La donna greca, Maria Paola CastiglioniProf.ssa Maria Paola Castiglioni, Lei è autrice del libro La donna greca edito dal Mulino: qual era la concezione della donna nella civiltà greca?
Le fonti letterarie antiche giunte fino a noi e prodotte, salvo rarissime eccezioni, da uomini, ci hanno trasmesso un’immagine della donna greca piuttosto negativa. Già nel VII secolo a.C., il poeta greco Esiodo descriveva la prima donna, Pandora, come un “bel male”, una creatura con un “cuore di cagna” rivestito da un involucro esteticamente seducente, un male necessario agli uomini al fine di garantire loro la discendenza. Occorre qui considerare che il mito esiodeo della creazione della donna si inserisce all’interno di un racconto sulla progressiva decadenza degli uomini, separati progressivamente da un’originaria condizione di beatitudine e di prossimità agli dèi, e destinati ormai a vivere della fatica del lavoro campestre e a riprodursi attraverso l’intervento del ventre della donna, ventre insaziabile sia dal punto di vista alimentare che sessuale. La creazione della donna costituisce la tappa finale della separazione tra sfera umana e divina. Pandora, archetipo del genere femminile, è di fatto presentata come una punizione inviata da Zeus agli uomini. Tale paradigma, rintracciabile anche in altri poeti arcaici nonchè nel teatro classico ateniese, riflette di fatto l’immagine una società fondata sulla disuguaglianza tra i sessi, dissimmetria peraltro affermata anche nei trattati medici e filosofici, che, partendo dall’osservazione della differenza anatomica e fisiologica tra uomo e donna e teorizzando il concetto dell’inferiorità fisica e morale della donna, concorsero a giustificare la subordinazione del femminile al maschile. Tale processo si delinea chiaramente nella riflessione aristotelica, che, facendo della donna una sorta di uomo mutilato dal punto di vista biologico, ne legittimò di fatto la subordinazione domestica e l’esclusione politica.

Quali momenti scandivano il corso della vita femminile nella Grecia antica?
L’opposizione dicotomica tra uomo e donna necessitava, almeno per le classi libere e più agiate, una costruzione del femminile, parallela all’educazione maschile, destinata a formare la donna al suo futuro ruolo sociale, cioè principalmente alla sua missione di madre. Tale processo si declinò secondo modalità e tempi diversi a seconda dell’epoca, della comunità e della classe di appartenenza. Sono noti in particolare i casi dell’Atene classica, ma anche, soprattutto per l’epoca arcaica, le esperienze delle fanciulle di Mitilene e di Sparta, per le quali i versi rispettivamente di Saffo e di Alcmane testimoniano l’esistenza di una paideia, un’educazione alla danza, al canto e all’attività fisica, ritmata da feste religiose miranti a coinvolgere le giovani donne nella vita della comunità e a garantire loro la piena assunzione del loro futuro ruolo di madri di cittadini.

Un elemento che emerge chiaramente dall’analisi delle tradizioni di queste città è la preoccupazione per la continuità del corpo civico. In questo senso, il momento più importante nella vita di una donna libera era senza dubbio il matrimonio, contratto generalmente tra i quattordici e i vent’anni per le fanciulle e non prima dei trent’anni per gli uomini. Preludio indispensabile alla maternità, il matrimonio comportava per le donne il passaggio dalla tutela paterna a quella maritale e le proiettava nell’esistenza a cui l’educazione le aveva preparate: la gestione della casa, come ben raccontato nell’Economico di Senofonte, e la procreazione e la prima educazione della prole. Se il marito non era tenuto a nessun vincolo di fedeltà, la preoccupazione riguardo alla legittimità della discendenza suscitava un controllo severo delle spose, che la tradizione descrive come segregate all’interno delle mura domestiche al fine di essere sottratte alle attenzioni di uomini estranei alla sfera familiare. Solo l’arrivo della vecchiaia, coincidente di fatto con la menopausa, privando le donne della loro capacità riproduttiva, avrebbe permesso loro di godere di una più grande libertà di movimento, conseguenza diretta della loro invisibilità sociale. Occorre tuttavia a tal proposito attenuare la rigidità di tale ricostruzione : non solo tutte le donne non erano destinate a contrarre un matrimonio legittimo (si pensi all’esistenza delle pallakai, le concubine), ma le necessità economiche, soprattutto nelle classi meno abbienti, obbligavano le mogli ad esercitare professioni, generalmente non valorizzate socialmente quali quella di dettagliante, che richiedevano la frequentazione delle spazio pubblico.

Quali ruoli sociali rivestiva la donna greca tra sfera privata e sfera pubblica?
Contrariamente agli uomini che godevano del diritto di cittadinanza (una minoranza, di fatto, se si tiene conto dell’alto numero della manodopera schiavile e della presenza massiccia di meteci o liberi non cittadini, come i perieci a Sparta), la figlia o la moglie di un cittadino era esclusa dall’esercizio del potere. La sfera politica, intesa come partecipazione alle sedute dell’assemblea e come accesso alle magistrature e ai consigli, le era di fatto preclusa. Come scrive Senofonte nell’Economico, la differenza biologica tra uomo e donna avrebbe reso quest’ultima naturalmente idonea alle incombenze domestiche, all’opposto dell’uomo, destinato alle attività esterne. L’anonima sposa di Iscomaco, protagonista del dialogo senofonteo, appare allora come figura emblematica della donna ateniese dell’età classica, relegata in un fantomatico gineceo di cui sarebbe stata l’intendente. Tuttavia, la realtà era ben più variegata, come attestano sia le fonti testuali sia le indagini archeologiche. Non solo le donne non erano assenti dallo spazio pubblico, in cui operavano nelle attività commerciali e artigianali, alimentando un’economia che oltrepassava i confini casalinghi, ma in alcuni casi, soprattutto in epoca ellenistica, poterono disporre di ricchezze messe a disposizione della comunità per finanziare realizzazioni di pubblico interesse.

Escluse dall’esercizio del potere politico, le spose dei cittadini erano tuttavia indispensabili nel garantire il perpetuarsi della comunità civica. La loro capacità riproduttiva garantiva loro l’unico ruolo valorizzante che la società conferiva loro, quello di madre. Esso si declinava non solo attraverso il parto e la cura della progenitura nella prima infanzia, ma anche nella trasmissione di saperi, competenze e comportamenti. La centralità del ruolo materno nella città si manifestava inoltre nell’implicazione delle cittadine sposate in feste quali quella delle Tesmoforie, nota ad Atene come in altre città del mondo greco, e finalizzata ad incrementare la fertilità umana e la fecondità del suolo della città grazie a riti compiuti esclusivamente dalle mogli dei cittadini. È significativo in particolare il fatto che, durante i tre giorni di questa festività in onore di Demetra e Core, le donne ateniesi potessero riunirsi nello spazio pubblico, in particolare sulla Pnice, normalmente sede delle sedute dell’ecclesia.

Va inoltre precisato che lo spazio pubblico era liberamente occupato dalle donne non libere e dalle prostitute, svincolate da legami matrimoniali e da obblighi familiari. Proprio la loro presunta inutilità sociale (il non dovere della procreazione) garantiva loro la possibilità di occupare uno spazio meno accessibile a quello delle spose.

Quale spazio era riservato al potere al femminile tra mito, utopia e realtà?
Aristotele utilizza il verbo gynaikokrateomai, “essere governato da donne”, per denunciare il pericolo di un declino legato all’eccessivo sconfinamento delle donne in ambiti che, come quello del possesso della terra, dovrebbero restare prerogativa maschile.

Lo spettro di una ginecocrazia, di un potere al femminile, è sventolato nel mito delle Amazzoni, guerriere che Omero definì “pari agli uomini” e che divennero, nel V secolo a.C., l’incarnazione del disordine e della barbarie. In linea generale, la cultura greca relegò gli esempi di potere al femminile nell’ambito del mito, dell’alterità – come negli aneddoti etnografici riportati da Erodoto su popoli esotici in cui le donne godevano di poteri pari o superiori agli uomini –, o dell’utopia. È questo il caso delle costruzioni aristofanesche della Lisistrata e delle Ecclesiazuse, in cui il poeta comico mirò a denunciare la decadenza politica ateniese proponendo, in termini paradossali e parodistici, dei governi condotti da donne. Diversamente Platone, nel modello di città ideale tratteggiato nella Repubblica, delineando una società fortemente gerarchizzata, sfuma le differenze di genere riconoscendo alle guardiane, seppure in forma subordinata rispetto ai loro omologhi maschili, una condizione privilegiata, salvo poi proporre modelli meno visionari nelle Leggi.

Nella realtà, flebili sono invece le tracce di figure femminili che godettero di  autorità e di posizioni di comando. Si conserva soprattutto il ricordo della regina di Alicarnasso, Artemisia, a capo di una parte della flotta alleata dei Persiani alla battaglia di Salamina, sorta di anticipatrice delle regine ellenistiche e delle loro imprese militari.

Tra le linee delle biografie dei grandi uomini si indovina anche il ruolo di manovratrici esercitato dalle donne del loro entourage, si pensi ad Aspasia, concubina di Pericle, ad Elpinice, sorella di Cimone, a Gorgo, figlia, moglie e madre di re spartani, oltre che alle spose e madri dei diadochi e dei sovrani ellenistici e, prima di loro, ad Olimpiade, madre di Alessandro, spietata nell’assicurare la successione al figlio e nel vendicarne la morte.

Non va poi dimenticato il potere religioso, forse l’unico ambito davvero paritario: soltanto nell’esercizio delle funzioni sacerdotali, infatti, le donne ebbero le stesse prerogative dei loro colleghi uomini (ad eccezione, però, della manipolazione del coltello sacrificale).

Di quali saperi e competenze erano depositarie le donne?
Le donne erano tradizionalmente depositarie delle competenze relative alla loro funzione sociale di spose o di madri, secondo il modello della donna-ape (melissa), laboriosa e sottomessa, già esaltato in epoca arcaica. Non mancano però casi di donne che riuscirono ad ottenere una certa fama in ambiti considerati generalmente come appannaggio maschile. Basti qui ricordare Saffo, i cui versi sublimi, purtroppo frammentari, nulla hanno da invidiare a quelli del suo conterraneo Alceo, oltre che la ventina di poetesse e scrittici delle quali possediamo qualche verso o notizie incomplete e vaghe. La tradizione ha inoltre conservato i nomi di filosofe, quali Ipparchia di Maronea, coinvolte attivamente nei dibattiti del loro tempo e a loro agio accanto ai pensatori uomini di cui la tradizione ci ha conservato notizie più complete. L’eccellenza femminile si manifestò inoltre in ambito medico, per il quale sono noti i nomi di alcune medichesse distintesi per la loro abilità e celebrate generalmente in testi epigrafici. Dietro ai silenzi delle fonti si indovina quindi il fiorire di talenti femminili condannati all’oblio da una società e, successivamente, da una storiografia che tesero a cancellare l’incursione delle donne in ambiti considerati per secoli prerogative di un’élite intellettuale maschile.

Quali figure storiche o leggendarie sono maggiormente rappresentative dell’identità femminile nella Grecia antica?
Direi che le depositarie più significative dell’identità femminile greca sono soprattutto le donne rimaste anonime e dimenticate dalle fonti, le quali tendono invece a registrare, spesso deformandoli, per lo più i casi di donne eccezionali, nel bene e soprattutto nel male (anche la fama di Aspasia, forse una delle più celebri donne greche, si è nutrita di testi denigratori, che la presentarono come una prostituta immorale). Tucidide, nel famoso discorso in onore dei morti nel primo anno della guerra del Peloponneso, fa dire a Pericle che la dote più lodevole per una donna è la discrezione, il far parlar poco di sè. Non è un caso che la moglie di Pericle non sia mai nominata nelle fonti, così come anonima è la moglie del personaggio di Iscomaco nell’Economico senofonteo.

Emergono tuttavia, in particolare nel teatro euripideo, dei profili femminili che esprimono il disagio di alcuni aspetti della condizione femminile nella Grecia antica. Penso soprattutto a Medea nell’omonima tragedia di Euripide, in cui emerge la disperazione di una donna straniera e detentrice di saperi magici abbandonata dal compagno e padre dei suoi figli, Giasone, o a Melanippe, protagonista di due tragedie frammentarie anch’esse euripidee che, sulla scena teatrale, afferma: “sono una donna, ma sono assennata”, denunciando la difficoltà di conferire autorità alle sue parole. Nonostante il filtro mitico e maschile (è Euripide che fa parlare i suoi personaggi), si colgono le sfumature psicologiche di una dimensione di cui purtroppo ci rimangono tracce labili, ma non per questo trascurabili, e che devono intervenire nella ricostruzione del variegato mosaico della società della Grecia antica.

Maria Paola Castiglioni è professore associato di Storia e civiltà dei mondi antichi presso l’Università di Grenoble Alpes. Si è occupata di rapporti tra Greci e non Greci e di questioni di identità e di propaganda politica attraverso il mito (Cadmos-serpent en Illyrie. Itinéraire d’un héros civilisateur, Pisa University Press, Pisa, 2010). Dirige la rivista Gaia. Revue interdisciplinaire sur la Grèce archaïque.