Professoressa Franchi e professor Schianchi, Voi siete autori del libro La democrazia del nostro scontento. Dal 1989 al 2016: il mondo tra attese e delusioni edito da Carocci: cosa ha rappresentato per il mondo il periodo 1989-2016?
La democrazia del nostro scontento. Dal 1989 al 2016: il mondo tra attese e delusioni, Maura Franchi, Augusto SchianchiIl 1989 e il 2016 sono state assunte come date simboliche: il 1989, con la caduta del muro di Berlino, aveva rappresentato l’apertura di un mondo senza confini e alimentato speranze, il 2016 ha fatto emergere la voragine di delusione e di rancore che attraversa le società occidentali. Esplode in una forma più radicale la percezione di una crisi di futuro, un sentimento che covava da tempo e che era espresso nel calo di fiducia che attraversava da anni tutti i paesi sviluppati.
Nel periodo tra le due date, abbiamo assistito all’effetto intrecciato di diversi fenomeni: la rivoluzione tecnologica, la globalizzazione e la conseguente finanziarizzazione dell’economia hanno cambiato la competizione internazionale. Gli effetti sono stati molteplici e hanno avuto come conseguenze l’aumento delle diseguaglianze e la crisi della classe media nei paesi sviluppati. La globalizzazione ha generato la sensazione di non poter controllare i confini e di vedere assediato il territorio che era stato considerato proprio. La tecnologia ha cambiato il lavoro e la comunicazione.
Alcuni fatti ulteriori hanno segnato il clima di questo tempo a partire dal drammatico episodio delle Torri Gemelle nel 2001. Il fenomeno del terrorismo ha continuato a generare paura e ha dato inizio ad un tempo di incertezza globale, mostrando l’inevitabile vulnerabilità delle nostre società.
Qualche anno dopo, il fallimento della Lehman Brothers ha decretato che il futuro economico non è più sicuro come era apparso prima: la fragilità delle reti finanziarie ha avviato un periodo di incertezza economica. Le banche, che sono sempre state considerate il pilastro del progresso economico, hanno improvvisamente rivelato la loro debolezza strutturale. I fattori scatenanti – i mutui subprime – hanno messo in luce come di fronte ad un fatto locale (in quel caso americano) il sistema finanziario globale possa essere coinvolto in un effetto domino.
Non da ultimo, la percezione di una diffusa vulnerabilità dei nostri sistemi economici e sociali è stata accentuata dalla percezione diffusa che gli “esperti” non sono stati capaci di prevedere ciò che stava per accadere né, poi, di gestirne gli effetti.
Oggi siamo di fronte ad un passaggio d’epoca i cui sviluppi non sono deducibili da ciò che abbiamo alle spalle. Ci troviamo di fronte ad un cambiamento che investe contemporaneamente i fatti e le categorie per interpretarli.

Nel libro Voi definite questo periodo tempo della delusione, dei flussi e dei robot: per quali ragioni?
Nel clima di profonda delusione che segna il nostro tempo si mescolano fatti materiali e percezioni filtrate dalle esperienze di vita degli individui. Un insieme variegato di gruppi sociali – dai manager, agli impiegati, agli operai – sperimenta una precarietà esistenziale, mentre vede scemare il sentimento alla base delle società occidentali, la speranza che i figli avrebbero avuto un livello di vita più elevato dei loro genitori.
Sono aumentate le diseguaglianze. L’immagine della “società del quinto” – in cui solo una minoranza di un quinto vive condizioni di cittadinanza piena ed inclusiva – esprime la crescente polarizzazione delle condizioni di vita. I ceti medi che hanno da sempre rappresentato il collante della società sono stati “strizzati”, questo processo di erosione delle condizioni di benessere ha finito per separare, anche fisicamente, gruppi sociali impedendo di coltivare solidarietà e alimentano risentimento, frustrazione e rabbia.
Le tecnologie hanno trasformato il lavoro, hanno eroso una grande parte delle posizioni e dei compiti. La grande incertezza sul futuro riguarda per l’appunto il lavoro. Un fenomeno dirompente, ancora non metabolizzato: luoghi, figure, compiti, niente assomiglia più alle immagini che ne avevamo.
Il lavoro è sempre stato alla base del progetto di vita delle persone, non siamo strutturalmente preparati a vivere in un mondo in cui i robot sostituiscono in modo così imponente manodopera. L’effetto di sostituzione di persone con macchine non riguarda solo le attività industriali. Anche i servizi hanno subito un’erosione drammatica: dai giornalisti agli avvocati, dai commercialisti ai medici.
Abbiamo di fronte una transizione lunghissima verso una società in cui il lavoro vedrà ridimensionato il proprio valore? Ci adatteremo ad un mondo in cui pochi avranno posizioni qualificate e i più si muoveranno tra posizioni temporanee?

Dal punto di vista politico si tratta immaginare un’architettura sociale che è tutta da inventare; ma che presenta molte incognite: con che soldi si manterranno le persone che non lavorano, come si può immaginare un sistema pensionistico senza i contributi necessari per alimentarlo? Che tipo di protezioni per i periodi di transizione possono essere messe in campo?
Assistiamo ad una potente accelerazione del cambiamento. I movimenti, gli scambi, gli spostamenti di persone tutto avviene in modo impetuoso come un fiume in piena e rende impossibile – quanto meno molto difficile – mantenere negli argini e rendere digeribili i tanti cambiamenti.
Viviamo in un mondo interconnesso, in cui tutto si muove rapidamente: internet ha annullato i costi di trasferimento delle informazioni e ha reso possibile il coordinamento delle produzioni, le catene delle forniture ignorano i confini, le connessioni tra individui, tra persone e cose, delle cose tra loro, crescono ad una velocità esponenziale. Siamo in un mondo di piattaforme e non più di impianti, vale a dire la produzione viene svolta attraverso un insieme di macchine connesse tra loro e controllabili in remoto.
Questa interdipendenza del mondo spiega gran parte della complessità del governo del nostro tempo e si riflette nella difficoltà delle persone di metabolizzare un presente tumultuoso.
Le persone sono profondamente deluse, non si tratta di un fatto solo psicologico, ma dei riflessi sulla vita individuale di profondi cambiamenti sociali. Del resto il clima del tempo non è un fatto secondario. Il confronto con la fase successiva alla seconda guerra mondiale è rivelatore. Il fattore speranza ha motivato l’azione di tutti, ha spinto ad uno sforzo collettivo (non necessariamente consapevole) che è stato alla base della ricostruzione. Questa energia, fondata sulla fiducia nel futuro, oggi è venuta a mancare. Così alla speranza si è contrapposta la difesa delle posizioni acquisite e un ripiegamento rancoroso.

Sempre nel libro, si sostiene che i linguaggi che caratterizzano il periodo attuale sono quelli degli algoritmi, della post verità e dei populismi: quali le prospettive alla luce di un’analisi come la Vostra, in grado di unire fatti apparentemente distanti?
Le tecnologie hanno cambiato il teatro in cui le rappresentazioni vengono messe in scena e hanno contemporaneamente cambiato il linguaggio per rappresentarle. I social hanno costituito le nuove piazze in cui diverse voci, impregnate di emozioni e di vicende personali, rimbalzano nei modi più disparati con un grande rischio di cacofonia. L’interpretazione dei fatti prevale sui fatti stessi ed è questo che intendiamo con l’espressione di post verità. Il linguaggio della post verità è formato da una fluttuante massa di attese e di emozioni che deriva dall’esplosione dei punti di vista, delle percezioni e dei sentimenti di ognuno.
I social media favoriscono uno scambio continuo che ha portato alla ribalta le opinioni di molti, ma ha contribuito ad estremizzare le posizioni e ad esasperare il conflitto. È ormai chiaro che ciò non ha favorito la costruzione di un discorso comune, ma ha reso più divaricanti le posizioni.
Il commercio “conversazionale” – l’ambiente di connessione perenne in cui viviamo – mediato dagli algoritmi, ha dato luogo ad un’immensa mole di dati: con gli algoritmi le transazioni nella rete si traducono in uno straordinario strumento di influenza. Gli algoritmi propongono una procedura apparentemente neutrale per elaborare risposte, in realtà danno luogo a correlazioni, non a rapporti di causa-effetto. Un’illusione di oggettività e di trasparenza si trasforma in una condizione di perenne sorveglianza in cui individui tracciati e profilati sono in balia di influenze opache e invasive.

Di fronte a cambiamenti così veloci era prevedibile che emergesse la strategia della semplificazione tipica dei populismi. Il populismo propone l’illusione che ci siano risposte semplici ai problemi. Ad esempio basta chiudere i confini per arginare gli ingressi degli immigrati, basta eleminare la legge Fornero per avere un sistema pensionistico equo. La semplificazione è la cifra unificante del populismo, sintetizzata nell’idea che si tratti semplicemente di voltare pagina rispetto al passato: prima di ogni proposta viene la certezza che sia possibile una diversa soluzione ad ognuno dei problemi del presente: dalla disoccupazione, all’welfare, alle forme di assunzione delle decisioni.
Il populismo solleva problemi reali (come l’immigrazione, il lavoro, le tasse) ma non offre soluzioni sostenibili. L’idea alla base del populismo è l’idea di un popolo come entità intelligente che fa le scelte giuste e nello stesso tempo un’idea difensiva ancorché illusoria che sia possibile scegliere di mettere un argine al cambiamento del mondo. Il populismo mette in luce, innanzitutto, la seria crisi di fiducia che si è aperta nelle democrazie occidentali e la crisi dei sistemi istituzionali su cui le democrazie si fondano. Le cause si innestano su un mix di malessere economico e di sentimenti.
Le risposte sono inefficaci e pericolose. Il populismo esprime la pretesa di un monopolio morale sulla rappresentanza: da un lato corruzione, immoralità, dall’altra, il popolo di cui i populisti si dichiarano gli unici rappresentanti.

Quali sono le prospettive che abbiamo di fronte?
È evidente che nel tempo delle grandi accelerazioni in cui la velocità del cambiamento aumenta, ma anche il punto fondamentale resta la qualità delle istituzioni, la qualità dell’informazione e dell’educazione. La divaricazione dei destini si determina assai precocemente con il differente accesso alle risorse educative.
In un precedente libro dal titolo “Democrazia senza” (Diabasis, 2016) avevamo evidenziato come i cambiamenti fossero stati causa dell’erosione degli stessi pilastri della democrazia rappresentativa: senza lavoro, senza uguaglianza, senza fiducia, senza sovranità, senza politica, una democrazia come può sopravvivere?
In questo lavoro abbiamo cercato di trovare una chiave di lettura degli sgretolamenti (di sovranità, uguaglianza, lavoro, fiducia, politica). Abbiamo inteso descrivere i nessi dirompenti tra fenomeni che sono tra loro correlati, per segnalare la necessità di assumere una diversa prospettiva con cui leggere i cambiamenti che vada oltre un approccio settoriale e che assuma la straordinaria accelerazione del mondo e l’impatto della rivoluzione tecnologica sulla nostra vita. Si tratta di raccogliere la sfida di immaginare il futuro, anche per la possibilità stessa di ricostruire un patto sociale.
L’alternativa è quella che vediamo: la campagna elettorale in corso, in cui si contendono promesse assurde che non potranno poi che alimentare un’ulteriore fase di delusione.