La cura del freddo. Come uno spietato killer naturale può diventare una risorsa per il futuro, Matteo CerriDott. Matteo Cerri, Lei è autore del libro La cura del freddo. Come uno spietato killer naturale può diventare una risorsa per il futuro pubblicato da Einaudi: perché il freddo è un nemico così letale per l’uomo?
Il freddo è sempre stato un nemico dell’uomo e non solo dell’uomo: la vita in ogni sua forma deve difendersi dal freddo. Se però restiamo all’ambito umano, il freddo è stato uno di quegli elementi naturali che ha messo a dura prova il nostro corpo. Noi siamo mammiferi, e come tali manteniamo la nostra temperatura corporea all’interno di un ristretto rango di valori nell’intorno dei 37°C. Questa caratteristica si chiama omeotermia, ed è comparsa sulla terra proprio con i mammiferi. I rettili, per esempio, non sono in grado di mantenere costante la propria temperatura. Per farlo, noi mammiferi, sfruttiamo il fatto di avere un metabolismo molto alto. In parole più semplici, il nostro corpo consuma moltissima energia per produrre il calore che ci serve. Questo è estremamente vantaggioso e ha consentito ai mammiferi di sopravvivere ai dinosauri per un centinaio di milioni di anni e, dopo la loro scomparsa, di occupare praticamente ogni nicchia ecologica del pianeta.

Molte specie hanno quindi sviluppato difese ulteriori contro il freddo come la pelliccia, ma noi ominidi, che abbiamo iniziato la nostra storia nella savana africana, non siamo ben equipaggiati per combatterlo. Ecco quindi che se ci troviamo esposti ad un freddo intenso senza la possibilità di proteggerci adeguatamente, mettiamo il nostro corpo nelle condizioni di combattere con l’ambiente una battaglia impari e questo succede purtroppo anche oggi perfino a New York, dove ogni anno alcune decine di persone muoiono di freddo.

Nel corso della storia, l’uomo ha poi combattuto col freddo in molti ambiti: dai campi di battaglia, alle esplorazioni artiche ed antartiche fino ai tentativi di conquista delle vette Himalayane. Ecco alcuni fatti: Annibale perse metà delle sue truppe attraversando le Alpi, l’esercito di Napoleone venne decimato dal freddo russo, nella prima guerra mondiale morirono più di duecentomila soldati di freddo. Nella seconda guerra mondiale, anche il nostro esercito dovette scontrarsi col freddo: nei pochi giorni di battaglia sulle Alpi contro l’esercito francese, caddero più soldati per il freddo che ad opera del nemico. Per non parlare poi delle spedizioni sull’Everest, il 20% degli alpinisti muore; molti proprio di freddo.

Ma come si muore di freddo?  In poche parole il nostro corpo esaurisce le risorse che ha a disposizione per combattere il freddo. Andersen, nella fiaba “La piccola fiammiferaia”, ben descrisse i sintomi che colpiscono le persone assiderate e che vanno dall’illusione del caldo ad episodi psicotici conclamati. L’ultimo evento però riguarda il cuore, che non riesce più a generare l’impulso necessario a contrarsi. Il sangue a questo punto si ferma; i tessuti non ricevono più ossigeno; le cellule muoiono.

Alcune persone sono in grado di sopravvivere in condizioni di freddo estremo: cosa c’è alla base di questa impressionante capacità di sopravvivenza?
Ci sono molti casi storici che descrivono persone che sono sopravvissute in condizioni di freddo estremo. Uno dei più famosi riguarda la dott.ssa Anna Bågenholm, un medico scandivano che rimase per alcune ore a cuore fermo dopo essere caduta in un ruscello ghiacciato. Quando venne ripescata, la sua temperatura corporea era la più bassa mai registrata: 13.7°C. La dott.ssa Bågenholm però sopravvisse all’incidente e ora non ha alcuna sequela. Vi sono molti casi come questo nella letteratura medica e oggi stiamo cercando di capire quali sono le spiegazioni scientifiche che vi stanno dietro. In generale, il freddo, benché sia un nemico dell’organismo, può intrinsecamente proteggerlo. Se la temperatura del nostro corpo si abbassa infatti, le nostre cellule consumano meno ossigeno.  Un fattore critico quindi sembra essere la velocità del raffreddamento. Se questa è rapida, e il cervello si raffredda prima che manchi l’ossigeno, allora si dovrebbe avere qualche chance in più di sopravvivere.

Proprio sull’Everest poi si sono verificati due casi davvero straordinari in cui due alpinisti, dati per morti, sono riusciti non solo a sopravvivere ma addirittura a risvegliarsi. Al momento non esiste una spiegazione medica; quello che propongo in La cura del freddo, è la prima spiegazione razionale.

In che modo il freddo, se controllato, può trasformarsi in una cura?
Il freddo ci uccide spegnendo i nostri tessuti, ma è proprio questo potere che possiamo cercare di usare a fini medici. Così, per esempio, i pazienti che subiscono un arresto cardiaco, vengono oggi routinariamente raffreddati in terapia intensiva. In questo modo si riduce la richiesta di risorse da parte di tessuti nobili come il cervello, proteggendoli dai danni causati dalla mancanza di ossigeno.

Di diverso tipo è il vantaggio che il freddo può conferire nella cosiddetta crioterapia. In questo caso, è l’effetto anti-infiammatorio del freddo che cerchiamo di usare. Funziona sicuramente bene per gli sportivi che si preparano ad una prestazione agonistica, ma quanto e come i suoi effetti siano positivi nell’uso comune resta ancora da determinare con precisione.

Quali straordinarie possibilità hanno aperto le più recenti scoperte scientifiche relative all’ibernazione?
Possiamo pensare all’ibernazione come ad una situazione di stand-by. Molti mammiferi sono in grado di entrare in ibernazione od in torpore, che è il termine tecnico che diamo alla parola letargo. In questa condizione, il corpo consuma davvero pochissimo e quindi può sopravvivere in assenza di risorse per molto tempo. Sviluppare una tecnologia che consenta l’ibernazione umana ci consentirebbe di sfruttare tutto il potere del freddo. In questo stato infatti il freddo è la conseguenza dello spegnimento del metabolismo corporeo, e non la causa. Questo rende il raffreddamento molto più sicuro, oltre che permetterci di raggiungere temperature molto più basse.

Ultimamente poi, sia l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), che la NASA, vedono nell’ibernazione un mezzo che potrebbe rivelarsi essenziale all’esplorazione umana del sistema solare. Se un equipaggio fosse infatti ibernato, avrebbe bisogno di molto meno cibo; non presenterebbe all’arrivo la caratteristica debolezza muscolare che colpisce gli astronauti dopo una prolungata permanenza in microgravità; sarebbe protetto dal rischio di insorgere di episodi psicotici, causati dalla prolungata mancanza di privacy durante un lungo viaggio interplanetario; e, infine, sarebbe protetto dalle radiazioni cosmiche grazie alla protezione che le cellule ibernate sviluppano contro i danni delle radiazioni stesse. Quest’ultimo fattore, il danno da radiazioni, è il problema principale, al momento non risolto, dell’esplorazione umana dello spazio. L’ibernazione quindi sembra quasi fatta apposto a permetterci di lasciare il nostro pianeta ed ampliare il nostro universo conosciuto.

Matteo Cerri, medico, dottore di ricerca in neurofisiologia, ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, membro del Topical Team Hibernation dell’Agenzia Spaziale Europea, associato all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, nel direttivo nazionale della Società italiana di neuroetica, autore di numerose pubblicazioni internazionali, ex ufficiale dell’esercito, conduce il podcast di divulgazione scientifica “Elevatore di Pensiero”, e insegna fisiologia ai medici e agli ingegneri biomedici.
Ha scritto per diverse riviste come Le Scienze, Mind, Sapere e Wired. Per Zanichelli ha pubblicato nel 2018
A mente fredda. L’ibernazione: dal mondo animale all’esplorazione spaziale. L’ultima sua fatica, La cura del freddo, è uscita per Einaudi.