La filologia ellenistica. Lineamenti di una storia culturale, Fausto MontanaProf. Fausto Montana, Lei è autore del libro La filologia ellenistica. Lineamenti di una storia culturale edito da Pavia University Press: qual è l’eredità della filologia ellenistica?
Ogni ricostruzione critica di una pagina della storia cerca di aggiungere un segmento nella mappa del DNA diacronico dell’umanità. In questo senso, la prima “eredità” che ci viene da qualsiasi esperienza del passato, quando la recuperiamo, è una briciola di autoconoscenza e di consapevolezza in più. Lo specifico della filologia ellenistica è di offrirci la prima esperienza su larga scala degli interrogativi e delle soluzioni suscitati dal problema della distanza fra i prodotti dell’arte della parola e i modi della loro registrazione e trasmissione nel tempo. È la prima presa di coscienza professionale di un problema: riconoscere e ritrovare l’autenticità dell’arte (letteraria, nel caso particolare). Com’era l’Antigone di Sofocle? Che cosa è il testo scritto dell’Antigone di Sofocle che ho tra le mani, rispetto allo spettacolo andato in concorso ad Atene nel 442 a.C.? Perché le tre copie manoscritte dell’Antigone che ho sotto gli occhi si differenziano fra loro per così tante discrepanze testuali? Come recuperare il testo più vicino a quello originario, autentico? (E come recuperare lo spettacolo originario, nel suo profilo “tridimensionale”, aspetti extraverbali inclusi?). Gli interrogativi che si presentarono ai primi filologi riuniti ad Alessandria ellenistica costituiscono uno degli anelli iniziali di una catena di domande che arriva fino a noi, alla filologia classica e alla filologia tout court: Che cos’è il “testo” di un’opera d’arte che usa la parola, oggi? Che rapporto c’è fra le testualizzazioni dell’opera e la/le sue performance? Quanto e come i modi della pubblicazione e della trasmissione incidono sulla forma e sulla qualità dei prodotti dell’arte letteraria? Quanto e come le nuove e nuovissime tecnologie della registrazione e della pubblicazione (dall’e-book a Youtube) incidono e incideranno sulla composizione, la fruizione e la conservazione della parola artistica? E la filologia, il cui fine tradizionalmente è il ripristino e la conservazione dell’autenticità dell’arte, come deve rapportarsi con questo universo in movimento?

Come si sviluppò la filologia prima e fuori di Alessandria?
Da molto tempo i cosiddetti “precedenti” della filologia ellenistica sono oggetto di studio specialistico: a cominciare dalla ridondanza intrinseca alla composizione poetico-musicale stessa, che nella civiltà greca antica si invera come dialettica necessaria fra tradizione e innovazione, dunque fra la competenza del poeta sulla produzione anteriore e altrui e la sua invenzione personale e originale; e poi il corrispondente atteggiamento degli esecutori-non-autori, a noi noto nella forma peculiare del know how dei rapsodi, esecutori professionisti della poesia epica tradizionale, che all’occorrenza si facevano interpreti del difficile lessico omerico (le glosse) dinanzi ai loro uditori; e ancora l’istruzione, che, nelle aree “progredite” da questo punto di vista (in primis Atene nel V e IV secolo a.C.), già ai livelli elementari proponeva la lettura e scrittura di passi omerici e la connessa decifrazione di parole difficili; quindi, a partire dalla fine del V secolo, la riflessione dei Sofisti, i retori-filosofi orientati a innovare il sistema culturale tradizionale del mondo greco esplorando il linguaggio della poesia per ricavarne device utili al discorso referenziale in pubblico, in tribunale, nell’agorà, nelle assemblee politiche; per finire con i filosofi sistematici, come anzitutto Platone e Aristotele e i rispettivi colleghi e allievi, poi al principio dell’età ellenistica anche gli Stoici, con le loro ricerche di filosofia del linguaggio, di retorica e di poetica. La sottomissione macedone delle poleis e la costituzione di regni e dinastie monocratiche, negli anni finali del IV secolo e nei decenni iniziali del III, favorirono fenomeni affatto nuovi di organizzazione centralizzata e vertiginosamente verticale delle politiche culturali, che in alcuni casi si concretizzarono nella forma di una intelligentsia di corte destinata anche alla produzione e conservazione dell’arte poetica e letteraria. Abbiamo notizie di questo tipo, oltre ovviamente che per Alessandria, ad esempio per Pella, la capitale storica della dinastia macedone. Altri centri (Rodi, Pergamo) si svilupparono di pari passo o di riflesso rispetto ad Alessandria. Atene mantenne una posizione di preminenza culturale anche o soprattutto come “feticcio” o fossile della paideia antica, riverita, ambita e costantemente contesa dalle dinastie rivali succedute alla morte di Alessandro Magno. Il quadro che ne ricaviamo è quello di un ricco e variegato insieme di esperienze tra loro slegate ed eterogenee, prefigurazioni di singoli aspetti che poi troveranno sistemazione graduale ma organica e continua in una nuova disciplina professionale – la filologia – nell’Alessandria tolemaica.

Quali erano i metodi di lavoro della filologia ellenistica?
Nel mio libro cerco di mettere in evidenza un frutto della ricostruzione storica sulle origini della filologia in età ellenistica: il carattere pragmatico, empirico e progressivo della genesi e della costituzione della disciplina filologica. Ciò significa anzitutto che dobbiamo mettere da parte l’idea di un’origine teoretica e astratta, “a tavolino”, della filologia e dei suoi metodi. Essa nacque come prestazione di esperti di letteratura (poeti greci militanti) in favore di un committente monocratico (i primi re Tolomei ad Alessandria) interessato, per ambizione di egemonia politica e culturale di raggio imperiale, a fondare il pedigree ellenico della nascente dinastia. Il progetto tolemaico si esplica attraverso la concentrazione fisica di talenti greci attivi (nel Museo) e l’accumulo massiccio di registrazioni librarie della tradizione letteraria greca (nella Biblioteca). I poeti del Museo sono fatti responsabili di costituire, ordinare e portare a compimento la raccolta libraria: fra le prime personalità che sappiamo essere state coinvolte figurano Licofrone di Calcide, Alessandro Etolo, Callimaco di Cirene. L’incontro pianificato di poeti con libri di poeti, allo scopo di costituire un’inedita e innaturale raccolta universale di poesia in forma scritta, fu l’innesco di una deflagrazione intellettuale di portata storica.

In principio fu la constatazione di serissimi problemi: Qual è l’Antigone di Sofocle? Perché le diverse copie manoscritte dell’Antigone acquisite nella Biblioteca hanno tante e tali discrepanze testuali? ecc. Il progressivo insorgere di queste domande stimolò l’escogitazione e l’affinamento, per gradi e nel corso del tempo, di risposte idonee ed efficaci sul piano pratico. Anzitutto, l’operazione di correzione testuale (la parola greca è diòrthosis, “raddrizzamento”) basata sia sul confronto delle copie disponibili (un’operazione che è l’antenata della “collazione”, il confronto sistematico degli esemplari manoscritti conservati, nel metodo filologico moderno), sia sulla competenza personale del poeta-correttore in rapporto all’autore e al genere oggetto di correzione (dunque con il ricorso all’extrema ratio di soluzioni congetturali). Poi, la formalizzazione delle conclusioni del lavoro critico svolto dal poeta-filologo: da un lato, licenziando la copia corretta da custodire nella Biblioteca (èkdosis, “edizione”, “messa a disposizione”), contenente il testo dell’opera antica ritenuto il più vicino possibile a quello autentico; dall’altro, mediante la registrazione dei ragionamenti critici sviluppati attorno ai singoli problemi testuali in uno scritto strumentale a parte, chiamato con il vocabolo generico di hypòmnema (“pro-memoria”, “commentario”). Dal momento che èkdosis e relativo hypòmnema viaggiavano in rotoli librari separati, il collegamento fra testo dell’edizione e commento era garantito da due espedienti pratici: nell’hypòmnema il segmento di testo interessato (lemma, “parte presa”, “estratto”) era copiato per esteso subito prima del rispettivo commento; e i punti testuali oggetto di discussione erano contrassegnati nell’èkdosis da simboli o segni (semèia), che poi erano riprodotti identici nell’hypòmnema in corrispondenza dei relativi commenti. Altri strumenti messi a punto dai filologi erano la raccolta di parole poetiche accompagnate da spiegazione (con distinzione moderna: glossai o glossari, se le parole erano tratte da un’unica opera letteraria ed erano disposte secondo l’ordine in cui esse comparivano nell’opera stessa; lexeis o lessici, se la raccolta comprendeva parole letterarie di provenienza diversa, che allora erano disposte secondo un criterio esterno, come l’ordine alfabetico o raggruppamenti semantici) e la monografia dedicata a un problema critico ben definito (sỳngramma).

Strettamente sul piano dei procedimenti metodologici, acquistarono importanza e fama sin dall’antichità due atteggiamenti critici per la valutazione delle lezioni testuali, che furono particolarmente cari ad Aristarco di Samotracia (ca. 215-144 a.C.) soprattutto nel campo dell’omeristica: il criterio del prepon (il “conveniente”), di ascendenza aristotelica, secondo cui l’assetto testuale di un passo poetico è corretto se soddisfa le caratteristiche attese in ragione del contesto, del contenuto, della caratterizzazione dei personaggi, del genere letterario; e il criterio di coerenza dell’autore all’interno di una sua opera, o coerenza poetica, espresso dal paradigma Hòmeron ex Homèrou saphenìzein, “chiarire Omero mediante Omero”. Alla base di questi due criteri sta un concetto che discende in ultima analisi da Aristotele ed è di fondamentale importanza anche per la riflessione estetica e poetica moderna: la consapevolezza che l’arte costituisce un universo a sé, autonomo dal mondo reale e dalle sue regole, dotato di “leggi” sue proprie; e che l’arte, la letteratura, non possono essere comprese e giudicate se non secondo questo loro codice.

Quale fu l’importanza della Biblioteca di Alessandria per lo sviluppo della filologia antica?
La Biblioteca di Alessandria è stata ed è uno dei più formidabili miti della coscienza storica e culturale del Mediterraneo, nelle sue ottiche ellenizzata, romana, araba, bizantina e poi umanistica-moderna. La visuale storiografica deve registrare queste forme di ricezione e “narrazione” dell’immagine della Biblioteca, che in fondo testimoniano la piena e longeva riuscita della propaganda tolemaica, però affrancandosene per concentrarsi sulla realtà effettiva. Da quanto ho già detto (in risposta alla domanda 3) dovrebbe apparire che il significato storico della raccolta libraria tolemaica fu quello di offrire, forse involontariamente, l’occasione di constatare un abissale problema, che probabilmente fino ad allora non si era palesato in tutta la sua drammaticità: l’estrema anarchia dei processi di circolazione e trasmissione delle registrazioni manoscritte della letteratura greca. Avere davanti agli occhi molteplici copie dell’Iliade di Omero o della Medea di Euripide dette evidenza alla necessità di riboccarsi le maniche e inventarsi qualcosa, perché infine nello scaffale del re trovasse posto “la” Iliade, “la” Medea. Oltre a questo effetto formidabile per la storia della cultura e per la storia della tradizione manoscritta delle opere antiche, l‘accumulo librario garantì la tesaurizzazione e la tutela di un patrimonio immenso, che al suo culmine risulta avere contato quasi mezzo milione di rotoli. A partire dal II secolo a.C., la dinastia degli Attalidi a Pergamo si mise in competizione e costituì una propria Biblioteca e un circolo di studiosi. Alla fine dell’età ellenistica, la Roma augustea trionfante sui regni ellenistici e nel Mediterraneo si appropriò del testimone; e quella straordinaria eredità, con i suoi strumenti critici metabolizzati e raffinati nel corso di tre secoli (le ekdòseis, gli hypomnèmata, i syngràmmata, le lexeis), per via diretta o indiretta alimentò la cultura letteraria e la creatività artistica di intellettuali e poeti di lingua latina che si chiamavano Virgilio, Orazio, Ovidio.

Chi furono i più importanti filologi alessandrini?
Nel libro tento di superare il modello storiografico tradizionale, e già antico, eccessivamente polarizzato sulla distinzione tra figure “maggiori” e “minori” della filologia ellenistica. Non c’è dubbio che le fonti consentano (e impongano) di apprezzare il peso eccezionale dei traguardi tagliati da Aristofane di Bisanzio (ca. 257-180 a.C.), soprattutto nel campo dell’èkdosis delle opere e in quello dello studio della componente metrica della poesia lirica, e da Aristarco di Samotracia, suo allievo, principalmente nel terreno della critica testuale, riversata in ekdòseis ed hypomnèmata. A Dionisio Trace (ca. 170-90 a.C.), uno dei quaranta allievi di Aristarco, possiamo attribuire il duplice merito di avere avviato lo studio grammaticale della lingua su un binario più sistematico e autonomo e di essere stato un decisivo disseminatore della filologia aristarchea al di fuori di Alessandria. Parimenti, Cratete di Mallo, l’esponente principale della filologia pergamena, è accreditato dalle fonti di avere impresso un impulso essenziale agli interessi filologico-letterari a Roma verso la metà del II secolo a.C. Ma conosciamo, e la ricerca va riportando sempre più in luce, figure di “comprimari” che ebbero solo il torto di essere oscurati dai loro contemporanei o successori, ma ebbero voce significativa nei dibattiti filologici del Museo. Il modello storiografico più idoneo pare quello che cerchi di ristabilire il sistema complesso delle relazioni intellettuali, che doveva essere fitto e intenso, e non solo o non sempre intriso di bellicosità litigiosa, come una rappresentazione già antica, di impronta “antiaccademica”, cerca di accreditare. In effetti, una delle conquiste intellettuali della filologia ellenistica è da riconoscere nell’idea che la ricerca trae vantaggio quando è un cammino d’équipe, nel quale la condivisione critica e la discussione delle idee cooperano proficuamente al conseguimento di progressi e traguardi di comprensione e conoscenza.

Come evolse la filologia nel Basso Ellenismo e durante l’età di Augusto?
Come ho già accennato (in risposta alla domanda 5), il Basso Ellenismo fu caratterizzato dalla fuoriuscita della filologia da Alessandria e da Pergamo. Il caso di Alessandria è istruttivo: una violenta crisi dinastica, scoppiata in seno alla casata dei Tolomei quando l’anziano Aristarco era ancora a capo della Biblioteca (145/4 a.C.), causò la temporanea chiusura delle istituzioni culturali tolemaiche e la diaspora di Aristarco stesso e dei suoi allievi. Ciò favorì la diffusione al di fuori dell’Egitto delle idee e delle prassi filologiche più avanguardistiche del tempo; un ruolo in questo senso fu esercitato dall’aristarcheo Dionisio Trace, che si trasferì a Rodi e lì aprì una propria scuola frequentata anche da promesse dell’élite culturale romana. Un allievo di Dionisio, Tirannione (ca. 100-25 a.C.), fu attivo a Roma nell’età di Augusto e può essere visto come un documentato trait d’union tra la filologia alessandrina e la nuova e unica capitale politica, militare e culturale del Mediterraneo. Sono da leggere sotto questa luce anche figure lungamente considerate negli studi come “epigoni” un po’ sterili e scarsamente intelligenti della gloriosa tradizione alessandrina, il cui esemplare più bistrattato è Didimo (età di Cicerone e di Augusto) detto Chalkènteros, “viscere di bronzo”, un “secchione” capace di macinare qualsiasi tipo di sapere ma, appunto, in modo passivo, pedante, ripetitivo. Didimo fu autore di una quantità smisurata di scritti (un altro nomignolo, bibliolàthas, ironizzava sul fatto che neppure lui si ricordava i libri che aveva composto), che evidentemente rispondevano a un piano programmatico: realizzare una summa del secolare patrimonio filologico alessandrino. Se contestualizziamo Didimo e il suo operato nelle coordinate storiche e culturali del tempo – la fine del regno tolemaico e di un’epoca intera, la disseminazione della filologia, l’autoaffermazione inappellabile e travolgente di Roma come nuova Atene e nuova Alessandria – si è portati con naturalezza e interpretare il suo operato come il frutto benemerito di una titanica mission: salvaguardare l’eredità di Alessandria e favorirne il traghettamento a Roma e nel Mediterraneo, per dare inizio a un capitolo nuovo e a una nuova avventura.

Fausto Montana (Pisa, 1966) è professore di Lingua e letteratura greca all’Università di Pavia. Ricopre incarichi in organismi e progetti scientifici nazionali e internazionali. È autore di oltre cento pubblicazioni specialistiche e di opere di formazione universitaria e liceale. Ha collaborato al GI. Vocabolario della lingua greca (Torino, Loescher, 1995, 20093) e alla Storia della letteratura greca (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2017) di Franco Montanari, con cui è anche coautore della Storia della letteratura greca. Dalle origini all’età imperiale (Roma-Bari, Laterza, 2010).