La civiltà degli Ittiti. XVII-XII secolo a.C., Stefano de MartinoProf. Stefano de Martino, Lei è autore del libro La civiltà degli Ittiti. XVII-XII secolo a.C. edito da Carocci: nell’era del digitale, quali nuove opportunità per l’ittitologia?
L’Ittitologia come tutte le altre discipline umanistiche può e deve collaborare strettamente con le scienze dure. La creazione di archivi digitali di documenti ittiti offre una più completa e veloce elaborazione dei dati e sono già attivi alcuni progetti internazionali in questo senso.

Le analisi chimico-fisiche che vengono condotte sull’argilla delle tavolette cuneiformi permettono di acquisire importanti informazioni sul luogo nel quale le singole tavolette sono state fatte e, dunque, anche scritte.

Le immagini tridimensionali delle tavolette cuneiformi mettono a disposizione riproduzioni di testi che sono analizzabile in misura uguale, se non migliore, dei documenti originali stessi; inoltre, queste immagini possono essere studiate da ciascuno sul proprio computer, senza la necessità spostarsi nei musei dove i testi sono conservati.

Non bisogna poi dimenticare che l’Ittitologia non significa solo lo studio della documentazione scritta, ma ovviamente comprende le attività archeologiche condotte in siti ittiti. L’archeologia oggi si avvale di metodologie e strumentazioni che sono divenute indispensabili, quali le prospezioni geoelettriche e geomagnetiche nei siti archeologici, le rilevazioni fotogrammetriche e le ricostruzioni tridimensionali.

A quando risale la scoperta della civiltà ittita?
Già nella seconda metà dell’ottocento sono iniziate le prime esplorazioni nell’Anatolia settentrionale, ma soltanto nel 1905 una missione archeologica tedesca ha aperto lo scavo di Boğazköy, a circa 170 km a est di Ankara, cioè nel sito della capitale ittita Hattusa.

Gli scavi di Hattusa sono ancora in corso, ma una gran parte di questa antica città, grande ben 170 ettari, è stata riportata alla luce. Nel corso del novecento e nel nostro secolo, altri siti ittiti sono stati e continuano ad essere oggetto di indagini. Alcuni di essi hanno dato reperti e documenti di grande interesse.

Quindi, l’Ittitologia è una disciplina in continua evoluzione, perché quasi ogni anno gli scavi archeologici offrono nuovi documenti o nuovi reperti, alcuni dei quali possono anche radicalmente cambiare quanto era stato detto e scritto in precedenza.

Quando si parla di Ittitologia, si fa riferimento non solo alla storia del regno ittita di Hatti del secondo millennio a.C., ma anche alle strutture politiche del primo millennio che si sono sviluppate successivamente al suo collasso. Si tratta, cioè, dei cosiddetti “Regni Neo-Ittiti”. Sono tuttora in corso alcuni scavi archeologici in Turchia in siti neo-ittiti e anche questi sono di grande interesse, soprattutto per meglio comprendere la fase di passaggio dal secondo al primo millennio a.C., un’età che resta ancora oscura per molti aspetti.

Quale documentazione scritta si conserva della civiltà ittita?
Gli scavi archeologici a Hattusa hanno riportato alla luce circa 30.000 tavolette, intere o frammentarie, la gran parte delle quali è stata pubblicata in copia cuneiforme. I testi di maggiore importanza sono stati editi in trascrizione, traduzione e commento, ma quelli più frammentari devono ancora essere studiati. Anche le indagini in altri siti anatolici e siriani hanno fornito documentazione scritta di età ittita.

Le tavolette sono di argilla e scritte in caratteri cuneiformi. Quelle che ci sono pervenute si sono cotte a seguito dell’incendio degli edifici nei quali si trovavano, ma originariamente alcune di esse dovevano solo essere state seccate al sole. Questi testi sono scritti in Ittita, lingua ufficiale del regno di Hatti, ma vi sono documenti anche in altre lingue parlate dalla popolazione anatolica, quali il Luvio e il Hurrita. I testi di carattere internazionale, quali la corrispondenza diplomatica o i trattati sono in accadico, che aveva nel secondo millennio a.C. una funzione paragonabile a quella dell’inglese di oggi.

Infine, i sigilli e le iscrizioni monumentali su pietra erano inscritti in una grafia geroglifica e in lingua luvia. Il Luvio-geroglifico era verosimilmente scritto anche su tavolette di legno cerato, sulle quali si scriveva anche in cuneiforme, che non si sono, però, conservate.

Quali vicende hanno segnato la storia del regno ittita di Hatti?
Il regno di Hatti è stato una delle grandi potenze del Vicino Oriente del secondo millennio a.C. ed ha interagito in maniera pacifica o bellicosa con tutte le altre entità politiche del tempo, quali l’Egitto, la Babilonia, l’Assiria, il regno hurrita di Mittani e i regni micenei.

L’evento più noto al grande pubblico è sicuramente la battaglia di Qadesh avvenuta nel 1275 e che ha visto scontrarsi l’esercito ittita guidato dal re Muwatalli II contro quello del faraone Ramesse II. Questo è stato un conflitto militare che ha coinvolto anche tutti i paesi subordinati agli Ittiti (da Troia in Anatolia occidentale, a Karkemish in Siria) e tutti gli alleati egiziani.

Dopo ben 15 anni è stato concluso un trattato di pace che viene considerato il primo documento internazionale (anche se in realtà ve ne sono stati altri in precedenza) di grande rilevanza. Non è un caso che una copia delle tavolette di argento del trattato, scritto in caratteri cuneiformi e in accadico, sia esposta dal 1970 nel Palazzo delle Nazioni Unite a New York.

Come era organizzata la società ittita?
Il regno ittita era una monarchia assoluta retta dal re. La successione era ereditaria, ma il sovrano poteva scegliere tra i suoi figli chi considerasse il più adatto a succedergli. La carica di regina era a vita, e questo significava che la regina, se sopravviveva al marito, restava in carica accanto al nuovo sovrano. Alcune regine hanno avuto un ruolo importante, sia a livello culturale, sia politico.

La famiglia reale, composta da svariati clan imparentati tra di loro, deteneva potere e ricchezza. Grandi latifondi, nelle mani di ricchi personaggi, erano sparsi sull’intero territorio anatolico e vi lavoravano contadini liberi o schiavi.

L’economia di base era prevalentemente agro-pastorale e la mancanza di grandi fiumi che potessero irrigare le campagne ha spinto i sovrani ittiti a promuovere importanti opere idrauliche, come la creazione di dighe e bacini di raccolta dell’acqua tali da supportare i lavori agricoli. Inoltre, la previsione di anni di scarso rendimento agricolo ha fatto sì che venissero costruiti immensi silos dove poter conservare ingenti quantitativi di cereali.

Quali dèi componevano il pantheon ittita e come si svolgeva il loro culto?
Gli Ittiti sempre affermavano che il loro pantheon era composto da “mille dèi”, e “mille” significava un numero infinito. Infatti, gli Ittiti veneravano le loro divinità di tradizione indoeuropea, come il dio della tempesta, Tarhuna, che aveva caratteri simili a quelli di Zeus o di Giove. Tuttavia, essi avevano accolto tra le loro divinità anche gli dèi del popolo anatolico accanto al quale si erano sedentarizzati, cioè il popolo hattico, e quelli dei Hurriti. La cultura e la lingua hurrita del paese di Mittani, conquistato dagli Ittiti e inglobato nel regno di Hatti, ha esercitato una forte attrazione soprattutto tra i membri della famiglia reale e della corte.

Stefano de Martino è professore ordinario di Ittitologia presso il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino. È direttore scientifico del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. Coordina il Dottorato dell’Università di Torino “Technology Driven Sciences: Technologies for Cultural Heritage”. Dirige la collana Eothen (Collana di studi sulle civiltà dell’Oriente antico) ed è membro del consiglio scientifico di alcune riviste quali Mesopotamia e KASKAL. È autore di volumi e pubblicazioni scientifiche, in italiano, inglese e tedesco, sulla civiltà degli Ittiti e su quella dei Hurriti. Ha organizzato convegni internazionali e tenuto conferenze in molti paesi del mondo.

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