Prof. Glauco Sanga, Lei è autore del libro La fiaba. Morfologia, antropologia e storia edito da CLEUP: a quando risale l’origine della fiaba?
La fiaba. Morfologia, antropologia e storia, Glauco SangaIl grande studioso russo Vladimir Propp riportava l’origine della fiaba ai miti iniziatici dei cacciatori-raccoglitori, e io sono d’accordo con lui: la fiaba risale alla preistoria del genere umano.

In che modo i miti iniziatici si sono trasformati in fiabe?
Propp pensava a una progressiva trasformazione dei miti in fiabe con il disuso dei rituali iniziatici e la trasformazione delle culture di caccia-raccolta in seguito alla rivoluzione neolitica. Quindi i miti iniziatici, persa la loro sacralità, sarebbero diventati racconti profani, fiabe.

Io la penso un poco diversamente: in realtà le culture dei cacciatori non si trasformano necessariamente quando entrano in contatto con le culture produttive (coltivatori e allevatori) ma: o vengono spazzate via; oppure convivono intrecciando rapporti di scambio, creando situazioni simbiotiche, come si vede bene in Africa, dove i gruppi superstiti di cacciatori-raccoglitori, “incapsulati” tra le popolazioni agricole e pastorali, hanno fitti scambi matrimoniali, economici, culturali; scambi però sempre asimmetrici, tanto è vero che i gruppi in contatto mantengono una loro sostanziale integrità e tendono a non mescolarsi.

È probabile che la simbiosi tra cacciatori e coltivatori abbia comportato fin dall’origine scambi sia economici che culturali: i cacciatori non avevano solo miele e selvaggina da barattare coi prodotti agricoli, avevano anche prodotti culturali, verosimilmente altrettanto apprezzati dai coltivatori: rituali (spesso erano loro demandati i riti magici e le iniziazioni); capacità magiche e divinatorie (compresa la medicina, magica ed erboristica); e racconti, le narrazioni. I racconti passano liberamente, ad esempio, tra Bantu e Pigmei; e i cacciatori, come la ricerca etnografica ha dimostrato, sono grandi specialisti del racconto; anzi, secondo Carlo Ginzburg, l’idea stessa di narrazione ha un’origine venatoria, nasce tra i cacciatori.

Il racconto era una risorsa, come il miele e la selvaggina. Il mito iniziatico, spogliato della sacralità di cui era rivestito nella propria società, poteva essere “venduto” dai cacciatori ai vicini produttori come racconto fantastico profano, nelle serate attorno al fuoco al villaggio; e poteva essere narrato ai bambini dalle donne dei cacciatori che entravano come spose nei villaggi. E lo stesso vale per i miti di caccia con protagonisti animali, divenuti favole di animali.

Quali elementi caratterizzano la fiaba popolare di tradizione orale all’interno del genere della narrativa popolare?
La forma costitutivamente fantastica della favola la definisce come prodotto culturalmente esotico fin dall’origine. Mentre le novelle e le storielle sono realistiche, e le leggende e le storie di vita sono storiche (o comunque pseudo-storiche), le favole sono racconti in cui non si crede, non si può credere, non si deve credere, tanto è vero che nel linguaggio corrente col termine favole si definiscono le frottole, le menzogne.

Che differenza esiste tra fiabe e favole?
I termini fiaba e favola sono sinonimi, sono equivalenti: la parola fiaba è l’esito popolare del latino fabula ‘racconto’, mentre la parola favola è l’esito semidotto, cioè latineggiante; ma il significato è lo stesso. Io ho proposto di considerare il termine favola come generico, comprendente le favole di animali, le favole infantili, le favole a catena, le fiabe magiche, e di riservare il termine fiaba specificamente alle fiabe magiche, quelle studiate da Propp (tipo Pollicino, Barbablù, Il drago dalle sette teste, La bella addormentata nel bosco).

Quali distinte varietà di fiaba è possibile descrivere?
Ho individuato due distinte varietà di fiaba: le fiabe magiche in senso stretto, e le fiabe d’incantesimo. Le fiabe magiche hanno come protagonista un eroe cercatore, di solito (ma non sempre) un maschio, che affronta e vince l’antagonista; le fiabe d’incantesimo hanno come protagonista un’eroina vittima, una fanciulla perseguitata, che subisce un incantesimo e viene salvata da un principe. Mentre l’eroe cercatore supera le prove in modo attivo, l’eroina vittima subisce le prove e le supera in modo passivo. La fiaba d’incantesimo è una variante morfologica della fiaba magica, da cui sembra dipendere; in altre parole non sembra un tipo originario, ma un tipo derivato.

Come ho detto, nelle fiabe magiche l’eroe è di solito un maschio, ma può essere anche una femmina; nelle fiabe d’incantesimo l’eroina è femmina, e subisce gli avvenimenti in maniera passiva: viene salvata dal principe, le viene tolto l’incantesimo, ecc. La fiaba d’incantesimo delinea una situazione di passività e di subordinazione dell’eroina vittima, che mal si concilia con lo statuto della donna nelle società di caccia-raccolta, e fa piuttosto pensare alla situazione femminile nelle società agricole.

Quali elementi stilistici caratterizzano la fiaba?
La fiaba nasce e si sviluppa nelle culture orali e, pur essendo stata assunta in seguito dalle culture scritte, mantiene i caratteri stilistici tipici dell’oralità. E alla cultura orale appartengono i diffusori tradizionali delle fiabe, i raccontatori popolari, che erano vagabondi, mendicanti, ambulanti, come mostrano le formule finali delle fiabe, che sono questue, richieste di cibo: Se ne stettero e se ne godettero / E a me nulla mi dettero; oppure: Restarono felici e contenti / e noi siamo qua che ci arrotiamo i denti; o ancora: Hanno fatto un pasto, un pastino e un pastone / e non me ne hanno offerto nemmeno un boccone.

Cosa rivela l’analisi etno-antropologica del genere fiabesco?
Propp ha dimostrato che la fiaba conserva tracce di riti, miti e ideologie della preistoria, sulla scia degli antropologi e folkloristi evoluzionisti dell’Ottocento e della prima metà del Novecento (Andrew Lang, James Frazer, Pierre Saintyves). Lavorando sulla stretta connessione tra rito e mito, e sulla base della documentazione etnologica, si sono potuti interpretare, e dimostrare storicamente fondati, tutta una serie di motivi ritenuti fantastici, come ad esempio le prove cruente subite dall’eroe durante l’iniziazione; il collegamento della maga, della foresta, del regno lontano con i morti; le nozze sacrificali della fanciulla col drago; fino all’elemento centrale della fiaba, il fatto che l’eroe all’inizio è un bambino, è il più piccolo, e alla fine è un adulto che si sposa, che è esattamente il ciclo dell’iniziazione, che trasforma un bambino in un adulto.

Io ho tentato di dare ragione dell’elemento fantastico della fiaba. Se la mia interpretazione è corretta, la fiaba – in quanto specifico genere narrativo – testimonia l’intreccio tra la preistoria e la storia, il trasformarsi e il rivivere delle antiche culture di caccia nel contatto con le nuove culture neolitiche. Per questo ho voluto concludere il mio libro con un passo memorabile dei Dinosauri di Italo Calvino: le fiabe sono i dinosauri che si aggirano ancora tra noi.

Glauco Sanga è professore di Etnolinguistica e di Etnologia presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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