La cultura orizzontale, Giovanni Solimine, Giorgio ZanchiniProf. Giovanni Solimine, Lei è autore, con Giorgio Zanchini, del libro La cultura orizzontale edito da Laterza: in che modo Internet ha cambiato il modo in cui si produce, trasmette e riceve conoscenza?
Pochi mesi fa sono stati celebrati i cinquant’anni di Internet e, nelle occasioni di discussione che hanno accompagnato l’anniversario, si è spesso detto che questa invenzione ha cambiato profondamente la nostra esistenza.

L’espressione secondo la quale ormai è ‘tutto un altro mondo’ vale anche per la cultura. Scopo del nostro volume è descrivere le forme di produzione e di partecipazione culturale nell’era della rete e, in particolare, analizzando le attività svolte dal pubblico giovanile, cercare di comprendere se atteggiamenti e pratiche collettive possono essere utilizzati per individuare connotati utili per leggere meglio l’identità plurale di un’intera generazione.

A noi è sembrato di poter individuare nella dimensione orizzontale l’elemento caratterizzante delle pratiche culturali in rete nei primi due decenni del xxi secolo. Il concetto di ‘orizzontalità’ indica un processo che può assumere fisionomie assai diverse poiché è indicativo tanto della partecipazione e dell’ampia condivisione che la rete favorisce, e quindi di una maggiore democratizzazione, quanto del rischio di un appiattimento. Quantità di offerta, velocità e facilità di accesso sono forse gli elementi principali che caratterizzano il rapporto fra gli individui e la rete: in questi termini si incarna il ‘paradigma orizzontale’, ma essi danno luogo anche a un altro connotato della trasmissione culturale in rete, quello della ‘immediatezza’. E cioè del rifiuto di qualsiasi forma di mediazione, della insofferenza nei confronti di un’offerta preconfezionata, del superamento dei palinsesti, del senso di liberazione e nella rivendicazione di autonomia che si esprime nel fa-da-te.

Come possiamo vedere, quindi, nella cultura orizzontale convivono aspetti positivi e motivi di preoccupazione.

La dimensione orizzontale non è un a novità assoluta: il sapere diffuso e di base è sempre esistito. Pensiamo a quella che una volta si definiva ‘cultura popolare’. La novità è nelle dimensioni del fenomeno e, aggiungerei, nella potenza degli strumenti che lo veicolano. In passato la cultura orizzontale conviveva con altre forme di trasmissione culturale (il sapere accademico, il know how, e così via) ed era a volte subalterna ad esse. Penso ai “tre mondi del sapere” di cui parlava il sociologo Guido Martinotti. Ora questa forma di cultura, proprio perché si diffonde attraverso la rete, può diventare la sola o assumere una posizione dominante, restringendo tutte le altre in una nicchia.

In che modo tali cambiamenti si sono riverberati anche sulle abitudini di lettura?
La lettura sta cambiando: il libro è stato per oltre duemila anni la principale via di accesso al sapere. Oggi non è più così. O, almeno, non è sempre così. Limitatamente alla parola scritta, dobbiamo considerare il diffondersi di altre forme di scrittura e di lettura, più veloci e discontinue, più frammentate (email, messaggistica istantanea e altro ancora). Ma la novità principale è forse l’apprendimento per immagini.

Se osserviamo i dati statistici vediamo che la lettura tiene meglio di altri consumi culturali e che i giovani continuano a leggere più degli adulti. Ma leggono meno dei giovani delle generazioni precedenti. Credo che questo allontanamento dei giovani dai libri, particolarmente accentuato nella fascia d’età compresa fra gli 11 e i 14 anni, sia in gran parte dovuto alla connessione in mobilità: oggi le attività che facciamo in rete, e che ci accompagnano costantemente, riempiono tutti gli spazi temporali che prima erano vuoti. Mentre tutto diviene più veloce e tutto può essere fatto contemporaneamente ad altre cose, la lettura di un libro richiede concentrazione e occupa lo stesso tempo che occupava secoli fa: questo può apparire incompatibile con gli stili di vita indotti dalla rete.

C’è però un dato interessante, emerso dall’ultima indagine quinquennale dell’Istat, e che non è stato forse considerato abbastanza: mettendo insieme la lettura per intrattenimento e quella di chi legge per motivi professionali o di studio, vediamo che circa il 60% degli italiani ricorre ai libri almeno una volta all’anno. Non è poco, anche perché conferma che la comunicazione scritta continua ad esercitare una funzione importante.

Come si sono evoluti i consumi culturali dei giovani?
Le generazioni dei giovani sono immerse in un universo totalmente nuovo, che sembra abbia voglia di mettere da parte o addirittura cancellare tutto ciò che c’era prima. Finora non era mai stato così, come ci insegna la storia sociale dei mezzi di comunicazione e trasmissione culturale: con l’introduzione di nuovi media i vecchi non sono stati abbandonati, ma hanno imparato a coesistere, ad adeguarsi e hanno interagito con i nuovi arrivati. I libri e la radio hanno continuato ad avere una funzione nell’età della televisione, mentre i quotidiani hanno trovato il loro spazio nell’approfondimento, avendo perso la funzione di dare le notizie. I media sono sempre stati un sistema in perenne mutamento. Questa volta stiamo vivendo una trasformazione più profonda, perché non siamo in presenza dell’apertura di un nuovo canale, ma assistiamo al mutamento dell’ecosistema della conoscenza. I più giovani, i nati dopo l’avvento della rete, sono attraversati da questo cambiamento e per questo motivo l’osservazione del mondo giovanile ci è parso il modo migliore per cogliere la portata della transizione che tutti stiamo vivendo, ma che vede i giovani cresciuti nella rete come veri protagonisti: per loro, a differenza di quanto accade per gli adulti e gli anziani, il web non è solo un ambiente nel quale fare in modo diverso le stesse cose che si facevano prima, o per aggiungere al vecchio qualcosa di nuovo, ma è ‘il modo’ per fare le cose. Del resto, il wi-fi è nell’aria che respiriamo.

I consumi giovani sono caratterizzati proprio dal fatto che si sono trasferiti sulla rete e che non subiscono l’offerta monodirezionale: il podcast ha cambiato il modo di ascoltare la radio, lo streaming e i servizi on demand hanno preso il posto dell’offerta dei tradizionali canali televisivi, la playlist su Spotify ha soppiantato il mercato discografico, le notifiche sono diventate la principale fonte di informazione.

La partecipazione culturale di chi appartiene alle giovani generazioni è fatta anche di pratiche interattive (postare immagini, foto e video; partecipare a gruppi e fare comunità con le persone con cui condividere gli stessi interessi e le stesse passioni). Nel libro c’è anche un capitolo dedicato ai videogiochi: parlare di consumi culturali e di videogiochi come argomenti correlati può risultare spiazzante, ma bisogna convincersi che nell’era della rete le tradizionali distinzioni tra forme di intrattenimento ‘alte’ e ‘basse’ si fanno sempre più sfumate.

Come si articola il processo di disintermediazione in atto nella nostra società?
L’immediatezza di cui parlavo prima, il senso di onnipotenza che la rete ci conferisce, il fatto di poter essere al tempo stesso produttori e consumatori di cultura, ha oscurato il ruolo di alcuni mediatori: vale per gli agenti di viaggio, ma anche per gli insegnanti, gli editori, i bibliotecari. I soli mediatori riconosciuti sono quelli che esercitano questa funzione attraverso la rete, come gli influencer.

L’accesso ai contenuti di rete è immediato, non mediato, e la vastità sconfinata delle risorse disponibili ci induce a ignorare che questa offerta abbia bisogno di essere ordinate, che il sapere ha bisogno di essere correlato, che le conoscenze hanno bisogno di essere consolidate e organizzate.

La cultura orizzontale – Zanchini ed io lo scriviamo nel libro – non può fare a meno della cultura verticale.

Quali sono gli effetti sulla trasmissione, sulla produzione e sul concetto stesso di cultura?
L’infrastruttura di rete sta sostituendosi all’infrastruttura urbana: come vale per lo shopping online, che mette in crisi non solo il commercio al dettaglio, ma anche la grande distribuzione e i centri commerciali, non deve sorprenderci se le attività culturali si trasferiscono, almeno in parte, sulla rete, a volte riproducendosi allo stesso modo che nell’universo analogico, altre volte subendo trasformazioni imposte dal mezzo che si utilizza.

C’è anche un risvolto economico di quanto sta accadendo. Mi riferisco al rifiuto del ‘mercato della cultura’ e del concetto di proprietà intellettuale: si fa fatica ad immaginare di dover pagare per utilizzare l’enorme quantità di contenuti che sono a disposizione attraverso un semplice click. La rete ha sviluppato una falsa ‘economia del gratis’. Nonostante i giovani si muovano con disinvoltura in questa nuova forma di economia fondata sulla gratuità, non bisogna illudersi che la rete sia un paese dei balocchi che offre tutto a tutti e che prefigura l’utopia di un mondo senza mercato. Non è affatto così: quello che accade è che si sposta il business dalla vendita di un oggetto o di un servizio alla valorizzazione del traffico e dei contatti. Se i padroni della rete ci offrono gratis una enorme quantità di contenuti, ciò è possibile perché la merce siamo noi: vendiamo gratis la nostra affiliazione, i nostri dati, il nostro profilo di utenti, le nostre scelte, in una parola noi stessi.

Come discernere la qualità dell’informazione?
Nel libro citiamo il volume La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia, scritto da Tom Nichols, nel quale si parla della diffidenza, se non addirittura dell’avversione, che sta dilagando in rete nei confronti dei ‘cervelloni’, che a volte diviene un radicale sentimento di delegittimazione e un rabbioso rifiuto verso le opinioni degli ‘esperti’ e verso il sapere specialistico. Chi è senza peccato scagli la prima pietra: spesso abbiamo assistito a un abuso di potere da parte dei cosiddetti esperti, non sempre disinteressati. Ma da qui a convincersi di saperne quanto basta per decidere se vaccinarsi e come curarsi, per farsi un’opinione sulle cause del riscaldamento globale, o su qualsiasi altro tema, ce ne corre. In rete c’è di tutto: informazioni false e informazioni attendibili e verificate, input pericolosi e input preziosi.

Le competenze tecniche per fare ricerca in rete non bastano; ci serve una bussola per potersi orientare, ci serve avere una capacità d’uso degli strumenti di rete. Mai come in questo momento il sapere universale è un obiettivo potenzialmente alla portata di tutti, purché si abbia una ‘competenza mediale’ (media literacy) e una capacità di recuperare e utilizzare le informazioni (information literacy). Quando diciamo che il sapere orizzontale ha bisogno del sapere verticale, pensiamo alla responsabilità che scuola e università hanno nel formare una generazione di cittadini consapevoli, lavorando sulla costruzione delle capacità critiche nell’uso dei media.

Nel panorama attuale, quale ruolo per le biblioteche?
Questa è la naturale prosecuzione di quanto appena detto. Le biblioteche sono un’agenzia formativa, una particolare tipologia di agenzia formativa, che potrebbe rivestire una funzione importante anche nell’educare all’uso della rete. Le biblioteche, anch’esse in parte vittime della buriana della disintermediazione, potrebbero essere il luogo dell’information literacy, del fact-checking, dell’educazione e dell’orientamento, in cui garantire la bibliodiversità e il pluralismo culturale, esercitando una funzione di riequilibrio rispetto a dinamiche che sembrano privilegiare le regole del mercato o quelle della popolarità. La rete non è neutrale e le biblioteche possono dare un contributo alla difesa della libertà intellettuale.

Anche per questo è incomprensibile il basso investimento che l’Italia riserva alle biblioteche di base e a quelle scolastiche.

Secondo l’Istat le biblioteche italiane sono frequentate dal 15,3% dei cittadini, ma da una quota significativa della popolazione studentesca. E questo può essere un punto da cui partire.

In un’epoca in cui tutto sembra appiattirsi sulla contemporaneità, le biblioteche possono ricordarci che esiste anche una dimensione stratificata del sapere, che va rappresentato un forte bisogno di contestualizzazione e di organicità, che va costruito un tessuto in cui i diversi frammenti vengono messi in relazione, che va costruito e compreso un ‘senso’ che vada oltre la singola ricerca.

Giovanni Solimine insegna presso l’Università di Roma La Sapienza, dove dirige il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne. Si occupa di politiche della ricerca, di progettazione e gestione di servizi bibliotecari, di biblioteche digitali e consumi culturali in rete, di cultura editoriale e promozione della lettura, di information literacy. Ha presieduto l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) ed è attualmente presidente della Fondazione Bellonci – Premio Strega e presidente onorario del Forum del libro. Autore di numerosi volumi, per Laterza ha pubblicato La biblioteca. Scenari, culture, pratiche di servizio (2004), L’Italia che legge (2010), Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia (2014) e con Giorgio Zanchini, La cultura orizzontale (2020). Il suo blog “La cultura rende liberi” è www.giovannisolimine.it

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