La genesi del neofascismo in Italia. Dal periodo clandestino alle manifestazioni per Trieste italiana (1943-1953), Nicola ToniettoDott. Nicola Tonietto, Lei è autore del libro La genesi del neofascismo in Italia. Dal periodo clandestino alle manifestazioni per Trieste italiana (1943-1953) edito da Mondadori Università: in che modo si ricostituì in Italia, all’indomani del secondo conflitto mondiale, una presenza politica organizzata d’ispirazione neofascista?
Già all’indomani del 25 aprile le forze fasciste sbandate tentarono di darsi un coordinamento, aggregandosi sia per prestarsi aiuto reciproco, sia per provare a continuare la lotta anche se velleitariamente. A Milano nacquero sia i primi gruppi paramilitari clandestini come le Squadre d’Azione Mussolini, nonché il primo partito politico neofascista, ovvero il Partito Fascista Democratico di Domenico Leccisi. Era però a Roma e nel Sud Italia, dato il clima di non ostilità, se non di simpatia, che aveva accolto i reduci dell’avventura della RSI, che si trovava il terreno più fertile per la nascita e la crescita di un partito politico neofascista. In questa fase, segnata dall’incertezza e dall’indeterminatezza, rimanevano aperte due strade: la creazione di un gruppo politico che avrebbe permesso l’uscita dalla clandestinità e un riconoscimento ufficiale, oppure il proseguimento della lotta tramite gruppi paramilitari (ad es. i Fasci d’Azione Rivoluzionaria). Prevalse la prima via, anche se non all’unanimità. Tale decisione sfociò ben presto nella nascita del Movimento Sociale Italiano e nella confluenza, nel nuovo partito, degli esponenti dei gruppi neofascisti clandestini.

Chi furono i protagonisti del neofascismo italiano nei suoi primi anni di vita?
Tra i protagonisti del neofascismo nel suo periodo clandestino troviamo Pino Romualdi, ex segretario del Partito fascista repubblicano e fondatore sia dei FAR che del MSI; un triumvirato formato dagli ex gerarchi Carlo Scorza e Augusto Turati, assieme ad Olo Nunzi (ex capo della segreteria politica del Pfr), protagonisti per un breve periodo; Valerio Pignatelli, leader del fascismo clandestino nel Sud Italia. Questi nomi erano tuttavia troppo in vista: con la nascita del neofascismo politico occorrevano infatti personalità non eccessivamente compromesse anche se di sicura affidabilità (all’inizio poteva essere iscritto solamente chi avesse aderito alla RSI, ai gruppi clandestini nel Sud Italia o chi non avesse potuto parteciparvi in quanto prigioniero “non cooperatore”), spianando la strada a figure quali Giorgio Almirante, Arturo Michelini e Augusto De Marsanich.

Quali vicende condussero alla nascita del Movimento Sociale Italiano e alla sua piena legittimazione all’interno del panorama politico del dopoguerra?
Il Movimento Sociale Italiano venne fondato a Roma il 26 dicembre 1946 sulla spinta di alcuni piccoli gruppi e giornali di area neofascista, su tutti il “Fronte dell’Italiano” e il suo periodico di riferimento, “Rivolta Ideale” (che divenne giornale ufficioso del MSI). Superata la situazione emergenziale dell’immediato dopoguerra, chi ancora credeva nell’idea fascista decise di aggregarsi per formare un partito politico che fosse espressione diretta di quell’area politica e che potesse rappresentare gli “esuli in patria”, secondo l’espressione di Marco Tarchi. Il partito ottenne fin da subito discreti risultati elettorali, già nelle prime competizioni a cui il Movimento fu permesso di partecipare, ovvero le elezioni comunali di Roma del novembre 1947 e, nel 1948, poteva tenere il suo primo Congresso Nazionale e varcare le soglie del Parlamento repubblicano. Il passaggio della segreteria del partito da Almirante a De Marsanich (1950), inaugurava inoltre la nuova linea moderato-conservatrice, cattolica e filoamericana, con cui il MSI iniziò il suo progressivo inserimento all’interno del panorama politico italiano, anche tramite l’accordo con il Partito Nazionale Monarchico in vista delle elezioni amministrative del 1951 e del 1952, che videro il Movimento raccogliere, soprattutto nel Centro-Sud, sempre maggiori consensi. Il protagonismo dei giovani (in particolare sulla questione di Trieste) permise al partito neofascista di rafforzare e consolidare la propria posizione alle elezioni politiche del 1953 (6% delle preferenze), ottenendo l’appoggio del ceto medio, moderato e borghese del Sud, ai danni della Democrazia Cristiana. Si completava pertanto un ciclo che aveva visto i reduci della Repubblica Sociale passare in pochi anni dalla clandestinità alla partecipazione attiva nella vita politica italiana. Fu proprio in questo momento favorevole al partito neofascista, tuttavia, che la sua avanzata venne frenata e che vide, oltre al fallimento della tattica dell’inserimento in una più ampia coalizione anticomunista, gli inasprimenti delle lotte interne con il conseguente allontanamento delle anime ritenute più radicali e la creazione di partiti-movimenti alternativi al MSI.

A quale monitoraggio erano sottoposti i gruppi di destra?
Sia il MSI che i gruppi più o meno clandestini preesistenti o che continuarono ad essere attivi anche dopo la nascita del Movimento, venivano attentamente seguiti da parte delle autorità di polizia e dei servizi informativi sia italiani che angloamericani, i quali nell’immediato dopoguerra continuavano a monitorare da vicino la situazione italiana. La polizia, già nei giorni immediatamente seguenti alla nascita del partito, era a conoscenza della sua fondazione, di chi vi aveva aderito e dei suoi scopi. Si può dire peraltro che l’ondata di arresti che colpì le organizzazioni clandestine quali i FAR, spinse ulteriormente verso la convinzione che la scelta legalitaria fosse quella necessaria per garantire la sopravvivenza dell’ “Idea”. L’attenzione delle forze di polizia ed informative, sia italiane che straniere, nei confronti del MSI crebbe peraltro parallelamente alla sua espansione organizzativa ed elettorale. In tale opera si distinse il Questore di Roma Saverio Polito, il quale fu il “braccio destro” del ministro dell’Interno Mario Scelba, nell’offensiva da lui portata avanti contro il MSI. Se una parte della DC infatti provava a ridimensionare la destra cercando di integrare i missini, l’allora titolare del Viminale puntava alla loro eliminazione grazie alla legge che portava il suo nome e che puniva la riorganizzazione del partito fascista e l’apologia del fascismo. Un’operazione che però non produsse i risultati attesi, grazie soprattutto ai già citati risultati elettorali delle elezioni amministrative del 1952.

Quali differenze e tensioni esistevano all’interno del MSI e come queste si rifletterono nelle posizioni assunte rispetto ai grandi temi della politica nazionale e internazionale?
Il MSI, fin dall’inizio, era stato fondato da anime eterogenee, le quali portavano avanti idee anche fortemente contrastanti tra loro, rispecchiando peraltro, anche se in forma minore, le forti divisioni all’interno dello stesso PNF durante il ventennio. Possiamo individuare genericamente almeno tre correnti: l’ala sinistra, che si rifaceva al “socialismo nazionale” e alle posizioni antiborghesi e anticapitaliste espresse dal Fascismo Repubblicano, l’ala moderato conservatrice, espressione dei notabili del fascismo-regime estranei all’esperienza di Salò, e la destra spiritualista che si rifaceva al pensiero di Julius Evola. Tali divisioni tuttavia non erano così nette: lo stesso De Marsanich ad esempio, era espressione dell’ala centrista del partito ma aveva partecipato alla RSI. Al contrario Giorgio Almirante, considerato portavoce della “sinistra”, non si oppose nettamente alla scelta atlantista che si andava delineando all’interno del partito. Fu proprio sulla decisione a favore del Patto Atlantico che si consumò la prima scissione all’interno del partito nel 1952, con l’espulsione dell’anima più “a sinistra” raccolta nei Gruppi Autonomi Repubblicani. La strategia dell’ala centrista dell’ “inserimento nelle istituzioni”, iniziata da De Marsanich e portata avanti da Arturo Michelini, nuovo segretario nel 1954, provocò malumori anche da destra, la quale già dal 1953 riunita sotto il gruppo denominato Ordine Nuovo, fu capostipite dei numerosi gruppi dell’estrema destra extraparlamentare protagonisti nei decenni successivi.

Di quale rilevanza è la questione di Trieste: non solo simbolo ma anche terreno di lotta per il partito tra la fine degli anni Quaranta e la prima metà degli anni Cinquanta?
La città di Trieste e la questione giuliana rivestirono un’importanza cruciale per la crescita del partito tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta. Il MSI cercò di sfruttare l’attivismo delle organizzazioni giovanili (che in altri casi poteva risultare dannoso per l’immagine che il partito stava cercando di costruirsi all’esterno) incanalandolo verso la causa nazionale per eccellenza, ovvero il ritorno di Trieste all’Italia, per ottenere visibilità e successo. I giovani neofascisti non si limitarono peraltro, ad attuare azioni di propaganda all’interno del mondo universitario ma parteciparono attivamente alle diverse manifestazioni e scontri di piazza che si tennero a Trieste tra il 1952 e il 1953 per rivendicare l’ “italianità” della città giuliana. I mesi di forte tensione culminarono nelle “giornate di Trieste” del 4, 5 e 6 novembre 1953, le quali videro in prima fila i giovani missini. Il loro protagonismo, come già ricordato, permise al partito di raggiungere il buon risultato elettorale del 1953 e un ottimo risultato alle amministrative triestine del 1956 (14%). Il MSI tuttavia non seppe trasformare il suo forte impegno propagandistico in un’occasione per rilanciare il partito in ottica nazionale, questo, oltre all’effettivo merito delle forze di Governo nel risolvere la questione triestina, anche a causa della mancanza di una strategia ulteriore riguardante il confine orientale che non fosse, dopo il ritorno di Trieste, la rivendicazione ormai anacronistica dell’Istria e della Dalmazia.

Nicola Tonietto, nato a Bassano del Grappa nel 1990, ha conseguito la laurea magistrale in Scienze storiche presso l’Università degli Studi di Padova nel 2014 con una tesi sull’eversione di destra in Italia negli anni Settanta. Nel 2018 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in Storia presso l’Università degli Studi di Trieste ed ha inoltre ricevuto il premio Spadolini Nuova Antologia per la tesi di dottorato. I suoi interessi di ricerca si indirizzano verso la storia delle destre italiane nel dopoguerra, la questione di Trieste e la storia d’intelligence.