“La competenza socio-affettiva in età prescolare” di Mario Di Pietro e Chiara Salviato

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Dott. Mario Di Pietro, Lei è autore con Chiara Salviato del libro La competenza socio-affettiva in età prescolare edito da Carocci: quale importanza rivestono le competenze socio-affettive per l’adattamento e il successo del bambino?
La competenza socio-affettiva in età prescolare, Mario Di Pietro, Chiara SalviatoLa qualità di vita di un individuo è profondamente influenzata dal modo in cui affronta le sue emozioni. Le emozioni colorano la vita di qualsiasi essere umano, procurando sia un senso di realizzazione che un senso di insoddisfazione. La natura umana non ci consente di sfuggire alle emozioni. Il bambino impara presto a giudicare il suo successo nell’affrontare varie situazioni proprio in base alle sue esperienze emotive. Emozioni positive quali gioia e entusiasmo forniscono la prova che tutto va bene, mentre emozioni negative quali paura o tristezza segnalano che c’è qualcosa che non va. Le emozioni dei bambini si modificano nel tempo poiché si modifica anche il modo in cui interpretano e valutano gli eventi. Ciò che appariva sconvolgente ad una certa età può in seguito non turbare più un bambino ed è vero anche il contrario. Ad esempio un bambino di due-tre anni potrebbe non temere di attraversare la strada per rincorrere la palla che gli è scivolata via, ma potrebbe essere estremamente turbato quando la mamma lo lascia al nido o alla scuola dell’infanzia. Quando il bambino avrà acquisito consapevolezza dei pericoli del traffico e si troverà più a suo agio al nido o a scuola, le sue reazioni emotive a tali situazioni cambieranno. Quindi le emozioni forniscono importanti segnali, saper cogliere tali segnali, valutando le situazioni in modo corretto e reagendo ad esse in modo appropriato, è segno di maturità emotiva.

Le emozioni vengono spesso celebrate come la parte più nobile dell’essere umano, in realtà gran parte dei mali che affliggono l’umanità deriva proprio dal modo eccessivamente emotivo di reagire. Troppe persone pensano solo “di pancia” e non usano a sufficienza quella facoltà che contraddistingue gli esseri umani: la capacità di pensare in modo razionale. Ragione ed emozioni interagiscono in continuazione e il modo in cui reagiamo emotivamente a una data situazione dipende da come tale situazione viene rappresentata nella nostra mente, quindi da come pensiamo riguardo ad essa. Per questo aiutare un bambino a vivere emozioni sane significa aiutarlo a pensare in modo costruttivo superando pregiudizi e condizionamenti sociali. Questo è l’unico modo per rendere gli individui veramente liberi.

Quali sono i fattori della competenza socio-affettiva che permettono ai bambini di adattarsi efficacemente al contesto sociale e culturale in cui agiscono?
Acquisire una buona competenza emotiva significa innanzitutto saper riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri. Questo è ciò che viene chiamato consapevolezza emotiva che è un primo fattore di base tra quelli costituenti la competenza socio-affettiva. Riconoscere le emozioni non è però sufficiente, è necessario comprende i meccanismi mentali che determinano l’insorge e il mantenimento di uno stato emotivo. La comprensione del rapporto tra mente ed emozione viene denominata consapevolezza metacognitiva e costituisce un altro importante fattore della competenza socio-affettiva. Quando il bambino è in grado di riconoscere i meccanismi mentali responsabili dell’insorgere e del mantenimento di un’emozione potrà imparare a sostituire modalità di pensiero distruttive e controproducenti con altre modalità di pensiero più funzionali al proprio benessere emotivo. Questo conduce allo sviluppo di un altro importante fattore della competenza socio-affettiva, l’autoregolazione emotiva, ossia la capacità di manifestare le proprie reazioni emotive in modo adeguato al contesto e alla situazione. L’autoregolazione è diversa dall’autocontrollo, in quanto non porta a reprimere le proprie emozioni, ma a saperle modulare in modo da favorire il conseguimento dei propri obiettivi, facilitando nel contempo lo sviluppo di relazioni sociali positive. Saper regolare le proprie emozioni favorisce infatti l’apprendimento e la messa in pratica di determinate abilità sociali e ciò costituisce un altro importante fattore della competenza socio-affettiva. Se da una parte non c’è dubbio sul fatto che una buona socializzazione sia collegata a benessere emotivo, è però altrettanto importante che il bambino apprenda anche a stare bene con sé stesso, senza dover necessariamente dipendere dagli altri o da stimolazioni esterne per sentirsi bene, trovando fonte di appagamento anche nel proprio mondo interiore. L’esperienza della pandemia da coronavirus ha messo in evidenza che le persone che hanno reagito peggio alla limitazione di contatti sociali, manifestando intensi segni di disagio emotivo, sono stati proprio coloro che dipendevano troppo da stimolazioni esterne per il proprio benessere (aperitivi, movida, ammucchiate nei centri delle città, ecc.).

È infine da notare che una buona competenza socio-affettiva non porta il bambino ad adattarsi passivamente al contesto sociale e culturale, ma lo metterà in grado, durante la crescita, anche di contrapporsi a tale contesto quando vengono minacciati alcuni obiettivi e alcuni valori che per lui sono importanti.

Come si evolvono tali fattori nei primi anni di vita?
Le componenti della competenza socio-affettiva si evolvono parallelamente allo sviluppo cognitivo, pertanto il bambino ha le potenzialità per diventare sempre più emotivamente competente man mano che il suo pensiero diventa più sofisticato. I neonati sperimentano solo due emozioni generali: piacere ad afflizione. Verso i dodici mesi si ritiene che i bambini sperimentino le quattro emozioni di base: gioia, paura, rabbia e tristezza. Più avanti, tra i diciotto mesi e i tre anni il bambino comincia a provare emozioni complesse come imbarazzo, orgoglio, colpa e vergogna. La competenza metacognitiva, cioè la consapevolezza dei pensieri che conducono a determinate reazioni emotive, si sviluppa parallelamente all’evolversi del linguaggio, per cui solo dopo che nel repertorio verbale del bambino sono presenti termini che indicano uno stato mentale (ad esempio pensare, credere, immaginare) potrà avere delle vere esperienze metacognitive. Per quanto riguarda l’autoregolazione emotiva, essa si evolve gradualmente da regolazione reattiva a regolazione deliberata. La regolazione reattiva è rapida, guidata da stimoli esterni e include la rapida esecuzione di tendenze comportamentali automatiche, come l’evitamento oppure l’avvicinamento e il confronto. Una regolazione reattiva efficace, ad esempio, potrebbe inibire l’aggressività fisica o verbale nei confronti degli altri quando un bambino viene per sbaglio spinto da qualcuno all’uscita da scuola. La regolazione deliberata delle emozioni, d’altro canto, è per definizione meno automatica si configura come reazione più lenta, riflessiva e più orientata verso la scelta di strategie. Ad esempio, un bambino che si sente scoraggiato a causa di un disegno riuscito male in classe, può ridurre quest’emozione spiacevole riflettendo sul fatto che anche altri bambini molto bravi talvolta hanno qualche difficoltà.

Ma affinché questi fattori costituenti la competenza socio-affettiva si sviluppino è anche necessario che l’ambiente attorno al bambino incoraggi la capacità di riflettere e di pensare in modo costruttivo. Purtroppo il nostro sistema educativo non prevede l’insegnamento del pensiero razionale, pertanto sussiste un notevole rischio che la mente e le emozioni del bambino subiscano influenze molto negative provenienti da un ambiente sociale che favorisce l’interiorizzazione di distorsioni cognitive quali il pensiero dicotomico (tutto il giusto sta da una parte, tutto il male sta dall’altra), oppure la svalutazione globale di altre persone, spesso utilizzata per screditare chi pensa diversamente.

Ci stiamo avviando verso una società sempre più “orwelliana” dove complessi algoritmi catturano continuamente dal web informazioni sulle nostre scelte e le nostre idee, una società dove il Pensiero Unico ha forgiato la neo-lingua costituita dal politicamente corretto. Si tenta perfino di stravolgere le tradizionali fiabe per bambini inserendo rapporti saffici e personaggi multietnici al loro interno. C’è il rischio che la Scuola diventi un campo di rieducazione e di indottrinamento in modo analogo a quanto avviene in alcuni sistemi di governo totalitari. Le prime avvisaglie si hanno già con l’introduzione di programmi volti a plagiare perfino bambini in età prescolare con la scusante di promuovere la “pluralità dei modelli familiari e dei ruoli sessuali” e superare modelli identitari e di relazione “stereotipati” (ossia che sono in accordo con le leggi della natura), al fine di fornire a bambini e bambine un “orizzonte più libero” (cioè che si conformi a una certa ideologia).

In questo momento storico è fondamentale che l’educazione dei bambini sia guidata dalle evidenze scientifiche e dalla razionalità, ogni apertura verso ideologie antiscientifiche e irrazionali sarebbe deleterio per le prossime generazioni. Dal momento che, come già affermato, le emozioni sono la risultante di ciò che pensiamo, solo educando il bambino al pensiero razionale potremo far sì che egli possa avere una vita emotiva equilibrata e che riesca anche a non farsi fagocitare dal conformismo ideologico omologante.

Come si evolve l’empatia in età prescolare e quali possibili ostacoli incontra nel suo sviluppo?
Alcuni dati provenienti dalla ricerca suggerirebbero che essere più o meno empatici sia una questione di genetica. In un importante studio sono state esaminate coppie di gemelli identici e si è scoperto che i bambini con lo stesso identico corredo genetico avevano punteggi molto simili in test che misuravano l’empatia. I primi segni embrionali di empatia possono essere osservati già nei bambini di un anno. A quest’età un bambino può riconoscere una persona in difficoltà e, oltre a dimostrare preoccupazione attraverso l’espressione facciale, può offrire conforto nei modi a lui accessibili. Molte educatrici di asili nido riferiscono dei tentativi di alcuni bambini di dodici-quattordici mesi di consolare un coetaneo che piange.

Esiste inoltre una differenza di genere per quanto riguarda le manifestazioni empatiche. Un vasto corpus di ricerche ha dimostrato che le femmine in media mostrano più empatia dei maschi. Indipendentemente però dal genere e dalle influenze genetiche, l’empatia può anche essere appresa e potenziata in quanto, come altri sentimenti, è influenzata dalla nostra corteccia cerebrale dove ha origine il pensiero. Viene attivata e modificata dalle nostre credenze, aspettative, motivazioni e giudizi. L’empatia può essere definita come l’atto di fare esperienza della realtà come pensiamo che la stia facendo qualcun altro Quindi la nostra esperienza empatica è influenzata da ciò che pensiamo della persona con cui stiamo empatizzando e da come giudichiamo la situazione in cui si trova quella persona. Paul Bloom, uno dei massimi studiosi dell’empatia, ha paragonato l’empatia a un riflettore che illumina certe persone qui ed ora. Questo ci porta ad occuparci più di loro lasciandoci insensibili alle conseguenze a lungo termine delle nostre azioni, ciechi rispetto alle sofferenze delle persone che sono fuori dal nostro raggio di luce. La metafora del riflettore illustra la debolezza dell’empatia. Ciò che vediamo dipende da dove scegliamo di puntare il riflettore, quindi il raggio d’azione dell’empatia è vulnerabile ai nostri preconcetti. L’empatia è faziosa, è di parte, ci motiva a compiere azioni che potrebbero rendere le cose migliori per alcune persone nel breve termine, ma portare a risultati tragici in futuro. Talvolta può condurre anche a vantaggi personali, ad esempio i profitti ricavati dal favorire l’immigrazione irregolare o il consenso politico ottenuto dalla propaganda dell’accoglienza, ma produrre grossi svantaggi e sofferenza per altre persone, favorendo, in tal caso, il degrado sociale e lo sfruttamento di esseri umani.

Gli studiosi dell’empatia distinguono l’empatia emotiva da quella cognitiva. L’empatia emotiva è la capacità di sentire ciò che gli altri sentono. C’è in questo tipo di empatia un rispecchiamento dei sentimenti dell’altro, una sorta di contagio emozionale. Ma se una persona comprende il dolore di un altro senza sentire io stesso tipo di dolore, questo è ciò che gli psicologi chiamano empatia cognitiva, ossia la capacità di capire qual è l’esperienza interiore di un’altra persona senza che ci sia contagio delle sensazioni. Se viviamo le stesse emozioni dolorose di un’altra persona, tale turbamento emotivo sarà di ostacolo nel mettere in atto comportamenti funzionali per aiutare l’altro. Supponiamo di trovarci a passeggiare lungo una spiaggia e di vedere un bambino che si dibatte in acqua, sembra che stia annegando e non c’è nessun altro adulto vicino. La maggior parte di noi entrerebbe in acqua per salvare il bambino ma senza provare le sue stesse sensazioni di terrore. Anzi se provassimo il medesimo terrore del bambino non saremmo in grado di intervenire efficacemente ed essere veramente di aiuto.

Quali procedure di potenziamento possono essere attuate al fine di rendere il bambino emotivamente e socialmente competente?
Da diversi anni si è diffuso anche in Italia un metodo psicoeducativo denominato Educazione Razionale Emotiva mirante a favorire una crescita affettiva armonica del bambino, mettendolo in grado di realizzare in pieno le proprie potenzialità e il proprio benessere. L’assunto di base dell’Educazione Razionale­ Emotiva sostiene che le emozioni sono il risultato di ciò che noi pensiamo, piuttosto che la conseguenza diretta di quanto ci accade. I genitori e gli insegnanti hanno quindi la possibilità di raggiungere il cuore del bambino attraverso la sua mente. Alcune persone rimangono confuse dall’accostamento dei due termini: “razionale” ed “emotiva”, ritenendo che questa metodica si proponga di trasformare gli esseri umani in individui distaccati, privi di emotività. Niente di più errato. L’Educazione Razionale Emotiva riconosce che le emozioni, anche quelle negative, hanno un loro valore legato alla sopravvivenza della specie. Così come il dolore fisico ci comunica che qualcosa sta nuocendo al nostro corpo, anche il disagio emotivo è una sorta di segnale che ci avverte dell’opportunità di mobilitare le nostre risorse per fronteggiare la situazione. Se però questo disagio emotivo si fa troppo intenso ne saremo sopraffatti e non saremo più in grado di attivare le nostre risorse personali. L’intento dell’Educazione Razionale Emotiva non è quindi l’eliminazione di ogni emozione spiacevole, ma quello di minimizzare l’impatto che tali emozioni hanno sulla vita dell’individuo, favorendo nel contempo la massimizzazione di emozioni positive.

Acquisire la capacità di fronteggiare le emozioni negative significa quindi imparare a riconoscere e a trasformare i propri pensieri dannosi. Tale processo implica le seguenti fasi:

  1. espansione del vocabolario emotivo del bambino;
  2. riconoscimento delle emozioni;
  3. distinzione tra emozioni nocive e emozioni sane;
  4. comprensione del rapporto esistente tra pensiero ed emozione;
  5. sintonizzarsi col proprio “dialogo interiore” in situazioni emotive;
  6. apprendere a sostituire pensieri dannosi con pensieri utili.

Naturalmente l’attuazione di tali procedure dovrà tener conto dello sviluppo cognitivo del bambino, per cui fino a quando egli non ha raggiunto lo stadio che, secondo lo schema di Piaget, corrisponde a quello delle operazioni concrete si adotteranno procedure molto semplificate, propedeutiche a quanto verrà inserito più avanti, quando il bambino avrà raggiunto un maggior livello di sviluppo cognitivo.

Ogni anno ho occasione di formare diverse centinaia di insegnanti e genitori all’uso di questa procedura, in tal modo si ha il vantaggio di poter raggiungere un gran numero di bambini. La ricerca ha dimostrato che bambini esposti sistematicamente a questa prassi psicoeducativa tendono a essere meno litigiosi, a gestire meglio le frustrazioni, ad avere migliori rapporti interpersonali e ad essere più riflessivi. Queste sono qualità che la gran parte dei genitori vorrebbe veder sviluppate nel proprio bambino.

Mario Di Pietro è psicologo e psicoterapeuta, si occupa in particolare di problematiche emotive e comportamentali dell’età evolutiva e di formazione in ambito clinico ed educativo. Dopo essersi laureato in psicologia all’Università di Padova nel 1978, si è specializzato presso l’Albert Ellis Institute di New York ed è stato tra i primi psicologi a introdurre in Italia quella forma di psicoterapia nota come Terapia Razionale Emotiva Comportamentale. Dopo aver prestato servizio per oltre trent’anni nel sistema sanitario nazionale ed aver insegnato come docente a contratto presso l’Università di Padova, attualmente svolge attività clinica in ambito privato ed è docente presso varie scuole di specializzazione in psicoterapia riconosciute dal MIUR. È autore di diversi volumi tra cui La Terapia Razionale Emotiva Comportamentale, L’ABC delle mie emozioni, L’Educazione Razionale Emotiva e di numerosi articoli su riviste specialistiche. Ha condotto per conto dell’Istituto Superiore di sanità ricerche volte a dimostrare l’efficacia dell’Educazione Razionale Emotiva (ERE) come procedura di prevenzione del disagio emotivo.

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