Terzo romanzo di Italo Svevo, e certamente tra le sue opere più conosciute, La coscienza di Zeno fu pubblicato nel 1923 ma raggiunge il successo solo anni dopo, grazie a due grandi autori: Eugenio Montale che lo elogiò in un articolo e Joyce che lo fece conoscere in Francia. Un testo psicologico, costituito da episodi che non sono in successione cronologica ma che scaturiscono dalla voce interiore del suo protagonista. Si tratta di una terapia di analisi della psicologia di Zeno Cosini, un individuo che si sente inetto e malato e che ricostruisce la sua vita scandendola in sei momenti.

I sei episodi della vita di Zeno sono i seguenti: Il fumoLa morte di mio padreLa storia del mio matrimonio, La moglie e l’amanteStoria di un’associazione commerciale e Psico-analisi. Ad aprire il romanzo, però, è la Prefazione dello psicanalista, un certo dottor S., che spiega la genesi del libro. A causa dell’ingiustificata interruzione della terapia da parte del paziente, il dottore, sentendosi ferito nel suo orgoglio professionale, decide di vendicarsi pubblicando quelle memorie che lui stesso aveva consigliato di scrivere come parte della cura. Le memorie saranno appunto i capitoli successivi del libro.  Occorre tenere presente, però, che nella versione dei fatti del paziente le cose vengono descritte in modo stravolto, per apparire migliore agli occhi del medico e, di riflesso, dei futuri lettori dello stesso scrittore. Il protagonista narra fatti che coprono tutta la sua vita.

Dicevamo dei capitoli. Il primo è dedicato al vizio del fumo, problema che attanaglia il protagonista sin da ragazzino. È un fardello da cui prova a liberarsi, cercando persino di appuntarsi la sigla “u.s.” alias “ultima sigaretta” su pagine e persino muri. Non riesce a vincere sul fumo nemmeno in una clinica, da cui scappa ferendo persino un’infermiera. Questo capitolo gli permette di riflettere sulla sua mancanza di volontà e sul continuo rinviare, elementi che spiega con l’assenza di una figura paterna e con il vuoto esistenziale che avverte.

«Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente».

Il riferimento al padre torna nel capitolo seguente: in La morte di mio padre affronta il difficile rapporto con l’uomo con cui non ha mai avuto legame. Quando viene colpito da paralisi il figlio cerca di accudirlo ma, in un gesto estremo e incontrollato, lo schiaffeggia per poi morire. Questo episodio segnerà Zeno per sempre.

«Insomma io, accanto a lui, rappresentavo la forza e talvolta penso che la scomparsa di quella debolezza, che mi elevava, fu sentita da me come una diminuzione».

Memorabile è anche un altro evento: il suo matrimonio. Raccontato nel terzo capitolo, il protagonista ripercorre l’incontro con la moglie, figlia di un ricco uomo d’affari triestino, a cui si lega più per interesse economico che per amore. Figura femminile dolce e devota, Augusta si dedicherà al marito che, di contro, avrà anche una relazione extra-coniugale. In lei vedrà sempre la figura materna capace di confortarlo.

Ed ecco che nella quarta sezione del testo compare appunto questa seconda donna, Carla. In La moglie e l’amante, Zeno descrive il rapporto con la sua amante che, stanca delle contraddizioni che lo distinguono e che gli impediscono di prendere decisioni, lo lascia per sposare il suo insegnante di canto. Segue un capitolo dedicato a Storia di un’associazione commerciale che invece contiene il fallimento dell’azienda messa in piedi da Zeno e da suo cognato Guido, che in realtà ha sperperato tutto il patrimonio. A nulla servirà fingere due suicidi: Guido si uccide erroneamente. Zeno si impegna a salvare il patrimonio.

«Non era più possibile adorare Carla per un breve periodo della giornata eppoi odiarla per ventiquattr’ore continue, e levarsi ogni mattina ignorante come un neonato e rivivere la giornata, tanta simile alle precedenti, per sorprendersi delle avventure ch’essa apportava e che avrei dovuto sapere a mente. Ciò non era più possibile. Mi si prospettava l’eventualità di perdere per sempre la mia amante se non avessi saputo domare il mio desiderio di liberarmene. Io subito lo domai!».

Nell’ultima parte, intitolata Psico-analisi, Zeno tiene un diario che in seguito invierà al dottore per comunicargli il suo punto di vista. La sua riflessione conclusiva lo porta addirittura a considerarsi “guarito” perché si rende conto che la malattia interiore di cui si sentiva vittima è una condizione comune a tutta l’umanità. Nel finale apocalittico, Zeno afferma che l’uomo potrà paradossalmente salvarsi dalla propria malattia inguaribile solo con la scomparsa della specie umana: è qui che compare la profezia di un’esplosione che causerà la scomparsa dell’uomo dalla Terra.

«Non è per il confronto ch’io mi senta sano. Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione e ch’era una sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla curare anziché persuadere. Io soffro bensì di certi dolori, ma mancano d’importanza nella mia grande salute. Posso mettere un impiastro qui o là, ma il resto ha da moversi e battersi e mai indugiarsi nell’immobilità come gl’incancreniti. Dolore e amore, poi, la vita insomma, non può essere considerata quale una malattia perché duole.
Ammetto che per avere la persuasione della salute il mio destino dovette mutare e scaldare il mio organismo con la lotta e soprattutto col trionfo. Fu il mio commercio che mi guarì e voglio che il dottor S. lo sappia».

Questo romanzo è significativo perché raccoglie la poetica di Svevo e mette il lettore dalla parte di Zeno, perché con lui condivide debolezze e fragilità. Un grande classico della letteratura italiana che non perde il suo valore nemmeno a distanza di anni.

Angelica Sicilia