La disoccupazione tecnologica nel contesto storico e sociale. Dall'economia classica alla sociologia economica, Federico FiorelliDott. Federico Fiorelli, Lei è autore del libro La disoccupazione tecnologica nel contesto storico e sociale. Dall’economia classica alla sociologia economica edito da ilmiolibro.it: quali sono le fasi principali nella storia delle relazioni tra uomo e macchina all’interno dei processi produttivi?
Storicamente l’evoluzione tecnologica ha da sempre influenzato la percezione dei lavoratori rispetto al loro futuro occupazionale. Nel capitolo XIII del Capitale, Karl Marx riporta alcuni famosi casi di rivolte sociali dovute ai processi di meccanizzazione della produzione nelle manifatture e nelle botteghe a cavallo tra il XVI e il XVII secolo.
In questa fase storica, ancora lontana dalle trasformazioni economiche e industriali dei secoli successivi, i giudici e le autorità cittadine prescrissero l’utilizzo delle macchine. Difatti l’economia corporativa, ancora fondata sulle teorie mercantiliste, aveva al suo interno tutta una serie di “anticorpi normativi” capaci di contrastare l’avvento della concorrenza e di ritardare il progresso tecnologico.

Solo a partire dal XVIII secolo l’instaurarsi di un clima di tolleranza politica e la diffusione dei principi economici liberisti favorì, in primis nel Regno Unito, un massiccio ingresso dei macchinari nei campi e nelle fabbriche. Quest’ultimo paese divenne per più di un secolo “l’officina del mondo”.
La forte crescita della produttività, in special modo nel settore primario, fece sì che grandi masse di lavoratori si riversassero nelle neonate città industriali generando i fenomeni della sub-urbanizzazione e della proletarizzazione della forza lavoro. In questa fase storica la durezza del lavoro di fabbrica; l’assenza di una regolamentazione del lavoro dovuta alla mancanza di una contrattazione sindacale; le tensioni produttive dovute all’intensificazione e densificazione del lavoro favorite dalla sua divisione scientifica; la necessità per il lavoratore di adeguarsi al ritmo della macchina; e la magrezza dei salari, prepararono la strada all’insorgenza di movimenti di lotta a favore dei proletari.
Tra questi uno dei più conosciuti è quello luddista. I luddisti, considerando prossima la sostituzione dei lavoratori con le macchine, incendiarono per quasi due decenni lo scontro politico tra la neonata classe borghese e le masse dei lavoratori salariati. A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo si moltiplicarono le cronache di macchinari distrutti nelle campagne e nelle città del Regno Unito.
Tuttavia in pochi anni il movimento luddista venne messo a tacere con la forza. Sebbene molte delle sue idee erano sostenute direttamente o indirettamente da intellettuali come Lord Byron e da economisti come David Ricardo, i governi inglesi non potevano accettare un ritorno al passato. L’Inghilterra era destinata a essere la prima potenza industriale del mondo e per raggiungere questo obiettivo aveva necessità di incrementare la sua produttività attraverso la divisione del lavoro e la meccanizzazione.

La sconfitta dei luddisti, sebbene in un contesto di forti contrasti intellettuali tra autori che ritenevano vicina la fine del lavoro e autori che credevano nelle capacità rigenerative del mercato concorrenziale, portò a una riduzione dello scontro sociale sul tema della sostituzione tra uomo e macchina. Difatti mentre attraverso le Trades Union i lavoratori lottarono principalmente per una riduzione dell’orario di lavoro e per un aumento salariale, autori rivoluzionari o utopistici come Karl Marx preferirono analizzare non tanto gli effetti della meccanizzazione, intesa come insieme di mezzi materiali di produzione, quanto piuttosto le ragioni “capitalistiche” del suo uso, ovvero le forme sociali di sfruttamento che determina.
La crescita salariale, il miglioramento delle condizioni di lavoro delle masse salariate e la diminuzione del tasso di disoccupazione, intervenute a partire dalla metà del XIX secolo, portarono a una scomparsa del dibattito sul tema. Anche per la teoria economica neo-classica non vi era molto da aggiungere: automatizzare significa ridurre i costi di produzione, ovvero i prezzi finali, con ricadute positive in termini produttivi e occupazionali. Si istituzionalizza la cosiddetta “teoria della compensazione”.
Solo con la scientifizzazione del lavoro e con la catena di montaggio introdotta nelle fabbriche da Henry Ford, al principio del XX secolo, torna in primo piano la minaccia portata dalle macchine ai lavoratori. Il miglioramento delle tecniche di analisi statistica, le quali permisero di misurare un incredibile aumento della produttività del lavoro nel settore secondario, e la crisi occupazionale seguita al crollo borsistico del 1929, portarono le amministrazioni statunitensi ed europee ad aprire alcune commissioni d’inchiesta con il compito di studiare il fenomeno.

Gli anni Trenta furono un decennio di importanti studi empirici. Il filo rosso che legava l’automazione delle fabbriche con la crescita della produttività e quindi con la crisi occupazionale post 1929 imponeva un intervento pubblico per cercare di mitigare le relative conseguenze. Tuttavia lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e il raggiungimento della piena occupazione portarono le autorità, nel decennio successivo, a non considerare il tema della disoccupazione tecnologica come centrale nelle agende politiche.
Bisognerà attendere nuovamente gli anni Sessanta quando sotto l’amministrazione Kennedy si diffusero prospettive socio-economiche che legavano le scoperte nel campo della micro-elettronica e dell’informatica con una possibile scomparsa di buona parte delle professioni disponibili.
Fortunatamente la successiva crescita occupazionale e le tensioni internazionali favorirono un riassorbimento delle paure sociali dovute alla possibile futura scomparsa del lavoro. Paure che riemersero nuovamente tra gli anni Ottanta e Novanta, quando nel contesto della net-economy si osservarono ancora una volta i prodromi di una futura società senza lavoro.

Quali effetti stanno producendo le attuali tecnologie digitali?
Durante le precedenti rivoluzioni industriali i meccanismi compensativi del mercato permisero un riassorbimento sufficientemente rapido dei lavoratori rimasti senza lavoro a causa della meccanizzazione. Nei processi di travaso dinamico della forza lavoro tra un settore e l’altro non si creavano particolari attriti dal punto di vista delle competenze necessarie per svolgere il nuovo lavoro. Per i contadini dei primi dell’Ottocento fu relativamente facile trovare lavoro nelle fabbriche così come per gli operai del Novecento negli uffici. Difatti in entrambi i casi i nuovi lavori erano sufficientemente routinari, ovvero non venivano richieste particolari competenze o titoli di studio medio-alti. In questa fase non era necessario, né per le imprese e né per le istituzioni pubbliche, investire importanti risorse nella formazione dei disoccupati e dei neo-assunti.

A oggi gli effetti delle tecnologie digitali sulla struttura professionale sono totalmente differenti. La letteratura sul tema afferma che da circa venti anni si sta osservando un processo di de-routinizzazione e di polarizzazione del mercato del lavoro. Per polarizzazione si intende una graduale scomparsa dei lavoratori mediamente qualificati e un aumento di quelli più e meno qualificati. Questo è dovuto al fatto che i lavoratori che si collocano al centro della struttura professionale sono normalmente quelli più routinari mentre agli opposti si collocano i lavoratori meno routinari. Dato che essere routinario significa essere sostituibile dalle macchine mentre non routinario significa essere complementare alle macchine, ne consegue che nel primo caso diminuisce la domanda di lavoro mentre nel secondo tende ad aumentare.
Pertanto nel futuro mercato del lavoro si fanno spazio quelle occupazioni dove da un lato sono fondamentali le competenze tecnico-operative e logistico-gestionali, come nei settori dei servizi alle imprese, mentre dall’altro le competenze inter-personali e socio-emozionali, come nei settori dei servizi alle persone.
Tale polarizzazione del mercato del lavoro sta comportando una conseguente polarizzazione della struttura retributiva. Ai lavoratori più qualificati sono associati alti salari e attività appaganti mentre a quelli meno qualificati bassi salari e attività meno desiderabili. Di conseguenza rimanere nel mercato del lavoro per i lavoratori meno qualificati può significare dover accettare comunque un salario che li colloca al di sotto della soglia di povertà (working poors). In questo caso l’automazione inciderebbe sia sulla dimensione occupazionale che su quella retributiva.

Infine un terzo effetto delle tecnologie digitali riguarda gli investimenti in formazione. Attualmente la crescita della domanda di lavoro favorevole al personale non routinario richiede ai lavoratori e ai disoccupati un continuo processo di formazione per rimanere o per rientrare nel mercato del lavoro. Ad esempio risulta sempre più difficile e costoso formare un lavoratore routinario, che perde il posto di lavoro a causa dell’automazione, per permettergli di reinserirsi in un mercato del lavoro che premia competenze specifiche e di alto livello.
Tutto ciò sta delineando, in assenza di un correttivo statale, una società che da un lato riesce a spostare giornalmente la frontiera dell’innovazione ma dall’altro risulta più diseguale e con un livello di disoccupazione più alto del passato.

Come si evolverà il futuro mercato del lavoro?
Secondo molti report di importanti istituzioni internazionali come l’ILO (Organizzazione internazionale del Lavoro) e l’FMI (Fondo Monetario Internazionale), la maggior parte delle tecnologie digitali produrranno i massimi effetti sul mercato del lavoro tra il 2020 e il 2030. Questo è dovuto al fatto che lo sviluppo tecnologico, come afferma la famosa legge di Moore, crescerà a ritmi sempre più sostenuti proprio nei prossimi quindici anni.
Attualmente, secondo quello che afferma la letteratura sul tema, esistono perlomeno tre differenti correnti di pensiero rispetto al futuro del lavoro. Per semplicità si possono definire come gli utopisti, i distopici e i realisti. I primi, principalmente economisti, ritengono praticamente nullo il rischio di una sostituzione dell’uomo da parte della macchina. I potenti meccanismi regolativi del mercato sono pienamente applicabili anche al contesto attuale. La lezione del passato è sufficientemente chiara: le macchine accrescono la produttività, favoriscono un aumento della ricchezza e aumentano l’occupazione. Secondo questi autori la società fondata sul lavoro prevarrà su quella fondata sull’ozio.

I secondi, invece, ritengono che la rivoluzione digitale sia profondamente differente da quelle che l’hanno preceduta. L’intelligenza artificiale, le reti neurali, i Big Data, gli algoritmi genetici e le stampanti 3D, favorirebbero una rapida sostituzione dei lavoratori dato che raggiungerebbero un livello di autonomia e polivalenza che nessuna tecnologia ha mai raggiunto nel passato. In questo caso bisognerà attendersi perlomeno due possibili società: in presenza di un’effettiva redistribuzione della ricchezza, una società fondata sull’ozio e sulla libertà; in assenza di tale redistribuzione, una società fondata sulle disuguaglianze e l’ingiustizia. Riduzione del tempo di lavoro, introduzione di un dividendo tecnologico e/o di un reddito di cittadinanza, tassazione del reddito prodotto dalle macchine e riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione, rappresentano alcune delle proposte che questo gruppo di intellettuali porta avanti da alcuni anni. L’obiettivo è di giungere a quell’età del godimento di cui parlava già Keynes negli anni Trenta, evitando la “profezia di Leontieff”, il quale negli anni Ottanta asseriva che l’uomo del XXI secolo sarebbe uscito dal mercato del lavoro a causa dell’automazione così come avvenne per il cavallo nel XX secolo.

Infine i realisti rappresentano quel gruppo di pensatori che anche ritenendo possibile una futura crescita della disoccupazione dovuta al mutamento tecnologico, già oggi visibile nel decoupling (disaccoppiamento) tra produttività e occupazione, sostengono che sia possibile contrastarla senza dover sovvertire l’attuale funzionamento del mercato. Per questi autori sarebbe possibile contrastare una futura disoccupazione tecnologica attraverso una riforma dei sistemi di istruzione e formazione che permettano ai lavoratori di ricevere un sostegno al reddito nelle fasi di inattività a patto che si utilizzi il maggior tempo libero per dedicarsi a corsi di formazione utili al reinserimento lavorativo. Molte delle posizioni di questi autori sono presenti nel libro The Second Age Machine di Brynjolfsson e McAfee.

Ritiene possibile nel futuro un luddismo 2.0 contro robot e macchine intelligenti?
La tecnofobia è un sentimento di paura verso il cambiamento tecnologico che ha un’origine ancestrale. In Internet è reperibile un sito che si chiama Pessimist Archive Podcast, il quale riporta alcune forme di protesta sociale che hanno cercato di fermare la diffusione delle tecnologie negli ultimi secoli.
Tuttavia il luddismo 2.0 si differenzia profondamente da quello di inizio Ottocento. Per capire meglio le distanze che esistono tra il luddismo e il neo-luddismo si rimanda al libro di Kirkpatrick Sale intitolato Rebels Against The Future: The Luddites And Their War on The Industrial Revolution. L’obiettivo del libro è quello di definire correttamente le motivazioni che hanno portato alla nascita dei moti luddisti e, allo stesso tempo, analizzare le similitudini tra quella fase storica e l’attuale. Nella parte finale del libro si comprende come i mezzi utilizzati dai luddisti 2.0 rinnegano nella quasi totalità dei casi la violenza. Infatti il fine ultimo non è distruggere le macchine, ma adeguare la tecnologia alle necessità dell’uomo piuttosto che l’uomo alle necessità della tecnologia.

Pertanto la maggior parte dei nuovi luddisti non ha come obiettivo quello di distruggere le invenzioni o minacciare gli inventori, come fece a cavallo tra gli anni Settanta e Novanta Ted Kaczynsky, chiamato negli USA con l’appellativo di Unabomber. Difatti il fine ultimo dei nuovi “distruttori delle macchine” è quello di informare la società su un problema di compatibilità tra l’essere umano e le macchine intelligenti. Il punto, come sottolineava Bill Joy in un interessante articolo intitolato Why the Future Doesn’t Need Us, è comprendere se la futura società e il futuro mercato del lavoro avranno ancora bisogno di un essere umano che, per natura, lega alla razionalità efficientistica una componente sentimentalistica. Nel caso in cui l’uomo divenisse innecessario, risulta doveroso arrestare quelle tecnologie che riducono la libertà e/o non garantiscono il rispetto dei diritti essenziali dell’essere umano.

Attualmente risulta poco probabile un ritorno al passato. La quasi totalità dei neo-luddisti guarda non tanto all’automazione in sé stessa, quanto piuttosto a come diffondere i benefici prodotti dall’innovazione al maggior numero di persone possibili. Un buon esempio di questa nuova filosofia luddista è nel progetto Fully Automated Luxury Communism, con il quale si vuole definire una società del post-lavoro in cui l’agire delle macchine è subordinato ai bisogni degli essere umani.

Le macchine soppianteranno definitivamente gli esseri umani nei processi produttivi?
Attualmente questo scenario è quello meno probabile. Da un lato sicuramente le macchine continueranno a modificare in profondità il mercato del lavoro incidendo sulle competenze richieste all’offerta di lavoro. Questo comporterà il generarsi di un certo grado di disoccupazione nei settori tradizionali, mentre allo stesso tempo favorirà la creazione di nuova occupazione nei settori più innovativi.
Chiaramente questo cambiamento della struttura professionale produrrà maggiori difficoltà di reinserimento occupazionale per i lavoratori meno qualificati e una crescita dei differenziali salariali tra coloro i quali sono in grado di dialogare con le macchine e coloro che non sono in grado di sfruttare pienamente i potenziali produttivi di quest’ultime. Risulta più probabile una società polarizzata e diseguale piuttosto che una società in preda a una disoccupazione di massa.
Conseguentemente le amministrazioni pubbliche avranno sempre più un ruolo di primo piano nel mitigare gli effetti sociali prodotti dall’automazione. Anche se la disoccupazione potrebbe non crescere drammaticamente, bisognerà affrontare il problema della redistribuzione della ricchezza prodotta e contrastare fenomeni sociali come la povertà, l’esclusione e la marginalità.

Al netto di interventi più drastici come nel caso del reddito di cittadinanza, del dividendo tecnologico e della tassazione della ricchezza prodotta dalle macchine, un primo provvedimento da portare avanti riguarda l’innalzamento dei livelli di istruzione e formazione degli strati sociali più deboli. Difatti aumentare gli investimenti in formazione rappresenta il primo strumento utile a ridurre il mismatch che si sta creando tra le competenze richieste dai datori di lavoro e le credenziali educative possedute dai lavoratori e dai disoccupati. Adeguare i percorsi di studio all’evoluzione del mercato del lavoro, professionalizzare alcune fasi dei percorsi formativi e investire nella diffusione di forme di apprendimento permanenti (lifelong learning), faciliterebbe dal lato delle imprese una maggiore crescita della produttività e dal lato dei lavoratori una maggiore possibilità di reinserimento occupazionale.

Parlare di disoccupazione tecnologica nel XXI secolo non può ridursi all’equazione meno macchine uguale più posti di lavoro. L’automazione, frutto della curiosità scientifica, ha da sempre rappresentato il motore dello sviluppo economico e sociale delle nostre collettività. Frenarla significherebbe rallentare la crescita economica con effetti deleteri dal punto di vista del benessere individuale e dello sviluppo sociale. Compito delle istituzioni, pertanto, consiste nel ridistribuire una parte dei benefici prodotti dall’attuale rivoluzione digitale al fine di ridurre quelle tensioni sociali che storicamente hanno accompagnato qualsiasi cambiamento. Parafrasando Keynes, è possibile entrare in una nuova età dell’oro anche senza dover rinunciare alla tradizionale società fondata sul lavoro.