa che vediamo da circa due anni e che sta producendo contrazioni della produzione industriale e livelli di inflazione pericolosi. Infine, non possiamo dimenticare che – in questo momento – la guerra in Ucraina significa cinque milioni di profughi che cercano accoglienza in Europa. Anche questo è un modo per colpire l’Unione.

In che modo la guerra di Putin sta ridisegnando il mondo?
Con una frase un po’ ad effetto, scrivo nel mio libro che “la guerra di Putin sta marcando la fine della globalizzazione e l’inizio del mondo nuovo. È quello del decoupling, ovvero del disaccoppiamento delle catene del valore: quella occidentale e quella asiatica. È, anche, il mondo in cui democrazie liberali e autocrazie hanno iniziato a contrapporsi”. Sia chiaro, il decoupling – che, come dicevo prima, significa fine dell’interdipendenza globale – non è responsabilità di Putin: è un processo avviato da anni. La sua colpa, oltre alle migliaia di morti che sta causando, è semmai quella di rendere molto complicati i rapporti tra Est e Ovest. Abbiamo visto che la stessa Cina, per il momento, non prende posizioni volte a calmierare questo conflitto. E se Putin istituzionalizzasse questo metodo belligerante laddove, ancora una volta, l’Europa dovesse fare scoperte che interessano anche a lui? Andiamo avanti a contenderci le materie prime a colpi di cannone? Tutto questo è molto pericoloso. Inoltre, dall’incognita cinese dipende il futuro del mondo. Non è da escludere nemmeno che emergano similmente le fragilità di quel sistema che potrebbe portare la Cina finanche ad una crisi interna: le informazioni che ci giungono da Pechino sono sempre frammentate ma è di pochi mesi fa l’esplosione della bolla immobiliare; qualche problema arriverà anche dalla crisi del debito, da noti aspetti demografici oggi sempre più seri – ricambio generazionale debole, città che si spopolano, carenza di forza-lavoro, etc. – e dalla crescente siccità nella Cina settentrionale. Le stesse proiezioni della Via della seta non sono più così ispirate. In sintesi, che la Cina possa continuare a crescere ai ritmi del 7% annui senza contraccolpi e rallentamenti è tutto da vedere. Vi sono poi l’impegno e gli obiettivi di Xi Jinping per la “prosperità comune”: finisce la fase dell’ “arricchirsi è glorioso” lanciata da Deng, la Cina sceglie di rivedere le sue politiche di distribuzione della ricchezza e rilancia il mercato domestico. Va anche detto che a Pechino si era giunti a un punto di non ritorno. E per questo a Pechino hanno scelto di risolvere i problemi che hanno al loro interno. Non è escluso che si questa una buona notizia anche per il resto del mondo, perché potrebbe preludere a un atteggiamento della Cina meno aggressivo. Tuttavia, saranno ancora Cina e USA a dominare il mondo. Europa e Russia non sono potenze al pari dei due colossi ma possono contribuire a rendere il decoupling più usa-centrico o sino-centrico. Le azioni del Vecchio Continente, prima di questa guerra, erano in ripresa. La crisi ucraina genera ora molta incertezza.

Quale futuro per l’Europa, a Suo avviso, nello scenario geopolitico mondiale?
A questa ridefinizione del palinsesto multilaterale, la Commissione Europea ha risposto nel dicembre 2019 col suo piano Green Deal. Non si tratta soltanto di un programma per affrontare il cambiamento climatico: come dicevo, l’Europa punta alla sua autonomia industriale ed energetica e – questo è molto importante – a un riposizionamento politico rispetto al resto del mondo. Poi, la pandemia ha indotto Bruxelles a moltiplicare i suoi sforzi per sostenere l’emergenza sociale e per rilanciare l’economia. E la guerra in Ucraina chiede ora alla Commissione e agli stati membri di fare i conti con la dipendenza energetica dal gas russo. Oggi Putin è un problema per l’Europa ed è giusto pensare a come ridurre questa dipendenza. Ma bisogna evitare di crearne un’altra, per esempio dal gas liquido naturale. A oggi, l’Europa emette circa l’8% del totale delle emissioni di CO2 (Cina 30%, USA 14%, India 7%, Russia 5%). Per raggiungere l’obiettivo della carbon neutrality – che per Europa e USA è fissato al 2050, per Cina e Russia al 2060, per India al 2070 – il gas naturale è in questa fase fondamentale. Nel frattempo, si dovrà progressivamente incrementare l’utilizzo di energia pulita. Ma dobbiamo essere consapevoli che il pianeta non può passare dai fossili alle rinnovabili dall’oggi al domani. Prima della crisi ucraina, l’Europa contava di arrivare al 50% della generazione totale di energia da fonti rinnovabili entro il 2035. Questo processo oggi potrebbe essere accelerato. Ma anche la domanda complessiva di oil a livello mondiale è destinata a crescere ancora almeno fino al 2030. Seguendo le tendenze in atto, la temperatura terrestre è destinata ad aumentare di tre gradi e mezzo e non di uno e mezzo come ci siamo prefissati alla scadenza del 2050. Questo ci dice che, negli ultimi anni, è cresciuta la sensibilità nei confronti della questione ambientale e si sono avviati processi importanti per far fronte al riscaldamento globale; ma siamo ancora fuori asse. Inoltre: includere i Paesi emergenti nella lotta al climate change sarà decisivo, non vi è altra strada che quella della cooperazione internazionale. Da questo punto di vista, purtroppo, è probabile che la contrapposizione emergente tra Est e Ovest non faciliti questo andamento. Tuttavia, sebbene per qualcuno la carbon neutrality arriverà più tardi, iniziamo a vedere se UE e USA saranno riusciranno a centrare gli obiettivi intermedi del 2030 e quelli del 2050: vivremmo già in un mondo diverso. In più di un senso.

Giuseppe Sabella è direttore del think tank Oikonova (già Think-industry 4.0) e docente di relazioni industriali. Si è formato nell’esperienza del “Progetto Milano lavoro” (2001-2006) – noto anche come il laboratorio di Marco Biagi – da cui nel 2010 è nata l’attività di Oikonova. Collabora e ha collaborato con diversi editori e testate, tra cui Tgcom24, Il Sole 24Ore, Rai News e Il Sussidiario. È autore di diverse pubblicazioni, tra cui La guerra delle materie prime e lo scudo ucraino (Rubbettino 2022), Ripartenza Verde. Industria e globalizzazione ai tempi del covid (Rubbettino 2020), Società aperta e lavoro (con Giulio Giorello, Cantagalli 2019), Da Torino a Roma. La crisi dei corpi intermedi e il futuro della rappresentanza (introduzione di Giorgio Squinzi, Guerini e Associati 2015).

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