La democrazia di Atene. Storia di un mito, Francesco ColafemminaDott. Francesco Colafemmina, Lei è autore del libro La democrazia di Atene. Storia di un mito edito da Passaggio al Bosco: quando e come nasce la democrazia in Atene?
Anzitutto grazie per l’intervista. La democrazia, questa creazione unica del genio ellenico, è più che un regime politico determinato, un processo lento, dalle sfumature spesso cangianti, ricco di contraddizioni, che non può essere ascritto ad un determinato evento o ad una chiara teorizzazione. Stimolato dalla prima opera di sistematica critica della democrazia ateniese, la Costituzione dello Pseudo Senofonte, ho cercato così di rintracciare nei movimenti delle élites ateniesi già a partire dal VII-VI secolo, le prime doglie del processo democratico, il cui parto definitivo va individuato nella riforma di Clistene. Mi ha meravigliato constatare quanto fossero limitati gli studi in merito alle origini elitarie del fenomeno democratico, si è trattato pertanto di una esplorazione affascinante e per certi versi sorprendente. Se vogliamo sintetizzare le evidenze storiche potremmo dire che verso la fine del VII secolo Atene si trova ad un bivio, continuare a praticare una agricoltura fondata sul latifondo, scarsamente produttiva ed innovativa, che comportava anche un fondamentale divario fra i ceti sociali, o ammiccare allo sviluppo mercantile, al rigoglio delle città ioniche, o di competitor commerciali come Corinto e Megara. Il conflitto interno all’aristocrazia terriera fu risolto attraverso il ricorso alla figura di Solone che, non a caso, era esponente della fazione mercantile all’interno dell’élite ateniese. Le sue riforme incentrate sulla pacificazione sociale, l’abolizione della schiavitù e una ridefinizione della società su base censuaria, segnano le premesse per l’uscita di Atene dalla stagnazione economica, ma anche da un certo arcaismo sociale, dalla fissità delle strutture del potere che esiteranno poi nel regime democratico. I conflitti intraelitari non erano però risolti, quindi si passerà alla tirannide di Pisistrato e dei suoi figli, che rivoluzioneranno i rapporti fra masse urbane e potere, preconizzando la relazione politica fra demos e suoi leaders che sarà propria paradossalmente della lunga storia democratica di Atene. Tuttavia è a Clistene, esponente del grande clan aristocratico e mercantile degli Alcmeonidi che dobbiamo per così dire l’irruzione della democrazia nella storia. Storici come Josiah Ober hanno spesso attribuito a Clistene e alla reazione popolare che vi fu nel 507 al tentativo oligarchico di Isagora supportato dal re spartano Cleomene, una pulsione “repubblicana” simile a quella che condusse alla presa della Bastiglia. Credo piuttosto, sulla scorta di Vidal-Naquet, che gli Alcmeonidi avessero quel “ruolo eretico” nella società ateniese tipico delle “aristocrazie trasgressive”, una definizione molto appropriata del politologo americano Sheldon Wolin che riprende Nietzsche. Ecco, probabilmente è in questa contrapposizione fra élites tradizionali ed élites trasgressive, proiettate dal latifondo agli scambi marittimi, dall’Attica all’Impero della Lega sorto al termine delle guerre persiane, che vanno cercate le radici della democrazia ateniese.

Quale ruolo ebbero le élites nella costruzione del nuovo ordinamento?
Siamo soliti negli ultimi anni attribuire al concetto di élites una accezione negativa, l’immagine insomma di loschi e ricchi figuri che determinano i destini delle masse. Una fantasia peggiorativa che può anche avere la sua ragion d’essere in un mondo nel quale spesso i fili del potere sono manovrati da personaggi invisibili. Tuttavia le élites ci sono sempre state e sempre ci saranno in ogni società, e non vanno considerate esclusivamente in senso negativo. Ad essere negativo o positivo è l’esito della loro azione, o piuttosto il complesso delle loro intenzioni. Anche Sparta era una polis retta da una élite che sfruttava la servitù di iloti e perieci. Ma l’élite spartana, al netto delle virtù eroiche, era forse una élite “illuminata” o capace di guardare al di là della propria autoconservazione? In questo senso le élites ateniesi che diedero vita alla democrazia erano per l’appunto “trasgressive” perché valicavano i limiti ancestrali e culturali dell’aristocrazia terriera fondata sul latifondo, sui lenti e ciclici ritmi dei campi, sulla tradizione, sull’ordine cosmico rispecchiato nella struttura religiosa della società. Erano élites che, come Solone, viaggiavano “per commercio e per turismo” per tradurre in termini moderni Plutarco. Animate da grande curiosità intellettuale, peraltro tipica dell’Elleno, stimolate dalla diversità, anche quella minacciosa dell’impero achemenide, non troppo superstiziose, anzi filosoficamente atee, fiduciose nei mezzi della sofistica piuttosto che in quelli dell’educazione tradizionale, finivano, come Pericle, col vendere in blocco le produzioni agricole delle loro fattorie per poi andare a fare la spesa al mercato quotidianamente come ogni piccolo borghese cittadino. Un esempio che la dice lunga sulla loro assenza di attaccamento alla terra come testimonierà la stessa strategia periclea agli inizi della guerra del Peloponneso: l’abbandono delle campagne dell’Attica per stringersi tutti al di qua delle mura e continuare a garantire rifornimenti attraverso il mare. Pure, questo genere di élites trasgressive, finirà per dar vita in poche generazioni a soggetti ambigui e individualisti, opportunisti e cinici, come Alcibiade o il violento antidemocratico Crizia. Ma anche questi sono i rischi di élites estremamente “creative”, slegate dai vincoli di una tradizione spesso esaltata solo verbalmente o nel ricordo.

Quali sono stati i moventi sociali, economici e culturali che hanno dato vita a questa creazione politica del genio ellenico?
Lo storico statunitense Gallant ha ricostruito le radici dei rapporti clientelari alla base di talune dinamiche politiche dell’antica Grecia, individuandone le origini nell’estrema vulnerabilità alle carestie o alle variabilità produttive dell’agricoltura di alcune aree del Mediterraneo. Credo che questa sia una delle ragioni che spinsero gli ateniesi ad allontanarsi dalla terra per puntare allo sviluppo di un impero mercantilista. D’altro canto una ulteriore spinta fu offerta dallo sviluppo minerario dell’Attica impresso già da Pisistrato, e ampliato alle miniere della Tracia. Sicché, in pochi decenni, Atene finì per avere il monopolio dell’argento in tutto l’Egeo. Un terzo fattore fu la sovrabbondanza di schiavi, specialmente negli anni che vanno dalla fine delle guerre persiane (479) alla pace di Callia (448). La grande manodopera a basso costo generò una forte disoccupazione fra le masse urbane, specie dopo le devastazioni effettuate dai Persiani, sicché il reclutamento dei rematori in numero sempre crescente, l’introduzione delle indennità di servizio, l’avvio di ingenti lavori pubblici, fu una creativa soluzione per generare una maggiore coesione sociale, garantire la sussistenza delle masse cittadine, e nello stesso tempo ovviare a potenziali conflitti intraelitari, rendendo per così dire il popolo garante delle contese ai vertici della società. Era, per usare un anglismo, una situazione win-win, dove tutti ne traevano un qualche vantaggio e la crescita economica garantiva ricadute su tutta la popolazione, anche in termini estetici e culturali.

Quali contraddizioni segnavano però il regime democratico?
Questo sistema si fondava tuttavia sulla creazione, l’espansione e il mantenimento di un impero, dopo la costituzione della Lega Delio Attica a ridosso della fine della seconda guerra persiana e a seguito del disimpegno dalla leadership degli Spartani. L’imperialismo ateniese, nato su basi paritetiche, si rivelò negli anni uno strumento di cruda oppressione di ogni ribellione o ogni autonomia. Aspetto molto interessante e poco sottolineato è che l’Impero si fondò più o meno a partire dal 450 a.C. – ma sussistono dubbi in merito alla datazione del decreto di Clearco – anche su una unione monetaria, garantita dall’uso esclusivo della valuta ateniese e del sistema di pesi e misure in vigore ad Atene. Non solo, gli alleati erano tenuti a versare un ingente tributo in termini di argento o di navi, a trattare le cause più importanti nei tribunali ateniesi e in caso di ribellione la repressione della “democratica” Atene poteva essere spietata come attestano i casi di Samo, Lesbo e Melos. Inoltre la democrazia ateniese non escludeva fenomeni corruttivi, nonché l’ascesa della demagogia, come strumento di condizionamento delle masse ante litteram. Tuttavia se presupponiamo l’esistenza di una vigile élite in ogni fase della vita democratica della città, iniziamo a comprendere come il concetto stesso di democrazia fosse qualcosa in più e qualcosa in meno rispetto ad una sorta di ideale del tutto arbitrario che vive nel nostro immaginario collettivo.

Il Suo libro contiene anche una nuova traduzione della Costituzione degli Ateniesi dello Pseudo-Senofonte, forse il documento più emblematico delle critiche rivolte al regime democratico: quali accuse muovevano alla democrazia ateniese i suoi oppositori?
Per la verità l’oppositore anonimo della Costituzione offre in numerose occasioni una lettura duplice degli “errori” ateniesi. La sua e quella del suo immaginario interlocutore. Si dibatte da meno di due secoli sull’identità dell’autore di questo pamphlet, tuttavia penso che si tratti di una sorta di sfogo fra aristocratici: uno ateniese e uno di qualche città alleata. Entrambi disprezzano la democrazia, ma l’ateniese risponde in maniera originale alle banali obiezioni del suo interlocutore a distanza, cercando di dimostrare che la democrazia è certo il governo dei peggiori sui migliori, ma è anche un regime non modificabile, nel quale ogni aggiunta o sottrazione rischia di minare il principio fondamentale, ossia la volontà del demos di non essere sottomesso, di non essere reso schiavo. E ciò, nonostante per l’Anonimo il popolo ateniese sia per certi versi indistinguibile dagli schiavi, anche sotto il profilo dell’abbigliamento. Ciò che a mio avviso si è poco studiato di quest’opera è l’approfondito quadro che l’autore offre dei meccanismi propri della burocrazia democratica e che ho cercato di approfondire nel commento. Ad esempio nel sottolineare le lungaggini procedurali l’autore lascia intravvedere la grande responsabilità del collegio dei pritani, ossia quel collegio di membri del Consiglio dei Cinquecento divisi per tribù, sorteggiato mensilmente, e che aveva il compito di definire gli ordini del giorno per il Consiglio stesso e per l’Assemblea. Credo di aver scorto nel suo dettagliato resoconto un riferimento ad una modifica radicale della cosiddetta “aristocrazia moderata”, ossia del sistema introdotto da Clistene, attuata con le riforme di Efialte, una figura chiave del progresso democratico ateniese. Per il resto uno dei punti chiave del testo è all’origine dell’intero mio saggio. È il riferimento da parte dell’Anonimo a coloro che pur non appartenendo al popolo decidono di vivere all’interno di democrazie perché si apprestano a commettere di nascosto una qualche ingiustizia. Ero su un traghetto che mi portava da Skopelos al porto di Mandoudi in Eubea, mentre rileggevo questo passo, e mi colpì così il riferimento ad una aristocrazia “connivente” con la democrazia. Devo a questo accenno dell’Anonimo autore di uno scritto che situo con Momigliano e altri nell’inverno del 431/430 a.C., lo stimolo a scrivere questo viaggio nella democrazia ateniese.

In che modo l’esempio di Atene ci ammonisce sui limiti intrinseci alla struttura democratica?
Tornare alle radici della democrazia credo sia sempre un utile esercizio per chi crede nella democrazia. Tuttavia è necessario prima spogliarla di una serie di orpelli retorici, privarla dei copiosi veli dell’ideologia, mostrarla nella sua nudità contraddittoria. E questo non certo per demolirla, ma per amarla in maniera più sincera. La crisi delle democrazie occidentali è ormai conclamata, non serviva certo una pandemia per dimostrarlo, eppure l’esperienza dei mesi scorsi ha aggiunto una serie di spunti di riflessione che non possono essere posti in secondo piano. Ho scritto questo saggio quando ancora non si sapeva nulla del coronavirus, l’ho terminato mentre giungevano allarmanti notizie dalla Cina. Eppure non era difficile, scrivendo della democrazia ateniese, preconizzare che una democrazia formale, ossia svuotata dei suoi presupposti valoriali – la ricerca di un bene comune, l’interesse comunitario, ma anche e soprattutto la salvaguardia degli elementi di coesione di una società da individuare nella sua cultura, nella sua storia, nei suoi valori spirituali, più che nella mera sussistenza economica e materiale – tende col lasciare ampio spazio a nuove tirannidi. Così si avvera la profezia di Carl Schmitt della quale parlo ampiamente in un capitolo dedicato al conflitto fra Sparta e Atene, secondo il quale la lotta fra terra e mare rischia di farci ignorare l’aurora di un nuovo nomos, quello dello spazio, ossia il potere sfrenato della tecnica. Anche nelle democrazie occidentali sentiamo spesso oscillare il pendolo fra terra e mare, identità e globalismo, radici e sradicamento, ma dietro questa dialettica fra opposti tende a spegnersi ogni elevazione spirituale, ogni dimensione immateriale. Spesso la lotta archetipica – narrata da Tucidide nelle Storie a proposito della guerra civile di Corcira – non è che paravento ideale della mera sete di potere dell’uomo. E mentre la politica litiga senza una visione comunitaria, è già sorto un nuovo potere: si levano in volo i droni per spiare il cittadino isolato in una spiaggia solitaria, si diffondono le applicazioni per tracciare le nostre esistenze quotidiane, si scambia la necessità della competenza col tramonto della politica, sicché presunti scienziati e tecnici surclassano la rappresentanza popolare. La democrazia muore, ma muore – per citare, non senza un tocco di ironia, la principessa Padme Amidala in Star Wars – “sotto scroscianti applausi”. In altri termini non è da escludere che nuove élites a noi contemporanee mirino a rendere gradevole la futura schiavitù di popoli così abulici e stanchi della democrazia da essere pronti a barattarla con il progresso tecnologico, con mondi virtuali e individualismi appagati. Uno scenario già descritto da menti illuminate come Aldous Huxley, o da scrittori inquieti come Jack London.

In un’epoca di instabilità delle democrazie contemporanee, quale contributo offre la riflessione sulle criticità della democrazia ateniese del V secolo?
Occorre tornare ad Atene, allo spirito di Salamina, alla custodia dei tesori minacciati, delle libertà violate, al sospetto verso gli emissari di Serse che chiedono acqua e terra, per comprendere che pur con tutte le sue contraddizioni, pur con tutti i suoi limiti intrinseci, l’esperienza ideale della democrazia ateniese non smette di metterci in guardia dai rischi di nuove tirannidi mascherate da liberali luna park dei desideri, dove impera la hýbris, ma incombe la Nemesi.

Francesco Colafemmina, filologo classico, ha pubblicato, fra l’altro, Dialoghi con un Persiano dell’Imperatore Manuele II Paleologo (Rubbettino, 2007) e Il matrimonio nella Grecia classica (Settecolori, 2011).

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link