Prof. Alberto Mario Banti, Lei è autore del libro La democrazia dei followers. Neoliberismo e cultura di massa edito da Laterza: quale visione della vita e quali valori propugna il neoliberismo?
La democrazia dei followers. Neoliberismo e cultura di massa, Alberto Mario BantiLe politiche neoliberiste decollano a partire dal 1979, quando Margaret Thatcher diventa primo ministro del Regno Unito. È lei a spiegare la visione del mondo che sorregge la sua politica economica: «la società non esiste», esistono solo gli individui che si muovono all’interno di un’economia di mercato che premia chi è in grado di offrire prestazioni competitive. Questa non è una descrizione realistica della società britannica degli anni ’80: è un auspicio. In effetti, non è che la società non esista; è che – per i neoliberisti – non deve esistere; cioè non deve esistere la socialità, la collegialità, la cooperazione; tutto ciò che resta sono singoli individui in competizione tra loro, in una società che celebra il culto della performance e la venerazione del vincente.

Nonostante i suoi reiterati fallimenti, le politiche neoliberiste non suscitano una reazione di massa: per quali ragioni?
Due caratteristiche delle politiche neoliberiste sono particolarmente rilevanti: l’abbassamento delle aliquote fiscali, specialmente massiccio per quanto riguarda i percettori di redditi alti e altissimi; e, di conseguenza, i tagli alla spesa pubblica, non più sostenuta da un adeguato flusso di entrate fiscali (al netto dell’evasione o dell’elusione, che sono comunque problemi enormi per l’Italia, per gli USA e anche per altri paesi occidentali). Queste due mosse, pensate per restituire la gestione dei capitali agli «animal spirits» di imprenditori e finanzieri, sul lungo periodo hanno prodotto una conseguenza molto evidente, e cioè un pazzesco aumento delle diseguaglianze sociali.

Ora, ciò che mi colpisce è che negli ultimi decenni non ci siano stati movimenti collettivi che abbiano protestato contro le ingiustizie create dalle politiche neoliberiste. Naturalmente, vedo bene che ci sono movimenti di protesta: i gilets jaunes in Francia; i Fridays for Future, promossi da Greta Thunberg; Black Lives Matter; oppure le proteste contro i lockdown. Ciascuno di questi movimenti ha sue caratteristiche e peculiarità, e non voglio minimamente esprimermi sul loro valore etico. Ciò che osservo, semmai, è che nessuno di essi mette in discussione il senso complessivo delle politiche neoliberiste, se non – talora – in forma molto remotamente indiretta.

In parte questa assenza di reazione deriva dal fatto che – come ha detto Michael Sandel – siamo passati dall’essere economie di mercato, all’essere società di mercato, cioè società in cui si è realizzato l’ideale della Thatcher, per il quale conta solo l’individuo e possibilmente l’individuo vincente. Naturalmente l’archetipo di questo eroe vincente è l’imprenditore di successo – e qui basti pensare ai santini retorici che sono stati costruiti (o auto-costruiti) intorno a figure come Steve Jobs, Bill Gates, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Sergio Marchionne, ecc.). Ma il punto è che l’idea del mondo come competizione, di un universo in cui il culto della performance è la religione veramente dominante, è stato costruito giorno dopo giorno da narrazioni televisive o da scelte collettive che hanno santificato le competizioni sportive come modello di riferimento, e che alla fine hanno trasformato tutto (o quasi tutto) in competizione, in classifica, in lista di valori numerici graduati: dalle trasmissioni di cucina ai quiz televisivi, dalle classifiche delle università alle classifiche economiche dei paesi (le une e le altre, peraltro, stilate da agenzie private). Con ciò si capisce come tutta questa celebrazione del successo si riverberi positivamente su politiche economiche che si fondano sullo stesso principio filosofico. Salvo che occorrerebbe osservare un bruciante paradosso: tutta questa costruzione concettuale si basa sull’esaltazione di un’astrazione, il mercato autoregolato, uno spazio immaginario in cui vince il migliore tra competitori che si confrontano ad armi pari; solo che, rispetto a questa utopia da Adam Smith redivivo, la realtà nella quale viviamo è ben diversa, giacché il mercato, in ogni suo settore, adesso è dominato da megacorporations globali, titolari di fatturati che talora sono pari ai budget di Stati anche di grandi dimensioni. Con tanti cari saluti alla retorica del «vinca il migliore». Nella realtà dei fatti non è «vinca il migliore»; è «vinca il più forte», e probabilmente anche il più spregiudicato nel diventare forte.

Destra e sinistra sono accomunate dall’accettazione acritica delle tesi neoliberiste: quale lettura si può dare di questo inedito fenomeno?
Che le destre, nelle loro varie declinazioni, siano favorevoli al neoliberismo, non è sorprendente, poiché tradizionalmente la cultura di destra considera le disuguaglianze sociali alla stregua di ineliminabili realtà di natura. Inoltre il culto dell’individuo eroico, che pure è patrimonio di una parte almeno delle culture di destra, trova un pieno rispecchiamento nella filosofia individualista del neoliberismo.

Per le sinistre la questione è diversa. Osservare partiti che vengono dal passato socialista, comunista, o della sinistra cristiana, ignorare quasi completamente la crescita delle diseguaglianze è una cosa che colpisce. Eguale fonte di sorpresa è vederli accettare, senza fare una piega, i principi fondamentali delle politiche economiche neoliberiste (tasse basse, taglio della spesa pubblica, bilancio in pareggio, privatizzazioni, deregulation), con una certa nonchalance sostanziale, contraddetta solo da qualche cautela retorica. Perché? Credo che possano esserci due spiegazioni. In origine (anni ’80-’90) il desiderio di prendere le distanze da un passato comunista (o assimilato agli ideali comunisti). Per gli sviluppi più recenti, credo si dovrebbe riflettere intorno al ruolo che finanziatori privati hanno nel sostenere partiti, fondazioni politiche o singoli leader di sinistra (ma anche di destra, se è per questo): ricevere sostanziosi appoggi finanziari da soggetti presumibilmente favorevoli alla realizzazione di politiche neoliberiste, credo possa finire per rendere i politici di sinistra inclini ad accettare questa via. Certo, occorrerebbe un migliore accesso alle fonti relative ai finanziamenti dei partiti per verificare questo assunto. Ma se dovessi fare una ricerca sul tema, punterei su questa ipotesi di partenza.

In che modo la narrazione neoliberista trova sostegno nella cultura di massa e quale ruolo svolgono le grandi corporation dell’intrattenimento?
Nello spazio della cultura di massa, a partire dagli anni ’80, si verificano due fenomeni molto legati agli eventi che appartengono alla storia economica del neoliberismo. Il primo è l’accentuarsi dei fenomeni di concentrazione aziendale, favoriti dalle politiche di deregulation. Tale dinamica ha fatto sì che nascessero colossi dell’intrattenimento, il più influente dei quali è probabilmente la Disney, una megacorporation mediatica che nel 2019 ha fatto 90 miliardi di dollari di fatturato, e che in anni recenti ha inglobato, una dopo l’altra, la Pixar, la Marvel, la Lucasfilm e la 21st Century Fox. È chiaro che i gruppi di decisione, all’interno di un’azienda di questo genere, hanno una potenza di fuoco – dal punto di vista comunicativo – letteralmente impressionante.

Dall’altro lato, sin dalla metà degli anni ’70, una buona parte del pubblico ha abbandonato produzioni cinematografiche, discografiche e narrative più complesse per orientarsi verso narrazioni mainstream, caratterizzate dal progressivo dominio – in campo cinematografico – di blockbusters che hanno un impianto rassicurante e consolatorio. Le classifiche degli ultimi anni, sia in campo cinematografica, sia per quanto riguarda piattaforme tipo Amazon o Netflix, parlano chiaro: i generi che dominano sono la fantascienza, le storie di supereroi, il fantasy, le fiabe in cartoon o in live action; e la struttura dei racconti è costantemente ripetuta: una tranquilla comunità è messa in pericolo da una minaccia ma, dopo peripezie di vario tipo, viene salvata da un eroe, o da un’eroina, o da un team eroico. Il patto narrativo che il pubblico sottoscrive per accedere a queste narrazioni si basa su una sospensione permanente dell’incredulità, e sull’accettazione di universi in cui il bene e il male sono nettamente divisi, in cui i buoni sono tutti belli e charmant, in cui il lieto fine è un must narrativo e morale, in cui la sconfitta e la morte non sono previste (salvo qualche minore danno collaterale). È un tipo di narrazione che induce infantilizzazione nel sognare vicende così rassicuranti e così implausibili; che induce un atteggiamento passivo, nel ricercare storie che si snodano intorno ad architetture narrative sempre uguali a se stesse (da qui il grande successo dei cicli, da Avengers a Star Wars); che suggerisce di rimuovere o di marginalizzare il «tragico», cioè l’idea che un fato avverso possa colpire qualcuno, colpevole o no, senza lasciargli scampo; che celebra il culto dell’eroe vincente. Ebbene è in questa commistione di infantilismo, passività, e immedesimazione in personaggi che hanno successo, che queste narrazioni entrano in corto circuito coi principi del neoliberismo e gli danno sostegno.

Qual è l’immaginario collettivo del XXI secolo?
È un immaginario incline a esaltare acriticamente il potente di turno; un immaginario che non spinge elaborare pensieri propri; un immaginario che avvia all’adorazione della dea TINA («The Is No Alternative»), per cui le cose sono così, e sempre resteranno così. È un immaginario che indebolisce le strutture cognitive di molti, in particolare di coloro che hanno alle spalle una formazione educativa meno solida. E qui, inevitabilmente, bisogna considerare un problema che nasce dalle strutture educative di cui disponiamo. I programmi nel campo delle scienze umane sono strutturati in modo tale da non far conoscere ai ragazzi e alle ragazze delle scuole superiori ciò che di meglio ha prodotto la cultura del XX secolo e dell’inizio del XXI. Chi sente parlare a scuola – seriamente – di Aby Warburg, George Mosse, Theodor Adorno, Roland Barthes, Hannah Arendt, Thomas Piketty, Noam Chomsky, Jacques Derrida, Judith Butler, Margaret Mead, Clifford Geertz, ecc. ecc.? Nessuno, o quasi. Quindi, come è possibile che questi ragazzi e queste ragazze, una volta usciti dalla scuola, dispongano di strumenti adatti ad orientarsi nel mondo contemporaneo, non conoscendo i migliori risultati delle recenti scienze sociali? Non è possibile, se non per un ristrettissimo gruppo che si dota – in un modo o in un altro – di una cultura aggiornata. Quindi, come sorprendersi se persone con strutture cognitive ferme alla cultura di inizio ‘900 (quando va bene), non sanno distinguere una notizia vera da una fake news? Come sorprendersi se affondano in un immaginario conformistico e infantilizzante come quello che le megacorporations mediatiche riversano su di noi a piene mani? Certo, so benissimo che esistono anche produzioni culturali di altissimo valore, in tutti i campi: ma il loro pubblico è disastrosamente ristretto, chiuso in cittadelle o in riserve indiane che – secondo me – si restringono di giorno in giorno.

Alla fine del libro mi chiedo se tutto ciò possa essere un pericolo per la democrazia. E rispondo che credo di no, almeno non necessariamente. A patto che capiamo che la nostra sta diventando una democrazia di followers, pronti a mettere un like su una scheda elettorale con la stessa consapevolezza concettuale con la quale si mette un like sotto un video su Facebook.

Quale futuro, a Suo avviso, per la nostra società?
Sinceramente non lo so. Sono uno storico, e se so far qualcosa, so studiare i processi che arrivano dal passato all’oggi; le previsioni sul domani non le so fare. Però posso fare auspici. Uno, in particolare. Mi piacerebbe vedersi aprire un dibattito sui programmi scolastici. Mi piacerebbe che in questo dibattito si discutesse dell’opportunità di passare una decina di giorni di studio scolastico su Parmenide, un filosofo greco del VI sec. a.C., di cui si conoscono solo pochi frammenti, ignorando al tempo stesso Foucault, o Piketty, o le opere degli autori che ho citato sopra. Mi piacerebbe che in questo dibattito si riflettesse sulla reale opportunità di dare ai giovani strumenti aggiornati per orientarsi nella società del XXI secolo. Mi piacerebbe che si smettesse di gingillarsi intorno all’dea che studiare ossessivamente opere letterarie del VI sec. a.C. (tipo l’Iliade) o del XIV sec. d.C. (tipo la Divina Commedia) sia il modo migliore per acquistare consapevolezza dei processi che ci circondano. Ma mi devo fermare qui. Perché sento già, intorno a me, il rumore di coltelli che si affilano per tagliare a fette me e i miei auspici; o peggio ancora, il silenzio mortale della damnatio memoriae, che si estende intorno ai miei desideri di un nuovo Illuminismo. E pazienza. Almeno mi sarò tolto la soddisfazione di dire quello che penso.

Alberto Mario Banti è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Pisa, dove insegna anche Storia culturale. Tra le sue pub­blicazioni più rilevanti, La nazione del Risorgi­mento (Einaudi, 2000); Il Risorgimento italiano (Laterza, 2004); Eros e virtù. Aristocratiche e borghesi da Watteau a Manet (Laterza, 2016); Wonderland. La cultu­ra di massa da Walt Disney ai Pink Floyd (Laterza, 2017).

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