“La fortezza espugnata. Attraversare la crisi con Ignazio di Loyola” di Tiziano Ferraroni

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Prof. Tiziano Ferraroni, Lei è autore del libro La fortezza espugnata. Attraversare la crisi con Ignazio di Loyola, edito da San Paolo: di quale attualità è, per l’uomo d’oggi, il Racconto del Pellegrino di Ignazio di Loyola?
La fortezza espugnata. Attraversare la crisi con Ignazio di Loyola, Tiziano FerraroniHo incontrato parecchie persone, anche giovani, che sono state profondamente trasformate dalla lettura di questo racconto. Non vi nascondo che questo fatto non smette di sorprendermi: non è per nulla scontato che un testo di 500 anni sia capace di intercettare la vita degli uomini e delle donne di oggi! Credo che una delle ragioni principali di questa “attualità” sia lo stile diretto, genuino, di questo scritto. Ci si aspetterebbe di trovarsi di fronte ad una raccolta di episodi edificanti – così siamo abituati a comprendere i racconti agiografici –, e invece ci troviamo immersi nella storia di un giovane che ha visto crollare i suoi sogni, e che, a tentoni, cerca di rifarsi una vita. Tutto quello che è descritto nel Racconto del Pellegrino, anche a livello di scoperte spirituali, è quindi offerto al lettore non come qualcosa “che cade dall’alto”, ma come il frutto di un lungo e doloroso cammino di ricerca, di cadute, di tentativi… Questo, secondo me, risveglia in chi legge un profondo rispetto e una viva empatia nei confronti del protagonista.

Certo, questa lettura potrebbe anche disturbare chi si aspettasse uno stile di scrittura più “canonico”. Basti pensare che, dopo qualche anno dalla morte di Ignazio, la Compagnia stessa decise di ritirare questo testo dalla circolazione, per sostituirlo con un altro “più consono alla biografia di un santo”, che nel frattempo era stato redatto da un altro compagno gesuita, Pedro de Ribadeneira. Solo alla fine dell’800 l’autobiografia originale sarà riesumata, e solo nel secolo scorso diventerà accessibile a chiunque desideri leggerla e approfondirla.

In generale, però, mi sembra che le donne e gli uomini di oggi preferiscono i racconti che narrano la vita nella sua nudità, senza nasconderne le pieghe più oscure, il lato più drammatico. Basti pensare al notevole successo degli scritti autobiografici di persone “celebri”, che descrivono le loro crisi e il modo in cui le hanno attraversate. Questi scritti hanno una funzione catartica: chi li legge e si trova in situazioni simili a quelle raccontate, si immedesima nel protagonista e si sente così meno solo. Se poi il racconto lascia intravvedere una via di rinascita – come spesso è il caso, perché chi racconta l’abisso lo può fare solo in quanto in qualche modo ne è uscito –, esso diventa il portavoce di una possibilità: chi legge potrà concludere la lettura abitato da una speranza nuova: è possibile, anche per me! Mi sembra che il Racconto del Pellegrino si situi proprio in questo genere di scritti. Più ancora, il cammino che ha fatto Ignazio lo ha portato a una così profonda trasformazione interiore, che più ancora che di rinascita si potrebbe parlare di una vera e propria nascita: questo cammino infatti non lo porta a restaurare la vita precedente, ma a instaurare un modo radicalmente nuovo di stare al mondo, e di relazionarsi con se stesso, con gli altri e con Dio. Il lettore che ha sete di questa novità per la sua vita, troverà nel Racconto del Pellegrino un ricco tesoro di suggerimenti appropriati.

In che modo il giovane Iñigo ha vissuto la sconfitta e la frustrazione?
Bisogna premettere che il giovane Iñigo non era abituato alle sconfitte: cavaliere (hidalgo) cresciuto alla vita di corte, figlio del signorotto della regione e dotato di un temperamento assertivo, aveva sempre trovato il suo posto dalla parte dei vincitori. Per questo la sconfitta di Pamplona, con la grave ferita che ne è derivata e che ha lasciato dei segni indelebili sul suo corpo, è stata per lui un colpo durissimo. In quel momento vede veramente crollare tutto il suo mondo.

Iñigo però non si perde d’animo Non era qualcuno che si arrendeva facilmente. La sua prima reazione è quella di non accettare la realtà dolorosa che si presenta ai suoi occhi: cerca di modificarla e di far tornare tutto come prima. Questa volta, però, la realtà non sembra disposta ad obbedire ai comandi del giovane Iñigo, e anzi sembra voler essere lei a dettare le sue leggi. Tra Iñigo e la realtà si instaura allora una lotta all’ultimo sangue – è davvero il caso di dirlo se pensiamo che Ignazio fu tentato di suicidio –, e questa lotta si conclude quando Ignazio si arrende alla realtà, e a Dio che in qualche modo era al lavoro attraverso di essa. L’arrendersi di Ignazio non significa però il rinunciare a vivere, o il lasciare passivamente che d’ora in poi sia la realtà a decidere per lui. Al contrario, Ignazio si arrende alla realtà nel senso che la accoglie così come è – e accoglie se stesso così come è –, abbandonando il mondo immaginario che per tanti anni aveva condizionato il suo modo di stare al mondo, in cui aveva alimentato un’immagine sproporzionata di sé. A partire da quel momento sarà un uomo nuovo, libero dal proprio “io” ingombrante, e per questo capace di mettersi in ascolto della realtà, di dialogare con essa e di agire in modo autentico e fecondo.

Quale rilevanza assume, nel Racconto, il termine “desiderio”?
Il termine “desiderio” compare già nel primo numero del Racconto del Pellegrino, e accompagna Ignazio lungo tutto il suo percorso. Davvero possiamo dire che Ignazio è stato un uomo di desiderio! Il desiderare di Ignazio dice il suo essere sempre in ricerca, in movimento, il suo non accontentarsi, l’andare sempre più in là. Non a caso Ignazio, quando parla di sé, si definisce il pellegrino, cioè colui che cammina, che non è mai arrivato. Ciò che colpisce più di tutto, però, è il fatto che Ignazio non cerchi un altro termine per parlare dei desideri della sua giovinezza, quelli di cui, con il senno di poi, avrebbe potuto vergognarsi: avrebbe potuto chiamarli istinti, bramosie, dipendenze, e invece eleva anche quelli al rango di desideri. È come se ci dicesse che “bisognava passare di là”, e che quello che conta è il movimento stesso del desiderare. Sarà poi la vita a mostrare l’inconsistenza di alcuni desideri, come è avvenuto al giovane Iñigo, e sarà l’arte di interrogare i propri desideri, di scartare quelli “falsi” e di seguire quelli “autentici”, a marcare i passi di una vita sempre più piena. Non è un caso che Ignazio, seguendo il suo desiderare, sia giunto a intercettare la sete infinita che abitava dentro di lui, e a cercare per tutta la sua vita l’unica Sorgente che potesse soddisfarla.

Come si articolò il percorso di rinascita di Ignazio?
Non è facile rispondere a questa domanda, perché, sebbene ci siano stati nella vita di Ignazio degli avvenimenti determinanti per il suo processo di rinascita – e sono quelli che lui riporta –, la loro somma non garantisce il compimento del processo. Ignazio stesso, quando narra le tappe cruciali della sua rinascita, lascia sempre uno spazio per una domanda irrisolta, per un qualcosa di indeterminabile: perché proprio in quel momento, e non prima o non dopo? Perché proprio a lui? O più semplicemente ancora: perché? Qualcosa sfugge. Ignazio vede in quello scarto l’intervento imprevedibile di Dio, e afferma: “Volle il Signore…”.

Se però andiamo al di là degli avvenimenti concreti della vita di Ignazio, e cerchiamo di individuare gli elementi di fondo che hanno determinato il suo percorso di rinascita, possiamo intravvedere tre dimensioni che, intrecciandosi tra loro, sono andate via via crescendo in Ignazio: la consapevolezza di sé, l’apertura a un Dio vivo, e l’apertura agli altri/al mondo.

La consapevolezza di sé, che Ignazio descrive nei termini di apertura degli occhi, comincia nel paragrafo [8] del Racconto del Pellegrino, quando improvvisamente il giovane convalescente a Loyola sperimenta una chiara percezione dei pensieri e dei sentimenti che lo abitano, e impara a gustarli e a distinguerli. Questa consapevolezza, che andrà gradualmente crescendo in lui, sarà la conditio sine qua non del discernimento degli spiriti: senza un “io” dis-identificato dai propri pensieri e dai propri sentimenti, e quindi capace di osservarli e di comprenderli, nessun discernimento è possibile.

La seconda dimensione che cresce in Ignazio parallelamente alla consapevolezza di sé, è l’apertura a un Dio vivo. I primi passi del pellegrino mostrano infatti una fede ancora molto volontarista, in cui egli non entrava realmente in dialogo con Dio, ma desiderava solo compiere grandi imprese per un “Dio” che in realtà non era altro che una sua proiezione. Piano piano Ignazio imparerà a riconoscere Dio come un interlocutore reale della sua vita, come qualcuno a cui può rivolgersi personalmente e che gli risponde attraverso il linguaggio dell’interiore, che chiede di essere conosciuto e interpretato.

Infine, aprendosi sia ai propri movimenti interiori che a Dio, Ignazio cresce anche nell’apertura agli altri, al mondo. Se il giovane Iñigo era ancora molto centrato su di sé, sui propri sogni di grandezza, l’Ignazio che percorre il cammino spirituale sarà sempre meno preoccupato di sé e sempre più occupato ad aiutare le persone che incontra a realizzare la loro vita in Dio. Questa attenzione diventerà poi lo scopo stesso della sua vita e dell’Ordine che fonderà insieme ad alcuni altri compagni.

Quale lezione possiamo trovare nel grido di Ignazio?
Il grido di Ignazio segna un punto apicale del Racconto del Pellegrino. È il momento in cui Ignazio tocca il fondo. È da mesi che pratica una durissima ascesi per “Dio”, eppure non gli sembra abbastanza; non si sente perdonato, è attanagliato dagli scrupoli… Ha provato ogni mezzo per conquistare l’amore di Dio, eppure non c’è riuscito. Allora, ormai allo strenuo delle sue forze, grida. Grida a Dio, e quel grido è una preghiera, la sua prima vera preghiera: “Soccorrimi, Signore, perché non trovo alcun rimedio tra gli uomini…” (Racconto 23). In quel grido è contenuta tutta la sua angoscia, ma questa angoscia non è più intrappolata dentro di lui: è consegnata ad un altro, a Dio. Gridando la sua impotenza, Ignazio ammette – a se stesso prima di tutto – che da solo non ce la fa e che ha bisogno di aiuto. E Dio verrà in suo aiuto, e Ignazio farà finalmente l’esperienza dell’amore senza condizioni di Dio, di un amore che precede ogni sforzo umano.

Attraverso il grido, Ignazio ci invita a fidarci di Dio, o per lo meno ci dice che se nella vita le abbiamo provate tutte e ci sembra che non ci siano più vie d’uscita, ci resta un’ultima possibilità: quella di gridare a Dio, cioè di pregare, perché la preghiera è grido, è grido rivolto a Dio. Allora qualcosa succederà…

Tiziano Ferraroni è nato a Fiorenzuola d’Arda (PC) il 16 maggio 1978. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 2004, è stato ordinato sacerdote nel 2014. Oltre agli studi di chimica svolti prima di entrare nella vita religiosa, e ai classici studi di filosofia e di teologia, ha frequentato un Master di spiritualità ignaziana all’università di Comillas (Madrid), e ha sostenuto una tesi dottorale al Centre Sèvres (Parigi) sul ruolo della vulnerabilità nella vita spirituale, intrecciando lo studio della filosofia (Ricœur e Levinas) con quello della spiritualità (Ignazio di Loyola). Tra i suoi scritti, oltre a La fortezza espugnata, segnaliamo La brèche intérieure (Editions jésuites de Paris, 2020).

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