“La gioia dei classici. Letture e consigli di uno scrittore vorace” di Giovanni Orelli, a cura di Pietro Montorfani

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La gioia dei classici. Letture e consigli di uno scrittore vorace, Giovanni Orelli, Pietro MontorfaniLa gioia dei classici. Letture e consigli di uno scrittore vorace
di Giovanni Orelli
a cura di Pietro Montorfani
Edizioni Casagrande

Una gran copia di preziose note bibliografiche, un florilegio di citazioni dotte, un’intricatissima trama di rimandi intertestuali: insomma, una lettura stimolante e colta che non cessa di strizzar l’occhio complice al lettore. Giovanni Orelli, romanziere e poeta ticinese, ha curato per anni una rubrica letteraria sul settimanale svizzero Azione, i cui articoli sono ora raccolti in questo libro, «uno di quei libri che cominciano e finiscono a ogni pagina», per usare le sue stesse parole parlando degli Essais di Montaigne. Come scrive Egli stesso: «Di regola gli articoli di giornale (riflessioni interventi polemiche) non dovrebbero essere raccolti in volume. L’eccezione dovrebbe valere per quegli articoli che, letti a distanza di tempo dall’occasione che li ha fatti nascere e dalle circostanze che li hanno nutriti, sono ancora freschi; meglio: ancora conservano una buona razione di quella freschezza che gli era propria quando nacquero. L’eccezione è per gli articoli fatti con intelligenza di uomini e cose». E di intelligenza, in questi elzeviri, ce n’è molta.

Reinterpreta i classici l’Autore, quei «libri magnificamente atti a salare il sangue», come Egli li definisce, un faro nel convulso panorama editoriale odierno, come confessa: «Io non riesco minimamente a tener dietro al ritmo incalzante con cui si pubblicano libri (non pochi inutili e gonfiati, e oso aggiungere che più di un supplemento culturale di giornale ticinese eccelle in queste gonfiature). L’inseguire nevroticamente il momento, l’hic et nunc, ottunde il senso della tradizione, della storia.»

Orelli celebra «il voto foscoliano del ritorno alle istorie, la memoria e sconfiggere (di conseguenza) l’oblio, uno dei dèmoni del nostro tempo, che fa credere nella superiorità, nella eccellenza del nostro tempo su epoche del passato», consapevole che «anche chi fa di “mestiere” il redattore di una pagina letteraria cade facilmente nell’errore di privilegiare sempre l’ultimo romanzo, l’ultimo saggio, le poesie più recenti.»

Lo scrittore ticinese incarna e rappresenta splendidamente il «meraviglioso miracolo della lettura, che è comunicazione in seno alla solitudine, la quale concentra ed esalta le forze attive dell’anima», secondo la definizione di Giovanni Macchia.

Offriamo un piccolo saggio del suo stile, di quell’attualizzazione affabulatoria dei classici dalla quale è difficile non rimanere affascinati: «L’editore Laterza di Bari ristampa in tre volumi le commedie di Aristofane. Quelle a noi giunte sono undici, la prima è del 427 avanti Cristo. Aristofane è un simpatico autore, irriverente, capace di prendere rispettosi e rispettabili uomini come Socrate ed Euripide e di utilizzarli per le sue farse. Nelle Nuvole, per esempio, il contadino Strepsiade, che ha sposato una donna di livello sociale superiore al suo, ha un figlio al quale piace il ruolo del parvenu. Allora il padre decide di “farlo studiare” (diremmo noi oggi) e lo manda al “pensatoio”, dove si impara l’arte di vincere i processi. Siccome il figlio è renitente, è il padre che studia per lui, con risultati goffissimi. La guerra è mancanza di fantasia? Per Lisistrata sì, e siccome gli uomini sono sempre via a far guerre, l’ardimentosa Lisistrata organizza il più colossale sciopero del mondo, lo sciopero sessuale delle donne, fintanto che gli uomini continueranno a praticare l’osceno sport della guerra. Prendete gli Uccelli. Gli uccelli hanno preso il posto che era degli dèi e tutto il cosmo ne è rivoluzionato… […] Aristofane doveva provare un piacere enorme a sfottere il suo prossimo. La vespa col pungiglione più acuto era lui, anche se a un suo personaggio fa dire: «Stupido, vai a stuzzicare la razzaccia dei vecchi: succede un vespaio. Perfino il pungiglione hanno, bene appuntito, sotto il sedere: e come pungono! Strillano, saltano, feriscono, come scintille!».»

Sulla scorta di Orelli, facciamo dunque nostro il consiglio di Kafka a Gustav Janouch: «Lei dovrebbe leggere più libri vecchi. I classici. Goethe. Le opere vecchie presentano fin dall’esterno il loro più intimo valore: la durata. Ciò che è soltanto nuovo è la caducità personificata che oggi è bella per essere ridicola domani. Questa è la strada della letteratura».

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