Professor Tognon, Lei è autore del libro La democrazia del merito pubblicato per i tipi di Salerno Editrice: che relazione intercorre tra democrazia e meritocrazia?
La democrazia del merito Giuseppe TognonLa democrazia moderna è una forma di governo fondata sulla partecipazione libera dei cittadini alla vita politica, sebbene vincolata al rispetto del principio di uguaglianza tra essi e alla regola della maggioranza. La meritocrazia dovrebbe essere il risultato di una democrazia efficace – i migliori al governo della cosa pubblica – e invece ciò non avviene, perché la meritocrazia entra in conflitto con le regole astratte della democrazia e si “rifiuta” per così dire di accettare che sulla base del consenso chiunque, anche non meritevole, possa governare. I meritocrati si considerano in un certo senso “oltre” la democrazia, sebbene pretendano che in democrazia il loro merito sia riconosciuto e premiato. In ciò vi è una parte di ragione, e cioè il riconoscimento che una democrazia appiattita e che non riconosca il merito e le diversità non è mai una buona democrazia. Senza diversità e competizione verso l’alto le democrazie diventano sistemi totalitari, oligarchici, gerontocratici, perché tutto in questo caso concorre affinché nessuno possa alzarsi e chiedere il potere.
In realtà vi sono molte forme di democrazia, anche perché come sistema è sempre stata molto incerta: è come camminare su un filo sospeso sul vuoto con il rischio di precipitare nello strapiombo della dittatura o della oligarchia. La crisi della democrazia è uno dei temi più affrontati dagli intellettuali, spesso per cercare un alibi alla loro mancanza di potere, ma malgrado tutti i suoi limiti la democrazia parlamentare rappresentativa è ormai l’unica forma di governo che abbia davvero bisogno che i cittadini credano davvero ai principi di libertà, di uguaglianza e di giustizia. In nessun altro sistema politico tali valori possono vivere insieme, sia pure in un rapporto complesso, vale a dire con maggior o mino peso all’uno o all’altro.

Nel Suo testo, Ella sembra auspicare il superamento di un’accezione economicistica della meritocrazia in favore di una funzione sociale del merito.
Discuto di varie forme di merito, ricorrendo anche ad una antica distinzione greca tra axios e kleos, vale a dire tra un valore prezzabile e immediatamente riconoscibile e un valore legato alla durata nel tempo dell’esempio o dell’impresa realizzata, vale a dire dislocato riguardo agli interessi immediati. La axiocrazia è da sempre strettamente legata al denaro e ai vantaggi derivanti dal potere, mentre altre forme di merito – si pensi ad esempio all’idea del merito per grazia o del merito perseguito per la vita eterna- possono vivere solo in un orizzonte più vasto e ricco della antropologia e e della politica. L’economia è ormai il motore delle democrazie e dello sviluppo e ciò è stato un bene – non sposo teorie pauperistiche – ma la nostra società economica ha dei costi umani precisi e spesso terribili perché la sua forza è cresciuta molto di più della capacità delle democrazie di limitarne gli eccessi o, meglio, di redistribuirne i dividendi secondo giustizia ed uguaglianza. Il mercato, nelle sue forme più intense ha prevalso sul diritto e soprattutto sulla capacità delle nazioni e del mondo di regolamentarlo. In realtà se si osserva attentamente ciò che negli ultimi secoli è avvenuto nella relazione tra ricchezza e umanità, si vede che l’axiocrazia è diventata dominante anche perché essa contribuisce al potenziamento del principio individualista e “univocista” della cultura moderna, dove l’individualità e l’uniformità degli individui sono sacre, cosicché tutti noi, prima di chiamarci per nome e cognome, siamo in qualche misura elementi indistinti di un corpo o di una massa, mattoni ingegnerizzabili. È la regola dell’assiomatica (tra axiologia, teoria dei valori, e assiomatica, c’è una comune radice linguistica e un’analogia) per cui di ogni individuo si apprezza il fatto che esiste, che è attivo, che è riproducibile e che produce buoni risultati. Gli assiomi sono molto utili nel ragionamento scientifico e molto usati in ogni nostro discorso, perché si fondano su un rapporto di fiducia e ci consentono di ipotizzare nuove soluzioni ai problemi. Tuttavia l’assiomatica si sposa male con la complessità sociale. Nelle società consumistiche prevale l’idea astratta della indifferenza rispetto ai reali bisogni dell’uomo. Resistere alle teorie dell’omologazione per difendere la teoria dei bisogni – non dare parti uguali a diseguali – è la vera frontiera della democrazia. In questa situazione una meritocrazia fondata sul successo scolastico, professionale ed economico rischia di accentuare la deriva antidemocratica delle nostre società e di deformare le intenzioni dei nostri diritti civili e le basi della concreta cittadinanza sociale.

Dunque il merito è un rischio? Non è giusto premiarlo?
No. Non solo è giusto premiare il merito, ma è necessario, per contrastare  la burocratizzazione, la sindacalizzazione corporativa, l’appiattimento consumistico. Ma proprio perché necessario, il merito dovrebbe essere costruito e valutato intorno a parametri non astratti e soprattutto non soltanto quantitativi, misurabili in unità di denaro o in unità di privilegio. Invece, le teorie contemporanee del capitale umano, contribuiscono ad accentuare l’equazione costo-opportunità su cui si reggono: ad un investimento in studio, impegno, innovazione deve corrispondere un vantaggio superiore al capitale di tempo e di mancato guadagno investito. Giusto, forse, ma tutto dominato da uno spazio sociale e da un tempo sociale molto ridotto, dieci o venti anni di una vita, e dunque limitato a qualche cosa di visibile e spendibile al più presto. La meritocrazia del capitale umano spesso è una finzione per trasformare le élites o i gruppi più forti in sette o in gruppi di potere antidemocratici. Non contano le intenzioni, che posso essere le più sincere e democratiche del mondo, ma la logica della disuguaglianza economica e culturale che tende sempre più a divaricare la massa dai vertici. Non si è ancora capito che i populismi non sono la risposta violenta al principio dello Stato, ma piuttosto all’idea che le istituzioni sono state espropriate da false meritocrazie, cioè allo spettacolo di classi dirigenti incapaci o, peggio, capaci ma impenetrabili, endogamiche. In società dove il cosiddetto ascensore sociale – la possibilità di raggiungere uno status che i propri genitori non avrebbero mai potuto raggiungere – non funziona più e dove le risorse investite per il mantenimento di enormi sistemi pubblici di formazione scarseggiano, la meritocrazia è la scorciatoia attraverso la quale si giustifica la più vasta azione di segregazione sociale di cui l’Occidente – e per imitazione anche il resto del mondo – è vittima. Si capisce, allora, perché parlare di valori democratici  come l’accoglienza, la tolleranza, la pari dignità, il significato morale della sofferenza, lo spirito di servizio, il bene comune…. appare sempre più difficile e perché bisogna resistere al fatto che la meritocrazia sequestri in una concezione liberista ed anarchico-elitaria il merito, vale a dire la creatività e la passione per il vero, il bello e il buono dei giovani.

Potremmo definire il Suo libro come una sorta di manifesto neo-egualitarista?
Se si vuole sì, perché oggi il valore più difficile da elaborare è proprio quello dell’uguaglianza che non può essere solo il risultato di un agire sociale, ma deve essere anche la premessa di ogni agire democratico. Ma con un’avvertenza: che l’idea di uguaglianza che propongo non può più essere un’idea astratta e giuridico formale, ma deve fondarsi su qualche cosa che è indisponibile alla manipolazione  meritocratica e che abbracci l’intera umanità. Penso ad esempio, come ho scritto nelle conclusioni del mio piccolo libro, al “merito di vivere” che è comune a tutti gli uomini e che è alla base di ogni esperienza soggettiva e collettiva, fondato sul fatto di esser nati e di non essere immortali. La democrazia del merito non è dunque un sistema politico ed economico dove si premia soltanto il merito di qualcuno contro il demerito di molti, bensì un sistema in cui si premia quel merito di vivere, la fatica di vivere, che è alla base di ogni possibile combinazione sociale. Tra il talento – idea molto complessa e difficile da definire-, la creatività – altrettanto complessa – e il merito non c’è tanto la differenza che banalmente si pensa intercorra tra la natura – i doni naturali di intelligenza e di abilità – e l’impegno degli individui per sfruttarli, bensì la storia, cioè la concreta vicenda di ciascuno e di tutti, che modifica in meglio o in peggio il destino di ciascuno. Il merito può essere genetico se però si accetta che sia anche epigenetico, vale a dire  costruito sulla interazione tra ambiente e natura, tra storia e passioni. Per queste ragioni, nel libro ho dedicato un capitolo all’idea del tempo e della storia tipiche delle teorie meritocratiche contemporanee: sono dominate dal qui ed ora e dunque negano che qualcuno di noi possa pensarsi in relazione con i modelli del passato o di sopravvivere per i posteri attraverso le proprie opere o ancora cercare la perfezione estetica o, di sacrificarsi per gli altri. Espungere dal nostro orizzonte morale l’idea del sacrificio per un mondo migliore, è pura miopia, perché va contro la dinamica interiore di ogni persona. Decidere che si possa dedicare la propria esistenza solo agli altri o alla contemplazione non può essere il segno di una patologia o di una autoemarginazione. Sarà la scelta di una minoranza, come è quella della minoranza aggressiva che vuole denaro e potere, ma almeno si assisterà alla logica del confronto tra minoranze attive, che è sempre stato il motore delle democrazie e la base per la costruzione di associazioni, partiti, giornali e gruppi di opinione. La meritocrazia egoista non ama la luce della discussione e la calma del confronto civile, ma è o muta, quando è forte  e non ha bisogno di giustificarsi – o rumorosa, quando si sente minacciata da domande autentiche sul comune merito di vivere.

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