La direzione del pensiero. Matematica e filosofia per distinguere cause e conseguenze, Marco MalvaldiSi concentra su un tema davvero affascinante La direzione del pensiero. Matematica e filosofia per distinguere cause e conseguenze, il nuovo libro di Marco Malvaldi, affermato romanziere giallo quanto fine saggista scientifico, in uscita il 12 novembre per i tipi di Raffaello Cortina Editore: quello della causalità, cioè «la capacità astratta dell’uomo di poter distinguere tra cause ed effetti».

Una sfida non da poco, che ha portato infine l’uomo a interrogarsi sulla coscienza: «se infatti la coscienza, come molti neuroscienziati sostengono, è un processo, un continuo oscillare tra percezione, memoria e previsione, allora è un processo basato sulla causalità; così come il libero arbitrio, il decidere di fare o di non fare qualcosa, giacché la volontà di compiere un atto è un qualcosa che facciamo prevedendo il risultato del nostro atto, o della mancata esecuzione dello stesso. E la nostra capacità di previsione […] è figlia della nostra comprensione dei rapporti di causa ed effetto tra gli oggetti del mondo.»

L’importanza di tale processo è confermata da una considerazione: «La nostra capacità di prevedere il futuro è strettamente legata alla nostra sopravvivenza; per questo ci interessano così tanto i rapporti di causa ed effetto.»

L’Autore presenta Norbert Wiener e i suoi studi sulla predizione delle serie temporali e Clive Granger, premio Nobel per l’Economia, ideatore della causalità che porta il suo nome, la G-causality. Un posto centrale occupa la teoria del cosiddetto calcolo causale, o calcolo-do di Judea Pearl, il fondatore della moderna teoria della causalità matematica. «Nella causalità, secondo Pearl, è fondamentale andare oltre l’osservazione e immaginarsi “cosa accadrebbe se”: in termini matematici, intervenire sul sistema, chiedendosi quale sarebbe l’effetto di una data variabile se noi la forzassimo ad avere un determinato valore.»

Scopriamo così il ragionamento controfattuale, quello cioè basato sul principio “cosa sarebbe successo se non…”. Nella causalità matematica i controfattuali servono per distinguere l’importanza delle concause.

Scopriamo inoltre che «la causalità è un ingrediente fondamentale per capire la coscienza; se ho un’intenzione e cerco di raggiungere un obiettivo, devo capire su quali oggetti agire per muovermi verso l’obiettivo. Devo capire come funziona il mondo, sia fuori che dentro di me. In pratica, devo stabilire dei nessi di causa ed effetto fra le mie sensazioni e le mie reazioni, fra le mie voglie e le mie azioni. Questi nessi, questi collegamenti, ci permettono di formare una mente, cioè un rapporto tra il cervello e il corpo.»

Il nostro cervello organizza le informazioni suddividendo la realtà in categorie; un’attività che è fondamentale in quanto ci consente di prevedere il futuro: l’uomo riconosce un oggetto proprio in quanto aggregato di categorie.

Malvaldi ci accompagna allora in un affascinante viaggio nella fisiologia del nostro cervello, per scoprirne il funzionamento, alla luce della «teoria più avanzata sulla coscienza che conosciamo»: la IIT (Integrated Information Theory), sviluppata da Giulio Tononi. Secondo la IIT, «la coscienza emerge dall’interazione delle parti funzionali del cervello». Tononi ha anche proposto una «misura della coscienza di un sistema di rete, la cosiddetta informazione integrata, o Φ (Phi): essa è massima nei sistemi eterogenei e irregolari, proprio come il nostro cervello.

Sempre secondo tale teoria, la struttura concettuale generata in questo modo è «identica alla sua esperienza». In pratica, «ogni esperienza che il nostro cervello può fare nasce dalla combinazione di segnali sensoriali e segnali cerebrali interni, e se siamo in grado di ricombinare questi segnali grazie a una rete costruita artificialmente allora il risultato sarà indistinguibile da quello che succederebbe a un essere umano che provasse quelle sensazioni.»

Nella disciplina della causalità il nesso inscindibile tra matematica e linguaggio si manifesta dunque in tutta la sua forza: «tutta la causalità matematica si fonda su una formula che contiene la parola do: siamo stati costretti, per avere una ragionevole definizione di ciò che chiamiamo causa, a inserire un verbo all’interno di una formula matematica.» Tenerne conto è fondamentale se vogliamo arrivare a comprendere i meccanismi che la governano.

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