La democrazia oggi e il ruolo delle parti sociali, Antonio FoccilloDott. Antonio Foccillo, Lei è autore del libro La democrazia oggi e il ruolo delle parti sociali edito da Aracne: come sta cambiando la democrazia?
Nonostante ci siano state esperienze di governo di diverso colore, la loro attenzione, e quindi azione politica, ha sempre più propeso a ridimensionare la partecipazione democratica e nello stesso tempo individuare nuovi modelli istituzionali, nuove leggi elettorali e nuovi forme di democrazia. Il concetto di democrazia è cambiato alla luce delle nuove parole d’ordine che i rappresentanti odierni della politica hanno avanzato, dal sovranismo alla democrazia diretta, fino alla legge costituzionale sulla riduzione dei parlamentari. Sono tutti temi che avrebbero bisogno di un momento di elevatissimo confronto invece tutto avviene fra apatia, disinteresse e dibattiti fra pochi intimi. Quello che fa riflettere è l’estrema certezza con cui si affrontano questioni così importanti, senza nessun dubbio e senza nessuna analisi su come si evolverà lo stato delle cose e quali cambiamenti si determineranno. Ognuno vuole affermare solo la sua parte e limitare gli spazi degli altri per evitare che ci sia anche l’eventualità di un reale confronto e soprattutto di critica. L’idea di democrazia, col tempo, con le nuove generazioni, sembra quasi sfuggirci dalle mani, in uno scollamento sempre più sensibile tra rappresentati e rappresentanti. Mi sento di dire, però, che quella che i più definiscono come la “pancia” delle persone, ossia quel sentire diffuso che si traduce nell’insofferenza e nella diffidenza verso tutto ciò che è politica, non è il prodotto di un secco disamore verso l’attività politica o di una disinteressata apatia civica. La inquadrerei piuttosto in una smarrita consapevolezza di poter incidere, anche in minima parte, nei processi decisionali dell’impianto democratico del nostro Paese. In sostanza, si stenta a riconoscersi a pieno titolo in qualcosa di più grande di cui ci si sente attivamente partecipi. E forse, proprio qui, arriviamo al punto: la partecipazione e, ancor meglio, la sua idea come modellata in questi ultimi decenni dal quadro politico nazionale e internazionale si è sempre più allontanata da quella prevista dalla Costituzione e dall’esperienza del modello parlamentare. Sì perché il concetto di democrazia corre di pari passo con quello di partecipazione. Cos’è la democrazia se non il frutto dell’incontro e del confronto dei diversi momenti e spazi di partecipazione offerti alla comunità? Un’offerta che però in questi anni è andata sempre più scemando. Bisogna partire dal presupposto che una partecipazione consapevole è concepibile solo allorquando vi sono diversi strumenti e luoghi a cui poter accedere per potersi costruire un’idea su quello che ci circonda, attraverso l’informazione, l’ascolto e il dialogo. Senza questi luoghi, questi momenti, e mi riferisco dai più piccoli e particolari comitati di quartiere fino alle istituzioni parlamentari, la pluralità insita della partecipazione viene meno e prendono vigore individualismi e verità inconfutabili. Eppure lo scorrere della storia e della cronaca politica sembra esser di tutt’altro parere, abbiamo assistito al declassamento prima dei partiti e delle sue strutture verticali a livello territoriale poi agli attacchi alle organizzazioni sindacali, sia sotto il profilo delle risorse sia delle prerogative. Abbiamo accettato, anche col favore dell’opinione pubblica, il superamento del finanziamento pubblico dei partiti, confinando ancor più la politica a cosa di pochi noti. Il tutto in un quadro dove la rappresentanza ha gradualmente ceduto il passo a ottiche non più proporzionali ma sempre più maggioritarie e distorsive del voto. In nome dei tagli alla spesa improduttiva, si sono cancellate di fatto le province costituzionalmente previste, privandole della legittimazione elettorale e inibendone le funzioni senza tanto far caso alle conseguenze sui territori e sui cittadini. E potremmo farne tanti di esempi, tutti con un minimo comune denominatore: la lotta ai corpi intermedi. Realtà, quest’ultime, che non sempre riescono ad ottenere la stessa influenza della “democrazia diretta” delle piattaforme online, del tweet, dei like e dei dislike, un’idea di democrazia svincolata dagli strumenti della politica del novecento e che si riconosce in un “click”. Questi sono diventati gli strumenti a disposizione di chi vuole avventurarsi nella partecipazione politica. Rimango convinto dell’idea che, invece, bisognerebbe ridare dignità a quegli strumenti del novecento che se ancora oggi in tante esperienze resistono e convincono, vedi il sindacato, non si comprende perché dovrebbero esser spazzati via come si sta facendo. Penso che per il nostro Paese la chiave di volta non sia la democrazia del click, ma quella delle assemblee, delle sezioni di partito, delle camere territoriali del lavoro, delle RSU, dei congressi, delle persone che si guardano negli occhi.

Quale ruolo deve avere oggi lo Stato nell’economia?
Sul piano economico l’Italia da anni continua a pagare l’assenza di una politica economica orientata a promuovere e sostenere la crescita, congiuntamente ad un vero smarrimento di una propria politica industriale. I Governi hanno concentrato la loro attenzione esclusivamente al miglioramento dei conti pubblici, con scelte che hanno pesantemente penalizzato i lavoratori dipendenti, i giovani e i pensionati. Il necessario perseguimento di politiche volte al risanamento è stato fine a se stesso ed ha avuto come conseguenza quella di aggravare la recessione in atto nel nostro sistema economico e produttivo. Il limite maggiore dell’azione economica dei Governi è stato proprio quello di non sostenere sviluppo e crescita. Ma di condividere essenzialmente le politiche dell’austerity e ridimensionando anche il perimetro dell’intervento statale. Il paese reale, invece, chiede alle forze politiche di rilanciare con fermezza la regia e la forza delle politiche pubbliche capaci di orientare i comportamenti e le proposte dei mercati. La politica deve ridistribuire la ricchezza (perché questa è la vera condizione per crearne della nuova) e ridurre le diseguaglianze, ridare speranza ad un paese che altrimenti rischia di essere stritolato da una crisi che accentua le debolezze strutturali di un sistema economico e istituzionale da tempo in difficoltà. Si tratta di ridisegnare un sistema in cui il mercato e gli operatori privati non siano lasciati senza regole, ma possano agire dentro una cornice in cui prevalga il bene comune, la responsabilità sociale, l’interesse collettivo. A mio avviso, è necessario creare quella qualità sociale che rappresenta il tratto distintivo di un’economia che rimette al centro il lavoro e le persone, i loro diritti sociali inalienabili, le relazioni umane e la dimensione comunitaria della produzione e del consumo. L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha dimostrato, difatti, anche a chi ha sempre profetizzato l’eccessiva burocratizzazione della macchina del Paese demonizzandola e riducendola sempre più all’osso, quanto sia fondamentale il ruolo e la funzione delle istituzioni dello Stato. Lo hanno evidenziato pesantemente i fatti di queste settimane, nell’impossibilità delle articolazioni dello Stato più prossime ai cittadini di prevenire problemi purtroppo imprevedibili o quanto meno di corrervi ai ripari. Purtroppo, in questi anni ha vinto un neo liberismo che ne ha smantellato la spesa pubblica, senza mai valutare le ricadute sui costi sociali e, senza voler fare polemica, oggi anche sui costi umani. Eppure il nostro Paese è riuscito, in più di cinquant’anni, a passare dallo sfascio economico, produttivo e strutturale del secondo dopoguerra, a un livello di sviluppo e di benessere diffuso, in maniera certo non del tutto omogenea sul territorio ma certamente con caratteristiche di qualità superiore a qualsiasi altro momento della nostra storia. È innegabile il ruolo di volano e di sostegno concreto che la Pubblica Amministrazione e l’intervento statale, con tutta la gamma dei suoi servizi pubblici e delle sue aziende, hanno avuto in questo processo storico che aveva reso l’Italia quinta potenza economica nel mondo. Da questa via credo sia fondamentale ripartire, specialmente alla luce dell’attuale e drammatica crisi epidemiologica. Nei momenti difficili, come fu nel dopoguerra, si cerca aiuto e si chiedono politiche di intervento statale.

Quali sfide affronta il sindacato nella società contemporanea?
Alla crisi di una classe politica che, negli ultimi anni, ha scontato la mancanza di capacità di decidere per il bene comune e di dare una risposta concreta ai problemi del Paese e all’incombere di biechi populismi, il sindacato tutto ha risposto calando quei suoi valori nella partecipazione alle scelte politiche ed economiche, rimettendo al centro, in primo luogo, la lotta alle diseguaglianze e all’emarginazione sociale con l’intenzione di avviare un percorso riformista che ci consegni una società più solidale ed equa, dove si salvaguardino la persona e i diritti di cittadinanza in tutti i suoi aspetti: dal diritto al lavoro alla vita; dalla sicurezza sociale a quella personale; dal ripristino del potere di acquisto ad un fisco che recuperi la sua funzione di ridistribuzione della ricchezza e della solidarietà. Di fronte alla caduta dei valori, all’affermazione dell’io, al nuovo egoismo politico, economico e sociale, all’affermazione del sovranismo e della demagogia della destra, è necessario un grande impegno anche culturale per rigenerare una politica democratica, nella quale antichi valori possano essere riaffermati. E quali se non il riformismo, la laicità, la solidarietà e la coesione? Il sindacato può assumere, e lo sta facendo, questo compito, proprio per la sua storia, ponendosi come soggetto politico che dà voce alla società e al mondo del lavoro. Lo stiamo facendo confermando la nostra natura riformista, ponendoci l’obiettivo di risolvere i problemi dei lavoratori e di tutti i cittadini in generale, migliorandone gradualmente le condizioni sociali, tramite un esercizio responsabile e laico del proprio ruolo che non si limiti alla mera contestazione ma che sia propositivo e quindi partecipativo nelle scelte economico-sociali di un Paese.

In che modo il sindacalismo è chiamato a rinnovarsi per rispondere ai bisogni attuali del mondo del lavoro?
Il sindacato deve guidare un processo che sia in grado di superare il ricatto del capitale teso alla ricerca di un mercato del lavoro sempre più economico e meno garantista; di favorire uno sviluppo realmente sostenibile e, soprattutto, di ridistribuire i redditi su scala globale che non sono immaginabili senza interventi significati del pubblico nella società. Il sindacato deve riprendere la sua funzione squisitamente politica e sociale, volta a determinare i valori, le equità e la democrazia nella società. Vorrei che tutti pensassimo per un momento ai grandi cambiamenti che ci sono stati nell’opinione comune anche per quello che è divenuto il mondo del lavoro, con un mercato del lavoro sempre più precario e privo di certezze. A differenza del passato dove il contratto di riferimento era a tempo indeterminato, si sono ampliati i contratti a tempo determinato ed altre fattispecie di tanti contratti atipici, poi addirittura fatti diventare tipici con leggi specifiche. È ovvio che queste figure per la loro estrema incertezza sono sottoposte al ricatto dei rinnovi e per questo preferiscono non iscriversi al sindacato, onde evitare pericoli. Di fronte ai cambiamenti in atto nel mercato del lavoro, le organizzazioni sindacali devono ripensare il proprio ruolo in una prospettiva più vasta, in grado di integrare quell’ampia fetta di lavoratori non iscritti e di costruire forme reali di partecipazione.

Quale futuro a Suo avviso per il sindacalismo confederale?
Sul piano politico la società si sta orientando sempre più verso la virtualità delle discussioni, addirittura i cittadini vengono consultati su una piattaforma che non può certamente essere considerata esaustiva della rappresentanza democratica. In realtà il sindacato è una delle poche dimensioni dove ancora si discute collettivamente e dove il confronto e la partecipazione avvengono de visu. Questo è, storicamente, un punto a favore del sindacato e fino a che manterrà questo tipico rapporto di presenza diretta, conservando strumenti, metodologie e pratiche democratiche sarà in grado di garantire una forma di democrazia rappresentativa. Per questo il ruolo del sindacato può ancora più aumentare e può contribuire di nuovo a sancire principi e regole dai quali non si possa derogare se riconosciuti come valori fondanti di una comunità. Il sindacato ne deve indicare alcuni ben precisi. In primis il lavoro che è, infatti, il processo principale per l’emancipazione dell’uomo. Esso gli consente in età adulta di contribuire al progresso della collettività e quindi deve esserne riconosciuta l’importanza sociale, proprio in base a criteri che il sindacato fissa quale quanto rappresentante degli interessi collettivi dei lavoratori. Il sindacato deve proporre nuovi modelli economici e sociali, per avviare uno sviluppo economico diverso, non più solo mercantile. Il sindacato deve opporsi efficacemente all’operazione che prevede un riequilibrio delle finanze ed una diminuzione del debito semplicemente liberandosi dagli oneri derivanti dalla protezione degli strati sociali più deboli. Il movimento sindacale non può consentire che lo Stato del benessere sia destinato ad entrare in crisi e, con esso, a incrinarsi pericolosamente il “contratto sociale” su cui si fonda. L’azione strategica del sindacato confederale deve però alzare il tiro ed essere strettamente intrecciata al modello di società che si deve modificare, contribuendo a ribaltare l’attuale condizione che amplifica le emarginazioni. Con un mercato che ha invaso prepotentemente tutte le scelte economiche, il lavoro e i diritti devono uscire dalla logica difensiva e riprendere una fase di nuova tutela per riacquistare la dignità che gli compete. Il sindacato confederale deve porsi quale guida di questo rilancio quale soggetto politico in grado di dar voce alla società e al mondo del lavoro, disegnando prospettive di sviluppo e di formazione di ricchezza e di conseguente distribuzione della stessa.

Antonio Foccillo, laureato in Giurisprudenza, Segretario Confederale UIL. Già docente di Diritto del lavoro pubblico presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Foggia, dal 2004 insegna la medesima materia presso la Sapienza – Università di Roma presso il Master di II livello di diritto del Lavoro e previdenza sociale. Giornalista pubblicista. Dal 2007 è membro del direttivo dell’Eurispes ed è membro dell’Associazione Studi e Ricerche Interdisciplinari sul Lavoro “Astril” della facoltà di Economia dell’Università degli Studi “Roma Tre”. È inoltre consigliere e componente del Consiglio di Presidenza del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel). Tra le sue pubblicazioni: La Politica dei redditi e la sua giuridicità; Quale sindacato per terzo millennio; Democrazia, economia sindacato; Il rapporto di lavoro del pubblico impiego; Etica Sociale e relazioni sindacali; La rappresentanza e rappresentatività; La Svolta; Democrazia Oggi.

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