La diplomazia. Passato, presente e futuro, Guido LenziProf. Guido Lenzi, Lei è autore del libro La diplomazia. Passato, presente e futuro edito da Rubbettino. La diplomazia è stata definita “seconda più antica professione”: quale ruolo può avere nel mondo attuale?
Il mio volume appena pubblicato da Rubbettino, dal titolo “La Diplomazia: passato, presente e futuro”, ne ripercorre la storia, la funzionalità e le prospettive ulteriori. Una professione che, da sempre, agisce dietro le quinte, della quale pertanto non si vedono che gli aspetti formali esteriori, che sono, da sempre, oggetto di facile dileggio.

La fase di transizione attraversata dai rapporti internazionali dovrebbe di per sé confermare l’utilità della funzione che la diplomazia ha svolto dagli albori della convivenza umana. Nel dedicarsi a ritesserne la trama, evidentemente lacerata in più punti. Non per imporre nuove regole di comportamento, bensì di tornare alla casella di partenza, valorizzando quelle indicate dalla Carta dell’ONU, dalla quale la Guerra fredda ci ha discostato.

Una professione che, contrariamente a quanto si ha tendenza di affermare, pur essendo di matrice occidentale, dovrebbe potersi rivelare utile per tutelare i pur diversi interessi di ogni nazione, antica o nuova, ad occidente, ad oriente, a sud di un mondo globalizzato, ormai inesorabilmente interconnesso.

Come si è evoluta storicamente?
La diplomazia è nata e si è sviluppata attorno al bacino mediterraneo. Le prime testimonianze appaiono in Mesopotamia, e sulle tavolette di argilla che registrano i rapporti fra gli ittiti e gli egiziani, nel delimitare i rispettivi territori, stabilire alleanze, consacrare persino matrimoni dinastici. Le esigenze commerciali sviluppate dai fenici ne diffusero poi la pratica verso occidente, Alessandro ne estese l’ambito ad Oriente, Roma ne fece lo strumento dell’estensione del suo impero, il Medioevo la utilizzò per regolare i rapporti fra le molteplice realtà locali, le città-stato italiane ne stabilirono le regole, Richelieu e Mazzarino ne fecero una professione strutturata, Westfalia poi Vienna ne precisarono le regole, Versailles e San Francisco, alla fine delle due guerre mondiali, la multi-lateralizzarono, prima che il confronto bipolare ne bloccasse il funzionamento.

In che modo è cambiata dopo la fine del bipolarismo Est-Ovest?
La caduta del Muro dovrebbe avrebbe dovuto nuovamente dischiuderne le potenzialità. Paradossalmente invece, gli istinti primari, difensivi invece che collaborativi, hanno preso il sopravvento, suscitati anche da un’apparente agorafobia al cospetto dei grandi spazi della globalizzazione. Si è riproposto il confronto fra l’antico, sempre precario, equilibrio di potenza e l’internazionalismo liberale di matrice illuministica, collaborativo invece che antagonistico, a somma positiva, come si dice, invece che a somma zero..

Alla diplomazia, la cui funzione e le cui modalità operative non sono sostanzialmente mutate, spetta ancora una volta il compito di scioglierne i nodi.

Quale funzione ha rivestito, e riveste oggi, la diplomazia nel nostro Paese?
Un secolo fa, Visconti Venosta ammoniva “indipendenti sempre, isolati mai”. E Croce aggiunse che “un paese che non ha una propria politica estera è condannato a subire o perire”.

Nata e cresciuta negli interstizi della politica estera altrui, con la nefasta eccezione del ventennio fascista, l’Italia è una nazione intrinsecamente multilateralista ed europeista. Nel disorientamento politico e sociale dell’immediato ultimo dopoguerra, diretta da De Gasperi, Einaudi e Sforza, è stata la nostra diplomazia a tenere la barra, nel ricomporre i nostri collegamenti internazionali. Ammessa fra i paesi fondatori dell’Alleanza atlantica, dopo lo stallo del fallimento della Comunità Europea di Difesa, l’Italia fu poi, a Messina, l’artefice della Comunità europea. Imponendosi progressivamente come componente essenziale del processo di integrazione europeo. (In proposito, il volume di Roberto Ducci, “Le Speranze d’Europa”, ne descrive scrupolosamente il percorso).

Quali sono le regole e le modalità operative?
Come ai tempi di Gutenberg, la rivoluzione delle comunicazioni può avere modificato gli strumenti, non però il contesto, le regole né le modalità essenziali, nelle quali la diplomazia deve operare. Dovrebbe semmai farsi più visibile e politicamente assertiva, nell’esporre le componenti dei principali nodi internazionali da sciogliere, e le relative esigenze negoziali. Affiancata eventualmente oggi da una ‘diplomazia pubblica’, destinata a raccogliere il consenso di un’opinione pubblica diventata anch’essa globale, sempre più protagonista dell’impostazione delle direttrici politiche della politica estera.

Chi sono oggi i principali attori diplomatici?
Se permane una gerarchia fra gli attori internazionali, artefici della politica estera, non vi è, né vi può esserne una fra gli agenti diplomatici, che ne sono gli esecutori, ed auspicabilmente i promotori. Che rappresentano pertanto una ‘corporazione’ transnazionale, dalle norme professionali necessariamente condivise, indispensabili per il corretto svolgimento delle loro funzioni.

Ciò non toglie che, specie nelle attuali condizioni internazionali, sostenute dai rispettivi governi, alcune diplomazie nazionali possano, rispetto ad altre, rivelarsi più attive, propositive, propulsive.

In uno scenario geopolitico sempre più caratterizzato dal modello multilaterale, quale futuro, a Suo avviso, per la diplomazia?
Il multilateralismo è l’ambiente in cui la diplomazia ha sempre operato. Quella bilaterale, tuttora indispensabile, serve a negoziare questioni bilaterali, ma nemmeno essa può prescindere dal più ampio contesto che su di esse si ripercuote. Ne sono conferma le situazioni israelo-palestinese, afghana, siriana, libica, nord-coreana, il cui allentamento se non la soluzione non possono prescindere dal concorso dell’intera comunità internazionale.

In particolare dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che continuano invece ad operare ognuno per proprio conto, unilateralmente, impedendo il funzionamento del sistema delle Nazioni Unite, al quale si ha invece tendenza ad imputare le palesi attuali disfunzioni dei rapporti internazionali.

Un compito, questo della ricomposizione del sistema internazionale, che poggia oggi più che mai sulle spalle della diplomazia. Il cui ruolo va pertanto riconosciuto, stimolato, meglio utilizzato e valorizzato.

Guido Lenzi, ambasciatore (a.r.), ha svolto la sua carriera diplomatica nelle sedi di Algeri, Losanna, Londra, Mosca, ONU New York e come Rappresentante Permanente all’OSCE a Vienna. È stato Direttore dell’Istituto Europeo di Studi Strategici a Parigi. È attualmente docente di Diplomazia nel mondo globale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bologna. È autore di Internazionalismo Liberale: attori e scenari del mondo globale (Rubbettino, 2014)

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