Professor Fuso, Lei è autore del libro La falsa scienza. Invenzioni folli, frodi e medicine miracolose dalla metà del Settecento a oggi pubblicato per i tipi di Carocci: possiamo fidarci della scienza?
La falsa scienza. Invenzioni folli, frodi e medicine miracolose dalla metà del Settecento a oggi Silvano FusoAssolutamente sì. La scienza è il metodo migliore che l’umanità abbia saputo inventare per conoscere la realtà. Non disponiamo di alternative migliori o neppure lontanamente paragonabili. La scienza nasce infatti dalla necessità di superare (ovviamente quando questo è possibile) le opinioni individuali, raggiungendo quello che viene chiamato accordo intersoggettivo. Per fare questo c’è un unico modo: controllare la veridicità di un’affermazione mettendola a confronto con i fatti. E si tratta di un controllo collettivo, effettuato dall’intera comunità scientifica internazionale. Solo se i fatti sono in accordo con l’affermazione, essa viene ritenuta “vera”. Naturalmente si tratta di una verità provvisoria. Può infatti accadere che in futuro la scoperta di nuove evidenze sperimentali la smentiscano. In tal caso l’affermazione dovrà essere sostituita con una migliore. Questo determina la costante evoluzione che caratterizza la scienza. La provvisorietà delle affermazioni scientifiche non è affatto una debolezza. Al contrario è il suo vero punto di forza. Essa determina infatti un miglioramento costante delle nostre conoscenze.
Che tali conoscenze siano affidabili è poi dimostrato dalla loro efficacia pragmatica, a sua volta fondata sulle capacità interpretative e predittive delle conoscenze scientifiche. Esse infatti consentono di manipolare la realtà a nostro vantaggio e di creare quindi una tecnologia funzionante. Se ci pensiamo bene, l’unica tecnologia degna di questo nome è infatti quella basata sulle conoscenze scientifiche. Non esiste una tecnologia basata sulla magia, sulla fede mistica o sulla filosofia. Questo mostra indirettamente la superiorità della scienza rispetto ad altre presunte forme di conoscenza.

Nel Suo testo, Lei passa in rassegna un variegato elenco di casi in cui la scienza si è rivelata fallace: è il caso degli abbagli individuali e collettivi. Cosa sono e come nascono?
Per sua natura la scienza non è infallibile (nessuna attività umana lo è!), ma i meccanismi di controllo di cui parlavamo le consentono costantemente di correggere se stessa. Nel libro ho proprio voluto mettere in evidenza questo carattere dell’impresa scientifica, esaminando una serie di episodi di scienza deviante. Il premio Nobel per la chimica Irving Langmuir (1881-1957), a tale proposito, coniò l’espressione “scienza patologica”. Essa sta a indicare quelle idee che per taluni uomini di scienza diventano autentiche fissazioni, nonostante le ampie smentite da parte della comunità dei ricercatori e degli studiosi.
Gli scienziati sono pur sempre uomini, con le loro debolezze, ingenuità e fallibilità. A livello individuale, quindi, possono prendere lucciole per lanterne. Talvolta anche altri ricercatori possono in un primo momento cadere vittima dello stesso abbaglio. Tuttavia la scienza è un’impresa collettiva e i suoi meccanismi auto-correttivi consentono, prima o poi, di rendersi conto dell’errore. Questo dovrebbe anche dimostrare come nella scienza non valga alcun principio di autorità. La posizione di un singolo ricercatore, per illustre e autorevole che possa essere, non vale nulla se non viene confermata dal resto della comunità scientifica. (Un nuovo libro, che sto ultimando in questi giorni, raccoglie proprio una serie di solenni cantonate prese da illustri premi Nobel, anch’essi per nulla immuni da errore).

Diverso sembrerebbe il caso delle frodi volontarie
Tra le debolezze tipicamente umane del singolo scienziato, vi può essere anche la tentazione di barare, violando le regole del gioco. Nella mente dello scienziato fraudolento possono intervenire diversi fattori: pregiudizi, convinzioni pregresse, idiosincrasie, emozioni, desideri e tutto ciò che solitamente si pensa essere estraneo al discorso scientifico. Tra queste componenti extrascientifiche e psicologiche, che possono condizionare anche pesantemente il lavoro del ricercatore, possiamo trovare la speranza di essere autori di grandi scoperte, il desiderio di affermazione personale e/o di denaro, la rivalità nei confronti di colleghi accademici, le proprie concezioni filosofiche, politiche e religiose e mille altre motivazioni più o meno consce. Anche il clima di competitività esasperata che talvolta può caratterizzare certi settori di punta della ricerca non è del tutto ininfluente nel determinare episodi di frode scientifica. Ancora una volta però, la comunità scientifica dispone di anticorpi sufficientemente efficaci per smascherare le frodi. Nel libro esamino diversi episodi di questo tipo.

Quali sono le invenzioni più folli da Lei descritte?
C’è davvero l’imbarazzo della scelta. Un caso decisamente bizzarro è quello del “cronovisore” di padre Agostino Ernetti (1925-1994), monaco benedettino. Si tratta di un ipotetico dispositivo (che però nessuno ha mai visto) in grado di mostrare, come in un film, eventi del passato. Ernetti sosteneva di essere riuscito ad assistere a un discorso di Mussolini. Spingendosi poi più indietro nel tempo avrebbe sintonizzato l’apparecchio su Napoleone mentre dichiarava l’abolizione della Serenissima Repubblica di Venezia e proclamava una Repubblica italiana. Successivamente Ernetti avrebbe assistito a un discorso al senato di Marco Tullio Cicerone. Infine il monaco sostenne di aver potuto osservare persino il tradimento di Giuda, il processo a Cristo e la sua agonia sulla croce.
Altrettanto bizzarre furono le invenzioni di Pierluigi Ighina (1908-2004). L’arzillo vecchietto era un vero vulcano di idee. Tra le sue invenzioni ricordiamo: la valvola anti-terremoti, la macchina per l’equilibratura del ritmo solare e terrestre, il microscopio in grado di visualizzare un singolo atomo, l’elica nubifugatrice/nubiaddensa­trice e il monopolo magnetico. Peccato che nessuna di esse abbia mai dimostrato di funzionare.
Se queste invenzioni fanno sorridere, tuttavia, vi sono state altre idee pseudoscientifiche che hanno avuto risvolti drammatici: ad esempio le teorie eugenetiche, portate alle estreme conseguenze dal regime nazista, o certe teorie pseudomediche che hanno prodotto grandi sofferenze.

Lei tratta anche di Samuel Hahnemann e dell’omeopatia, che riscuote ancora oggi un enorme seguito
Sì, ho dedicato un capitolo ad Hahnemann e all’omeopatia. Dai dati storici e dai testi originali emerge che Hahnemann era un medico coscienzioso che teneva veramente alla salute dei propri pazienti. Egli era inoltre terribilmente insoddisfatto della medicina del suo tempo che, spesso, creava più danni che benefici. Per questi motivi, cessò di esercitare la professione medica e si mise a studiare e a fare ricerca. Credette, in perfetta buona fede, di trovare un nuovo approccio terapeutico in quella che chiamò omeopatia.
Siamo agli inizi del milleottocento e le conoscenze scientifiche del tempo (in biologia, fisica e chimica) erano molto arretrate. Hahnemann, ad esempio, pensava che una soluzione potesse essere diluita successivamente senza alcun limite. Le sue soluzioni ultradiluite almeno avevano il merito di non provocare i terribili danni prodotti dagli interventi terapeutici praticati dai suoi colleghi medici (salassi, emetici, purganti, ecc.). Oggi, tuttavia, la chimica e la fisica che conosciamo ci dimostrano che i rimedi omeopatici non contengono un bel nulla, se non acqua fresca. Inoltre tutte le sperimentazioni cliniche condotte seriamente non hanno mai dimostrato che l’omeopatia produca risultati superiori al semplice effetto placebo. Continuare a credere all’omeopatia appare quindi totalmente irrazionale e anacronistico.

Su cosa si basano le cure anticancro non convenzionali?
C’è una casistica molto variegata. Si va dai rimedi erboristici all’uso di estratti di mandorle amare (contenenti il letale acido cianidrico), dall’uso massiccio di vitamine all’utilizzo di estratto di feci e urina di capre (proposto dal veterinario Liborio Bonifacio), fino alla più recente, e solo apparentemente più credibile, multiterapia Di Bella.
Tutte queste pseudoterapie hanno in comune due cose. La prima è quella di proporsi come rimedio universale contro il cancro. Basterebbe già questo a fare dubitare della loro validità: la moderna medicina mostra infatti che esistono tante forme diverse di cancro e quindi non può esistere un rimedio unico per tutte. L’altro elemento comune è il rifiuto di sottoporsi ai normali trials clinici e alle normali procedure di controllo previste in ambito medico-scientifico. Tutti questi personaggi che propongono terapie miracolistiche si contrappongono invece alla comunità scientifica, assumendo spesso atteggiamenti vittimistici da geni incompresi osteggiati dall’establishment.

Lei conclude il Suo testo tracciando un elogio dello scetticismo: nell’era delle fake news, dubitare è l’unico mezzo per difenderci? Non crede che lo scetticismo generalizzato possa ledere le basi della stessa scienza?
Assolutamente no. Bertrand Russell affermava: “sarebbe opportuno non prestare fede a una proposizione fino a quando non vi sia un fondato motivo per presupporla vera” [Saggi scettici (1956)].
Se ci pensiamo bene, questo atteggiamento è alla base di tutta la scienza. La scienza, per sua natura, ha il dovere di essere scettica. Deve cioè pretendere adeguate dimostrazioni prima di accettare una qualsiasi affermazione. Solo così le nostre conoscenze possono progredire.
Sarebbe quanto mai auspicabile che una simile abitudine mentale si diffondesse anche al di fuori dell’ambito strettamente scientifico.