“La donna che decise il suo destino. Vita controcorrente di Cristina di Belgioioso” di Pier Luigi Vercesi

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Pier Luigi Vercesi, lei è autore del libro La donna che decise il suo destino. Vita controcorrente di Cristina di Belgioioso pubblicato da Neri Pozza: cosa rende straordinaria la figura di Cristina Trivulzio di Belgioioso?
La donna che decise il suo destino. Vita controcorrente di Cristina di Belgioioso, Pier Luigi VercesiOserei dire tutto: l’intelligenza, la determinazione, la bellezza, la capacità di sfidare le convenzioni e di combattere per le proprie convinzioni. Era nata nel 1808 in una delle famiglie più antiche e ricche dell’aristocrazia lombarda, i Trivulzio. Rimasta orfana di padre quand’era bambina, a sedici anni sfidò la famiglia per sposare l’aristocratico più ammirato e temuto di Milano, il principe Emilio Barbiano di Belgiojoso Este. Adolescente volitiva, immaginava di poter redimere il grande seduttore. Ma si illudeva. Solo quattro anni dopo decise di rompere, almeno nella pratica se non giuridicamente, quel legame che l’avrebbe costretta a convivere con lo stuolo delle amanti del marito, cosa abbastanza comune nelle famiglie nobili e alto borghesi del tempo. Non sopportava di vivere nell’ipocrisia e nemmeno sotto il dominio degli austriaci. Cominciò così la sua carriera di carbonara e di esule, prima a Genova, Firenze e Roma, poi nel sud della Francia e infine a Parigi, dove si recò per cercare appoggi alla rivoluzione italiana. Alle sue calcagna vennero sguinzagliate decine di spie che riferivano ogni suo spostamento, amicizia e azione al capo della polizia milanese, tale Torresani, un mastino che dedicò vent’anni della sua esistenza a darle la caccia per cercare di rinchiuderla in un convento se non addirittura nella fortezza morava dello Spielberg. Lei non si piegò mai, nemmeno ai suoi compatrioti che avrebbero voluto si limitasse a finanziare le loro imprese senza esprimere le sue opinioni, come ritenevano, gli uomini, si addicesse a una donna. Sfuggì in maniera rocambolesca alle trappole che più di una volta le confezionarono le spie asburgiche. Come a Genova, città nella quale si dileguò di notte prendendo la direzione di Nizza, dove guadò il fiume con poco bagaglio raggiungendo la Provenza.

Carlo Cattaneo la definì «la prima donna d’Italia»: come si sviluppò l’impegno patriottico e umanitario di Cristina?
L’amicizia con Cattaneo si saldò soprattutto durante le Cinque giornate di Milano, nel 1848, quando entrambi si accorsero che molti di coloro che avevano preso il potere dopo la cacciata degli austriaci non erano altro che voltagabbana: fino al giorno prima avevano riverito lo straniero. Si rincontrarono a Parigi, dove, per conto di Mazzini, cercarono di connettere le file dei patrioti e di ottenere l’appoggio francese. A differenza di molti aristocratici, che puntavano all’indipendenza dell’Italia in una forma che garantisse i loro privilegi da Ancien Régime, Cristina, fin dall’inizio, sostenne che occorrevano riforme sociali, che il popolo doveva essere elevato e coinvolto nella lotta di liberazione. Diede l’esempio fondando asili, scuole e mense nelle sue proprietà di Locate Triulzi. Naturalmente tutti gli altri proprietari terrieri cominciarono ad accusarla di essere una pericolosa sovversiva. Alessandro Manzoni disse: “Se facciamo studiare i figli dei nostri contadini, chi coltiverà poi le nostre terre?”. Cristina finanziò i primi moti carbonari, poi fondò e diresse giornali per educare il popolo alla ricerca della libertà, da Napoli giunse a Milano con un drappello di volontari per aiutare i milanesi in rivolta contro gli austriaci durante le Cinque giornate, l’anno successivo raggiunse Garibaldi e Mazzini nella Roma repubblicana dove organizzò gli ospedali e i pronto-soccorso nella città assediata dai francesi chiamati dal papa per cacciare gli insorti. Finita anche quell’esperienza, fondò una comunità agricola in Anatolia per dare lavoro agli esuli italiani. Liberata finalmente la Penisola, divenne buona amica e confidente di Cavour, che purtroppo morì subito dopo. Il suo ultimo giorno di vita, Cristina ricevette un amico perché gli portasse notizie della “nostra Italia”.

Quale vastissima rete di relazioni intessé la Belgioioso a Parigi?
Per almeno dieci anni, nei Trenta dell’Ottocento, Cristina fu la donna più in vista, amata o invidiata, di Parigi. Appena giunta esule fu come adottata dal marchese di Lafayette, l’eroe delle due rivoluzioni, quella americana e quella francese, che a settant’anni si innamorò platonicamente di lei cogliendo nei suoi occhi e nei suoi comportamenti la determinazione e gli ideali della sua stessa gioventù. All’inizio Cristina dovette arrangiarsi come poteva perché i suoi beni in Lombardia erano stati sequestrati. Fece traduzioni e ritratti per i giornali vivendo in una mansarda dove qualcuno sostenne avesse affisso alla porta un cartello con scritto: “Qui vive la principessa triste”. Poi aprì un salotto dove si ritrovava l’intellighenzia francese e gli esuli di tutta Europa. Divenne la musa romantica per eccellenza e di lei si innamorarono Heinrich Heine, Alfred de Musset, Franz Liszt, Honoré de Balzac, per citare solo i nomi più noti. Lei si muoveva perfettamente a suo agio in quel mondo tenendo a bada i molti pretendenti. Frequentò anche ambienti saint-simoniani e fourieristi, le prime espressioni di un socialismo utopistico che poi sarebbe stato soppiantato da quello materialista di Karl Marx. Scrisse libri su argomenti all’epoca appannaggio solo degli uomini, uno sul dogma cattolico, l’altro di Giovanbattista Vico. Fondò riviste e tenne stretti rapporti con i patrioti italiani e polacchi. Naturalmente questa sua centralità creò invidie, soprattutto da parte delle contesse che avevano l’aspirazione di ricevere gli stessi personaggi nei loro salotti. La sua bellezza, il suo pallore, l’attrazione che esercitava la fecero diventare il soggetto di molti romanzi da feuilleton. Si alimentò così un mito gotico intriso di fatti veri e di storie assolutamente inventate. Tutto ciò che faceva e diceva passava di bocca in bocca e tutti vi aggiungevano qualcosa di straordinario. Balzac, recensendo La certosa di Parma di Stendhal, scrisse che la figura della Sanseverina era ricalcata su quella della Belgioioso. Persino Henry James, troppo giovane per averla conosciuta, si ispirò a lei per alcuni suoi romanzi sulla scorta dei racconti fattigli da un amico che l’aveva conosciuta ai tempi della Repubblica romana.

Quali vicende segnarono il suo rientro in Italia?
Cristina rientrò la prima volta in Italia agli inizi degli anni Quaranta, quando la morsa della polizia austriaca di allentò. Ne approfittò soprattutto per fare riforme sociali nelle sue terre a sud di Milano. Tornò poi definitivamente, dopo l’esperienza in Turchia, in seguito a un attentato che la portò vicina alla morte: un bergamasco a cui aveva dato asilo e lavoro, rimproverato per aver usato violenza alla tata di sua figlia Maria, una sera si vendicò accoltellandola. Guarita, capì che non poteva più vivere in un modo in cui, se fosse mancata, sua figlia sarebbe rimasta senza protezione. Nel frattempo, insieme alla sua bambina aveva fatto un viaggio a cavallo, in territori ostili e impervi, fino a Gerusalemme, visitando harem, caravanserragli e bazar, un’impresa che durò undici mesi e che poi raccontò in una serie di articoli apparsi sulla Revue des deux mondes.

Qual è la lezione di Cristina di Belgioioso per i nostri giorni?
Purtroppo, una delle lezioni che ci viene da Cristina è che la vita di chi si oppone alle ingiustizie e ha grandi ideali da perseguire non è mai facile. Però credo che Cristina, alla fine della sua esistenza, nonostante le sofferenze e le privazioni, avrebbe rifatto tutto, anche gli errori commessi. La grande forza di questa donna era la capacità di pagare il prezzo della sincerità e della passione. Nei Souvenir dans l’exile scrisse le sue memorie con assoluta sincerità e con humor. Alcuni dei personaggi citati si risentirono. Lei all’inizio sembrò non comprendere perché se la prendessero tanto: non intendeva mancare loro di rispetto. Per un attimo immaginò di doversi scusare, poi si guardò alle spalle, cercò di capire se aveva raccontato qualcosa di falso e, alla fine, concluse: pensino quello che vogliono, io ho solo raccontato fatti e verità; perché mai dovrei scusarmi?

Pier Luigi Vercesi è inviato speciale del «Corriere della Sera». Tra i suoi libri più recenti, La donna che decise il suo destino. Vita controcorrente di Cristina di Belgioioso (Neri Pozza 2021), La notte in cui Mussolini perse la testa (Neri Pozza 2019), Il Naso di Dante (Neri Pozza 2018), Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia (Neri Pozza 2017), Il Marine (Mondadori 2017), Ne ammazza più la penna (Sellerio 2015), Storia del giornalismo americano (Mondadori Università 2005). È autore di documentari televisivi di storia per De Agostini: La Roma di Nerone, La Germania del Novecento, La Prima guerra mondiale.

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