La dipendenza affettiva. Testimonianze e casi di manipolazione e violenza, Valeria Saladino, Elena CabrasDott.ssa Valeria Saladino, Lei ha curato con Elena Cabras l’edizione del libro La dipendenza affettiva. Testimonianze e casi di manipolazione e violenza pubblicato da Carocci: quali sono le origini della dipendenza affettiva e con quali meccanismi si manifesta nell’età adulta?
Per descrivere le origini della dipendenza affettiva è necessario uscire fuori dalla logica di causalità e cominciare a riflettere sul fatto che nessun disagio ha un unico fattore di origine ma piuttosto è il derivato di un concatenarsi di fattori di rischio che insieme comportano il suo sviluppo. Un altro aspetto da non sottovalutare è il ruolo delle specifiche situazioni che l’individuo vive e che possono facilitare in qualche modo l’emergere del disagio che potrebbe anche rimanere sommerso. Sicuramente tra i fattori di influenza possiamo annoverare l’educazione ricevuta e le esperienze infantili. Infatti coloro i quali esperiscono carenza di affetto, negligenza, lutti, traumi legati alla sfera affettiva, durante il loro sviluppo hanno maggiori probabilità di sviluppare tratti dipendenti (non solo a livello affettivo ma in senso più ampio) e tendenze a legarsi in maniera ossessiva e poco sana al partner.

Il comportamento del cercare risposte nell’altro non investendo in se stessi ha origini nell’attaccamento, nel parenting genitoriale, nelle esperienze relazionali, nella cronicizzazione dei traumi. Il bambino investe senza riserve, fidandosi e affidandosi alle figure adulte che lo circondano. In tale situazione la gratificazione ricevuta dall’amore materno e paterno ma anche da quello di altre figure che fanno le veci dei genitori, porta il bambino a incrementare il senso di fiducia in se stesso. Il bambino sente di poter contare sugli altri e di poter esprimere in piena libertà, sino all’ultima parte di sé. La comunicazione, la sicurezza e l’apertura sono tutti fattori che proteggono il bambino, futuro adulto, dall’instaurare relazioni connotate dalla medesima sincerità e soddisfazione relazionale. Al contrario, il lassismo, l’abuso e l’iperprotettività, potrebbero comportare un bisogno perennemente insoddisfatto di riconoscimento e vicinanza, come anche una radicata sensazione di incapacità, alimentando un senso di vuoto in cui si radica la futura dipendenza, in adolescenza prima e in età adulta poi. Per comprendere meglio questo discorso possiamo aiutarci con una metafora. Se paragonassimo il bambino ad una piantina potremmo facilmente pensare che la sua sopravvivenza dipende dalle sue radici e da come il contesto da una parte e le risorse personali dall’altra facilitano o meno la nascita di queste radici.

Se questa piantina non riceve cure, acqua e luce, per sopravvivere cercherà altrove, accontentandosi di surrogati di cura, dimenticandosi di sé e ponendo al centro sempre gli altri pur di avere un po’ d’acqua e un po’ di luce.

La radice piano piano si svilupperà e consentirà alla piantina di sopravvivere ma non di essere autonoma, poiché il suo passato gli ricorderà sempre che l’unico modo per nutrirsi e non morire è essere parte di un altro organismo. Questo meccanismo spiega, seppure in maniera semplificata, come alcune persone che soffrono di dipendenza affettiva, subiscano relazioni violente e giustifichino i soprusi psicologici, fisici e sessuali del partner. La paura dell’abbandono e dunque il timore di non sopravvivere rende difficile il distaccarsi dall’altro. Un adulto dipendente affettivo presenta meccanismi di difesa che potremmo ribattezzare come “inversi” ossia non mirati alla sua protezione ma alla protezione della relazione con l’altro anche quando pericolosa o mortale. Il meccanismo principale dell’adulto dipendente affettivo è riassumibile nella frase “non posso stare senza di lui/lei, ne ho bisogno”, frase che riassume il concetto di nutrimento e di necessità e che ci riporta alle origini della dipendenza.

Quali tratti caratterizzano la personalità del dipendente affettivo?
Alcune delle principali caratteristiche della dipendenza affettiva sono riscontrabili nei criteri contenuti dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5) inerenti al Disturbo di Personalità Dipendente.

Il bisogno costante e pervasivo di accudimento, la richiesta di vicinanza, l’incapacità di svolgere attività quotidiane da soli, il senso di insicurezza e bassa autostima tipiche del disturbo di personalità dipendente sono proprie anche della dipendenza affettiva e comportano accondiscendenza e sottomissione nei confronti del partner.

Inoltre la paura dell’abbandono vissuta in modalità quasi ossessiva è fortemente debilitante e impedisce spesso alla persona di svolgere le normali attività quotidiane e di vivere in maniera serena. Il dipendente affettivo investe nell’altro

In maniera totalizzante, cercando la propria felicità in ciò che è l’altro, senza rendersi conto che non essendo consapevole di sé e non riconoscendosi come individuo separato dal partner, non sarà possibile trovare le risposte al di fuori da se stesso. La sovrapposizione della propria rappresentazione mentale con quella del partner comporta uno stato di fusione identitaria che rende le due persone incatenate, dolorosamente inconsapevoli del doppio filo che le vede unite.

Il bisogno di queste persone di mantenere il legame affettivo è paragonabile a quello di mangiare e di bere, è una necessità fisica e viscerale che fugge dal controllo mentale e non viene metabolizzata a livello cosciente. Il dipendente affettivo porta avanti relazioni asimmetriche, sottomettendosi al volere altrui e nel momento in cui la sua relazione ha fine cerca immediatamente un altro “sostituto” che ristabilisca l’omeostasi.

Un ‘altra caratteristica deriva dall’idea di non essere capaci di fare nulla da soli e di aver bisogno di supporto e consigli per fare delle scelte, dotando l’altro del potere decisionale e del controllo della relazione, aspetto che può determinare l’inizio di una relazione violenta.

Cosa hanno rivelato le neuroscienze sui correlati neurobiologici dell’innamoramento?
La dipendenza affettiva attiva gli stessi circuiti neuronali che sono alla base della dipendenza da sostanze, questo contribuisce a spiegare la comorbilità esistente tra queste forme di dipendenze. Inoltre, spesso si dice che l’amore rende ciechi ed anche questo modo di dire trova un corrispettivo neurologico: il circuito della ricompensa e dell’inibizione comportamentale. La collega Dott.ssa Rametta illustra ampiamente la funzione del sistema di remunerazione nell’assunzione di sostanze e nello stabilire relazioni amorose. Questo sistema garantisce la sopravvivenza ed è retto dalla dopamina, neurotrasmettitore senza il quale non vi sarebbe alcuna spinta d’iniziativa. Quando la persona si innamora, il suo sistema dopaminergico si attiva, così come il nucleo accumbens, che contribuisce nella percezione del senso di ricompensa. Nello specifico vengono attivate la corteccia prefrontale dorsolaterale, la corteccia prefrontale ventrolaterale, la corteccia prefrontale mediale, il cingolo anteriore, l’amigdala, il putamen, il nucleo caudato, il talamo, l’insula, lo striato ventrale e l’ippocampo. Le droghe in generale tendono a provocare un senso di gratificazione immediata stimolando i neuroni connessi alla produzione di dopamina che viene associata ad uno stimolo piacevole e genera un condizionamento. Allo stesso modo un fumatore di crack simulerà la stessa sensazione di piacere connessa alla droga anche solo osservando una pipa da crack e una coppia che si prepara ad avere un rapporto vede accrescere il piacere erotico attraverso i preliminari. Queste associazioni avvengono tramite la nostra corteccia prefrontale che associa determinati rituali alla sensazione di piacere che scaturirà dopo. L’abuso porta ad un adattamento del sistema di gratificazione che conduce alla progressiva trasformazione da desiderio a bisogno. La dopamina infatti alimenta la motivazione alla sostanza generando il craving che porta dal piacere all’ansia da astinenza dunque alla ricerca della sostanza o comportamento dipendente.

Quali differenze e quali somiglianze esistono fra tossicodipendenza e dipendenza affettiva?
La Dottoressa Campinoti nel suo contributo al presente volume ha sottolineato l’importante distinzione tra amore e dipendenza, definendo con l’espressione love passion uno stato di necessità comune alla maggior parte degli esseri umani e che implica un attaccamento funzionale agli altri. Nella relazione amorosa funzionale le persone coinvolte donano qualcosa l’una all’altra in un arricchimento reciproco. La dipendenza affettiva o love addiction, invece, è caratterizzata da una condizione disadattiva e morbosa che porta ad una asimmetria di potere e di benessere che smette di essere condiviso ma vede un attore richiedente affetto (dipendente) e un attore che mantiene la condizione disfunzionale acquisendo potere (controdipendente).

La dipendenza affettiva viene classificata tra le dipendenze comportamentali dette anche dipendenze senza sostanza o new addiction, insieme alla dipendenza da Internet, da gioco d’azzardo patologico, da sesso, da sport, da shopping compulsivo e da lavoro, entrando a far parte della classificazione ufficiale del DSM 5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) nella categoria dei “Disturbi correlati a sostanze e addiction”. La dipendenza affettiva presenta caratteristiche simili alla tossicodipendenza. Riflettendo sulle principali analogie tra dipendenza affettiva e tossicodipendenza è possibile fare riferimento all’elemento della fissazione o monomania. Il focus attentivo è totalizzato verso la sostanza nel tossicodipendente e nella ricerca e mantenimento della relazione con il partner nel dipendente affettivo; entrambi non riescono a fare a meno del proprio oggetto di investimento, e continuano a ricercarlo nonostante gli effetti nocivi e tossici del medesimo. Altro aspetto è connesso alla compromissione del funzionamento personale, sociale e affettivo. Il tossicodipendente mostra difficoltà interpersonali, cambia spesso lavoro, instaura relazioni basate sulla richiesta e sul bisogno e non ha un buon rapporto con se stesso. Allo stesso modo il dipendente affettivo mostra difficoltà nella relazione con se stesso e con gli altri e il lavoro assume spesso un ruolo marginale come l’ambizione e la realizzazione personale. Alla base del comportamento sia del tossicodipendente che del dipendente affettivo possiamo notare una matrice borderline che vede entrambe le categorie assuefatte da un oggetto di investimento, la sostanza e il partner, rispettivamente, e che conduce ad una costante idealizzazione del medesimo e ad agiti impulsivi e autodistruttivi.

Ciò che invece differenzia le due categorie è l’atteggiamento verso la relazione, infatti il tossicodipendente non entra in intimità ed evita qualsiasi legame affettivo; al contrario il dipendente affettivo ha come unico obiettivo quello di trovare il partner perfetto e di costruire con lui/lei una vita insieme.

Come si passa dalla dipendenza alla violenza?
Quando il controllo diventa ossessione e quando la vicinanza diventa violenza? Il passo è breve. La personalità del dipendente e quello del controdipendente facilitano l’instaurarsi di una relazione non sono basata sulla costante ricerca di presenza e vicinanza ma anche di controllo e potere. La mancanza di un equilibrio nella richiesta che il dipendente fa nei confronti del controdipendente, e la tendenza del partner ad assecondare e approfittare della situazione, comporta ipercontrollo che degenera in coercizione e progressiva chiusura nella relazione disfunzionale. Questa diviene un sigillo, una sentenza sopra la testa del dipendente, il quale protegge il suo carnefice, umiliandosi e isolandosi. Il partner continua ad acquisire potere giorno per giorno e il circolo vizioso che prima era mantenuto dalle richieste del dipendente e dalle risposte del partner, si trasforma in un incubo, in cui la minaccia di abbandono e la coercizione costanti portano il dipendente ad accondiscendere alle violenze psicologiche e fisiche pur di mantenerne la relazione. Il passaggio dalla dipendenza alla violenza, come racconta la Dott.ssa Di Lellis, è dunque progressivo e subdolo, non è possibile comprenderlo attraverso un ragionamento logico poiché dall’esterno emerge l’illogicità del comportamento della vittima. Tuttavia non è il lato interpretativo né cognitivo a porre le basi della dipendenza affettiva ma piuttosto la componente emotiva. La dipendenza psicologica dal partner rende impossibile alla persona rinunciarvi, motivo per cui vessazioni, ricatti morali, svalutazioni, isolamento sociale e sottomissione diventano accettabili all’interno della relazione. Si parla da sempre di violenza di genere, facendo riferimento a donne maltrattate, perseguitate e uccise da uomini loro partner o ex partner, ossia femminicidio.

Tuttavia, nelle testimonianze riportate nel volume emerge la complessità delle relazioni di dipendenza affettiva come anche della violenza insita in questa tipologia di dipendenza, una complessità che va oltre l’orientamento sessuale, oltre il genere e che può tradursi anche a livello transgenerazionale. I casi illustrati raccontano una realtà di violenze subite sia da donne che da uomini, vittime di maschicidio, in coppie etero ed omosessuali, di violenze agite nel contesto familiare e degli effetti della dipendenza vissuta da un genitore, sui suoi figli. Scenari di violenza estesi e che vanno oltre rigidità categoriali e oltre le consuetudini sociali.

In che modo la vittima, che non sempre o immediatamente percepisce di esserlo, mette talora in atto condotte autodistruttive?
Questa è una domanda che richiama ad una riflessione circa il costrutto di vittima e la percezione della persona di essere tale, concetto che spesso si scontra con lo stereotipo sociale e di genere e i tabù di cui ancora è impregnata la nostra società. Insieme alla collega Dott.ssa Cabras abbiamo ritenuto necessario improntare questo volume a partire dalla definizione di dipendenza affettiva per poi approfondire il concetto attraverso dati scientifici e testimonianze di chi ha vissuto la dipendenza. La componente di autodistruttività è sicuramente una costante del comportamento della “vittima” che pongo tra virgolette sempre per non cadere in un tranello percettivo. La persona che soffre di dipendenza affettiva si potrebbe dire essere vittima della percezione di se stessa e del partner, vittima della relazione disfunzionale che è conseguenza e costruzione diretta della sua percezione e infine vittima del partner, che in alcuni casi, solo secondariamente, diviene carnefice. Si potrebbe forse ritenere entrambi vittime nella prima fase in cui nessuno dei due attori della relazione è effettivamente consapevole di stare costruendo le basi di un rapporto disfunzionale. Essere autodistruttivi vuol dire accettare sommessamente la violenza, subendola poiché si ritiene di meritarla. La persona che subisce violenza allontana tutti dalla sua vita tranne il perpetratore della stessa e la sua percezione è distorta dalla dipendenza. Come nel gioco d’azzardo patologico e negli autori di reati sessuali esistono dei meccanismi e delle distorsi cognitive che agiscono da filtro non permettendo di vedere oltre il comportamento disfunzionale e che mantengono l’azione stessa. Come il giocatore ritiene di aver identificato lo schema che sottende la vincita e come l’autore di reati sessuali giustifica a se stesso il suo comportamento ritenendo di aver subito un torto dalla vittima o di essere stato provocato, allo stesso modo il dipendete affettivo ha dei costrutti mentali che mantengono la stasi e la reiterazione delle sue azioni, i medesimi che rendono possibile il perpetrarsi del circolo vizioso. L’autodistruttività emerge anche dalla ricerca e dalla scelta di un partner violento o dai pensieri ruminativi e svalutanti nei propri confronti.

Quale ruolo svolge la sessualità nella dipendenza affettiva?
La sessualità è una componente fondamentale dello sviluppo che implica la scoperta di sé non solo da un punto di vista fisico ma anche identitario. Un punto chiave della sessualità e del suo influenzamento nella sfera affettiva è l’esplorazione di sé. Volendo fare un esempio legato alla psicologia dello sviluppo potremmo pensare all’importanza della masturbazione nell’infanzia, momento in cui l’esplorazione del corpo coincide anche con lo sviluppo dell’immagine di sé e dell’autostima. Subire punizioni e divieti connessi alla masturbazione durante l’infanzia può comportare non pochi rischi a livello comportamentale. Anche l’aver esperito abusi sessuali o l’aver assistito agli stessi può compromettere la sfera affettiva, comportando l’associazione tra violenza e amore. Il sesso viene spesso utilizzato nelle relazioni di dipendenza affettiva come modalità risolutoria di problemi o come atto di riconciliazione. E ancora il rapporto sessuale è anche un ricatto che uno dei due partner può utilizzare come arma ad esempio minacciando il dipendente di rompere la relazione. Il ruolo della sessualità è anche insito nella dipendenza affettiva, infatti a volte può anche far parte di un quadro di love addiction che porta con sé elementi di dipendenza sessuale e che lega così la carenza affettiva con un bisogno sessuale incondizionato.

Valeria Saladino è psicologo clinico, specializzato in scienze criminologiche e forensi e psicologia giuridica, Fondatore e Presidente di “Psicotypo Associazione per l’Informazione e l’Aggiornamento in Psicologia”. Dottore di ricerca e psicologo esperto ex articolo 80 presso la Casa Circondariale di Cassino. Studiosa della psicologia della devianza, in particolare del fenomeno dell’istituzionalizzazione e delle dinamiche psicologiche che costituiscono quest’ultimo, ha partecipando e coordinato interventi di valutazione e trattamento all’interno degli Istituti Penitenziari. Si è occupata inoltre di nuove dipendenze, gestendo il Behavioral Addictions Research Team, Centro di ricerca sulle dipendenze comportamentali. Oltre alla ricerca svolge attività di tutoring e consulenza per chi è interessato al settore della ricerca e alla costruzione di elaborati di tesi a carattere sperimentale.

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