La comunicazione politica cinese rivolta all’estero. Dibattito interno, istituzioni e pratica discorsiva, Tanina ZapponeProf.ssa Tanina Zappone, Lei è autrice del libro La comunicazione politica cinese rivolta all’estero. Dibattito interno, istituzioni e pratica discorsiva pubblicato da Ledizioni: quale evoluzione ha subito la comunicazione politica della Cina contemporanea nella sua dimensione internazionale?
La comunicazione politica cinese rivolta all’estero è evoluta in modo sostanziale negli ultimi decenni, dotandosi di metodi, contenuti e tecnologie in grado di trasmettere l’immagine di una grande potenza globale.

Fino agli anni Novanta, infatti, la necessità di dare priorità alle riforme economiche aveva spinto la politica cinese a promuovere una comunicazione di basso profilo, destinata a dipingere la Repubblica Popolare come un paese in via di sviluppo, stabile, cooperativo e responsabile, meta ideale degli investimenti esteri diretti. Ancora fino ai primi anni Duemila, i leader cinesi si presentavano all’uditorio internazionale come tecnocrati, poco carismatici, interpreti di una comunicazione prudente, destinata più che altro ad eliminare eventuali ostacoli agli obiettivi di sviluppo interno; su tutti l’idea del “pericolo giallo”, il timore – diffuso soprattutto in Occidente – che lo sviluppo economico e militare cinese costituisse una minaccia per l’ordine mondiale esistente.

Tuttavia il dibattito interno sulla necessità di abbandonare questa “mentalità vittimista” per assumere un atteggiamento da “grande potenza” a livello internazionale ferveva in Cina già dagli anni Novanta. Il termine cinese “fuxing”, “risorgimento/rinascimento/ringiovanimento” (queste le traduzioni letterali dal cinese) si è imposto negli anni come parola chiave di questo dibattito, per indicare la capacità e la volontà del paese di tornare ad occupare una posizione di prim’ordine tra le nazioni del mondo. Già presente nei discorsi di Mao Zedong, la parola fuxing ha trovato nuovo lustro sotto la leadership dell’attuale presidente, Xi Jinping, che – ancor prima della sua nomina a Presidente della Repubblica – ha voluto associare questo termine allo slogan del “sogno cinese”, “il sogno del grande ringiovanimento della nazione”, appunto. Proprio nella “nuova era” di Xi Jinping – un leader forte e carismatico come non se ne vedevano da tempo – la comunicazione politica cinese rivolta all’estero ha definitivamente abbandonato l’atteggiamento prudenziale inaugurato quasi quarant’anni prima da Deng Xiaoping, per abbracciare uno stile comunicativo assertivo. Contestualmente il numero di iniziative promosse da Pechino a livello internazionale è aumentato in modo significativo. Dall’istituzione della Banca asiatica di investimento per le infrastrutture, destinata a controbilanciare la presenza degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico, al lancio dell’iniziativa nota come One Belt One Road (yidai yilu) – di cui si è molto parlato anche qui in Italia la scorsa primavera, in occasione della firma del Memorandum d’Intesa tra il governo della Repubblica Italiana e il governo della Repubblica Popolare Cinese sulla collaborazione nell’ambito della “Via della Seta Economica” e dell’“Iniziativa per una Via della Seta marittima del 21° secolo”-, Pechino si è vista protagonista inedita di operazioni potenzialmente in grado di ridefinire gli equilibri mondiali. E l’intera macchina della comunicazione politica cinese ha accompagnato questa evoluzione, preparandosi a sostenere attivamente, nei contenuti e nei metodi, questa immagine nuova di una Cina forte, non più semplice stakeholder della comunità internazionale, ma modello di governance globale.

In questi giorni stiamo assistendo a un enorme successo della comunicazione politica cinese, un momento che probabilmente ricorderemo come un punto di svolta nella nostra percezione del paese come leader mondiale. La strategia messa in campo per contenere il contagio da COVID-19 non ha solo mostrato al mondo la capacità del governo di adottare efficacemente misure draconiane di controllo sulla popolazione, ma ha reso rapidamente la Cina un modello da seguire anche in Occidente. La narrazione che il governo ha messo in atto è riuscita nell’intento di mettere in secondo piano le sue responsabilità nella diffusione del contagio. Oggi (13 marzo 2020) il portavoce del Ministero degli Affari Esteri della RPC ha reso nota la teoria secondo cui il primo caso di contagio in Cina potrebbe essere stato un militare USA, a Wuhan in ottobre per i Military World Games. Un tentativo di scagionare la Cina dalla cattiva fama di “paziente zero”, di spostare le responsabilità verso gli USA, come spesso è avvenuto nella politica interna cinese, ma che fino a qualche tempo fa non avrebbe trovato alcuno spazio sui nostri giornali. Se questa notizia è giunta a noi è perché la buona comunicazione cinese è oggi sostenuta da una efficiente macchina di propaganda esterna, che può contare su un sistema mediatico di informazione globale, sull’uso di alte tecnologie e big data e su una diplomazia pubblica competente, di cui stiamo testimoniando direttamente l’operato proprio in questi giorni, attraverso le iniziative di solidarietà rivolte a sostenere il nostro paese nell’emergenza epidemiologica in corso.

Quale dibattito ha animato negli ambienti intellettuali e politici cinesi l’introduzione e lo sviluppo delle nozioni di soft power e diplomazia pubblica?
I due concetti di matrice occidentale di soft power e diplomazia pubblica vengono introdotti nel discorso accademico cinese all’inizio negli anni Novanta, ma cominciano a trovare spazio nel discorso politico solo all’inizio del nuovo millennio, quando si innestano nel dibattito sulla competitività internazionale della cultura e delle scienze sociali cinesi. In quegli anni è già evidente alla dirigenza del PCC che – come osserva Hu Jintao – “la forza complessiva della cultura cinese e la sua influenza internazionale non sono commisurate allo status internazionale della Cina”. La Cina ormai economicamente forte non esercita un appeal sufficiente sull’opinione pubblica internazionale.

Le analisi degli intellettuali e politici cinesi offrono una chiave di lettura illuminante della prospettiva cinese sul ruolo del paese nello scacchiere internazionale. È interessante, ad esempio, come gran parte dei contributi accademici su questi temi si discosti dalle originarie teorie occidentali per sottolineare la diversa natura del potere cinese (soprattutto in contrasto con quello USA) e per proporre definizioni autoctone, che riportano queste nozioni straniere a valori politici della Cina classica, come quello di governo della virtù (de zheng) e governo benevolo (ren zheng). Modelli di governo della Cina antica, che oggi sono incarnati dal Partito Comunista Cinese (PCC), e che vengono proposti anche nella comunicazione verso l’estero: il PCC che protegge con forza il suo popolo dal virus non appare forse come un padre autoritario, ma benevolo, ben più di quanto appaia in queste ore – ad esempio – il governo inglese, che, immobile, sembra sottovalutare i rischi derivanti dal contagio?

Quali istituzioni e media cinesi sono responsabili della produzione e diffusione del messaggio politico destinato all’opinione pubblica straniera?
L’organigramma delle istituzioni che partecipano alla produzione e diffusione del messaggio politico cinese è estremamente complesso e arriva a coinvolgere idealmente qualunque ente – pubblico e non – intrattenga rapporti con l’estero.

In estrema sintesi, vale la pena citare il ruolo, a livello strategico e decisionale, dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCC – al cui interno siede un responsabile del lavoro centrale di propaganda-, e quello dei gruppi dirigenti ristretti per la propaganda, organi semipermanenti e semisegreti spesso presieduti dal leader centrale, responsabili del coordinamento delle strategie di propaganda esterna della intera struttura burocratica. Il braccio amministrativo di questi enti decisionali è, all’interno del PCC, l’Ufficio per la propaganda esterna, il cui lavoro è profondamente interconnesso a quello del Dipartimento Centrale per la propaganda, l’ente che controlla il lavoro di routine della propaganda interna. Se fin qui osserviamo come il potere decisionale sia per lo più riconducibile a organismi della “vecchia” propaganda comunista, se volgiamo lo sguardo all’amministrazione di Stato, notiamo che l’organo amministrativo incaricato di coordinare il lavoro di propaganda esterna è invece un’istituzione piuttosto giovane e sofisticata: l’Ufficio Informazione del Consiglio di stato. Questo organo – fondato nel 1991, all’indomani della crisi di piazza Tian’anmen, come simbolo della riconosciuta necessità di proteggere e migliorare l’immagine del paese nel mondo – coordina efficacemente il lavoro dei media interni e monitora l’informazione sulla Cina prodotta dai media stranieri, potendo contare anche su una diffusione capillare nelle maglie dell’intera burocrazia di stato.

Il mondo dei media gioca naturalmente un ruolo essenziale nella distribuzione del messaggio confezionato per l’uditorio internazionale. Menzionerei, a titolo esemplificativo della profonda evoluzione subìta da questo settore, il caso della tv di stato cinese CCTV, che nel giro breve di un decennio ha decuplicato il numero dei propri canali, inaugurando emittenti interamente in lingua inglese, francese, spagnola arabo, etc. e impiegando conduttori stranieri, per diversificare e adattare metodi e contenuti, e recapitare più efficacemente il proprio messaggio a destinatari diversi. Negli anni lo slogan di CCTV è cambiato da “una finestra sulla Cina (liaojie Zhongguo de chuangkou)” a “una finestra sulla Cina e sul mondo (liaojie Zhongguo, guanzhu shijie de chuangkou)”: la missione non è più solo illustrare la realtà cinese al mondo – per rassicurarlo sulle intenzioni della crescita cinese e incoraggiare la cooperazione internazionale -, ma anche promuovere una visione del mondo di cui la Cina diventa principale interprete. Nel 2016 assistiamo infine alla svolta digitale di CCTV: tutta la programmazione internazionale e digitale viene raggruppata sotto il nuovo marchio China Global Television Network (CGTN) e vengono lanciate una serie di applicazioni per la telefonia mobile, che fungono da cassa di risonanza dei contenuti online. Assistiamo, insomma, a un riuscito esempio di convergenza mediatica, una tendenza recente anche degli altri media cinesi che si sta dimostrando capace di aumentare la potenza di emissione del messaggio cinese nel sistema globale dell’informazione.

Se a queste riforme interne aggiungiamo le pressioni economiche indirette (sospensioni temporanee dell’accesso al mercato cinese) o dirette (acquisizioni) che la Cina è oggi in grado di esercitare sui media stranieri e le strategie di allocazione dei contenuti cinesi all’estero, con cui il governo sistematicamente “prende in prestito un’imbarcazione per andare per mare (jie chuan chu hai)ˮ – emblematico in questo senso il caso dell’inserto a pagamento China Watch, edito dalla redazione del China Daily, ma acquistabile insieme al Washington Post – è evidente quanto il sistema dei media cinese negli ultimi anni abbia guadagnato credibilità e influenza, estendendosi e rafforzandosi.

Quale rilevanza assume oggi e come si è evoluto il sistema dei portavoce nella pratica comunicativa del messaggio politico cinese?
Il sistema dei portavoce viene inaugurato in Cina negli anni Ottanta, ma solo nei primi anni Duemila arriva a soddisfare i parametri di standardizzazione e istituzionalizzazione della informazione internazionale. Emblematicamente, allora come oggi, è la circostanza di un’epidemia – quella da sindrome acuta respiratoria grave, (SARS) – a indurre la leadership cinese a ripensare il sistema politico dell’informazione. La mancanza di trasparenza del Ministero della Sanità, che nasconde per settimane i dati reali sul contagio, infatti, crea una pericolosa crisi di fiducia e danneggia profondamente l’immagine internazionale della Cina. La leadership reagisce migliorando la normativa sulla trasparenza delle informazioni di governo e riconoscendo la centralità del ruolo dei portavoce ufficiali: tutti gli organi di governo e tutti gli uffici del Consiglio di Stato, a livello centrale e nei tre livelli dell’amministrazione locale, si dotano di propri sistemi di portavoce.

L’analisi dell’evoluzione del sistema dei portavoce cinese offre una prospettiva interessante sull’evoluzione dei processi comunicativi del governo cinese. Se nelle sue prime manifestazioni il sistema segue sostanzialmente un modello di comunicazione a senso unico, che considera i media/cittadini recettori passivi, negli anni la maggiore rilevanza accordata alle pubbliche relazioni e l’adozione di sistemi di interazione più sofisticati – si pensi all’emergere della figura dei cyberportavoce disponibile a video forum online -, hanno portato il sistema verso un tipo di comunicazione bi-direzionale, che tiene conto delle istanze di media e cittadini, in modo formalmente simile – sebbene sostanzialmente differente – da quanto avviene nella comunicazione politica dei paesi liberali.

Alla figura dei portavoce istituzionali, poi, si è aggiunto nel tempo un “esercito di portavoce” del governo, costituito da membri dell’amministrazione dello stato e del partito a ogni livello. Già a fine 2013, infatti, erano attivi online ben 260.000 microblog di governo, una presenza fortemente incentivata dalla leadership centrale, che mira ad oscurare gradualmente tutte le voci dissenti sui social media cinesi e che può contare anche sulla cassa di risonanza garantita dalle pagine Weibo dei principali portali di informazione (People’s Daily, Xinhua e CCTV).

La funzione strategica dei portavoce è creare consenso intorno all’azione del governo, fornendo informazioni dettagliate che possano legittimarne le scelte. Naturalmente i portavoce, così come più in generale i media cinesi, soffrono di una endemica mancanza di autorità e credibilità, dal momento che rappresentano un governo autoritario che continua ad esercitare un controllo draconiano sul flusso delle informazioni (si pensi alla violenza con cui il governo ha zittito lo scorso dicembre le denunce dei medici sui primi casi da Coronavirus a Wuhan). Tuttavia l’evoluzione del sistema testimonia come la leadership cinese si interroghi sulla necessità di innovare la comunicazione politica cinese, da un lato rafforzandone le infrastrutture (intendendo con ciò non solo gli strumenti di comunicazione di massa, ma anche i metodi di censura), dall’altro tenendo nel dovuto conto tanto i meccanismi dell’informazione globale quanto l’opinione pubblica, come mezzo per aumentare la reputazione e la credibilità del paese. Un passaggio quest’ultimo che può apparire contraddittorio e inconciliabile solo a chi conosce poco la capacità del PCC – come della cultura cinese tutta – di sincretizzare istanze contrapposte (comunismo e capitalismo in primis).

Quale futuro, a Suo avviso, per la comunicazione politica cinese?
Il futuro della comunicazione cinese è sotto i nostri occhi. Oggi la Cina raccoglie i risultati di un lungo percorso di riforma e di grandi investimenti nella comunicazione politica. Per dirlo con le parole della politica, la dicotomia tra l’approccio di basso profilo di “nascondere le proprie capacità, attendendo il momento giusto (tao guang yang hui)” e l’atteggiamento più assertivo di “essere pronti ad ottenere qualcosa (yousuo zuowei)” è ormai superata. La Cina si prepara a raccontare la storia di un successo nazionale senza precedenti, è pronta a guidare una “comunità umana dal destino condiviso (renlei mingyun gontongti)”, a fare del “sogno cinese (Zhongguo meng)” il sogno dell’umanità tutta; in altre parole, è pronta a porsi al vertice della leadership mondiale. Se non lo ho già fatto. E ha tutti gli strumenti per recapitare efficacemente il suo messaggio fin dentro le nostre case.

Tanina Zappone, dottore di ricerca in Civiltà, Culture e Società dell’Asia e dell’Africa presso l’Università “La Sapienza” di Roma, è docente di Lingua Cinese presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Torino

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